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mercoledì 13 febbraio 2013

Padre Giusppe Bufalino, l'ex francescano della Caico di cui Sciascia non sa


Di questi tempi è di moda un'inglesina frizzante, fedifraga forse che sì forse che no, che il nostro impagabile Piero Carbone sta facendo resuscitare dall'oblio cui sono dannati i pettegolezzi dell'Ottocento. Di Montedoro per giunta, con buona pace del mio carissimo cugino Nicolò Falci (e di altri ingegnosissimi intellettuali di stanza in Lombardia e di altre gentilissime ragazze figlie di monteduoriiii...se). Noi saltiamo di pie' pari ogni romanticheria della Caico e ci soffermiamo su un preteso prete brigante: padre Bufalino.
Ci si era intignato - a dire il vero - anche il nostro sommo regalpetrese NANA'. "nessuno in paese ha ricordo o[ne] ha sentito parlare". L'arciprete Casuccio nel 1982 era ancora vivo; Sciascia lo interpella su codesto  padre Bufalino, l'arciprete Casuccio non  era tipo da  fare confidenze, dei suoi fratelli nel sacerdozio pubblicamente mai si sarebbe arrisicato di dire motto. Avrebbe farfugliato, gesticolato e il discorso sarebbe caduto lì. Ne seppe qualcosa il grande nostro compaesano, il gesuita p.Sferrazza Papa. Cercò di intervistarlo: non cavò un ragno dal buco. Padre Adamo di Delia, storico del suo paese, volle qualche dato sull'arciprete Macaluso, il racalmutese fatto arciprete della cittadina nissena e noi che sappiamo tutto anche di quel famoso "passavo di ccà" ce la ridiamo ancora sulla reazione dello storico deliano a fronte dell'imbarazzatissimo arciprete Casuccio che gesticolando come suo costume ebbe a mormorare: è ormai nella pace del Signore   .. è ormai nella pace del Signore.
L'abbiamo riportato sopra il necrologio riservato di padre Bufalino che si conserva in Matrice come di ogni prete morto. 
E' riservato ma noi ne abbiamo la fotocopia. Dunque padre Giuseppe Bufalino era anche un Maranella, ma non era racalmutese; guarda caso era di Montedoro. La Caico non seppe, l'informatore la babbiava: Non so se al Castelluccio quella discesa da cavallo tra le braccia di codesto stalliere era stato un atto gentile o uno strusciamento bello e buono. Nè gli storici di allora, né i suoi ardenti estimatori compaesani del nobile marito, né i riesumatori  di oggidì ce lo sanno né ce lo potranno  dire. Certo all'epoca molto si mormorò. E quando si parla, e quando si sparla, qualcosa di vero dove esserci. E non può tutto ridursi a uno sparlattiari di gente ottusa e villana.
 Il marito aveva ben altri guai anche giudiziari, mi pare, per qualche omicidio. Non seguo la storia di Montedoro, ma qualche fotocopia mi si impiglia fra le mani. Per cortesia, di questa inglesina a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento non facciamone una santuzza. Queste nordiche che vengono nelle nostre arse terre e scrivono di noi e ne scrivono male mi fannu rudiri gli zebedei, meno comunque dei giornalai nostrani.
Mettete a confronto i cenni bioografici della Matrice su padre Giuseppe Bufalino Maranella fu Salvatore da Montedoro, morto il 1° Settembre 1910, Minore Conventuale di san Francesco d'Assisi in Girgenti, nato il 25 gennaio 1824", e le ciarle della Caico, anche se in versione nientemeno che sciasciana. La calligrafia ci pare dell'arciprete Casuccio, appunto e figuratevi se quell'austero (in vecchiaia) sacerdote, con una memoria di elefante, non si ricordava di questo francescano secolarizzato. Tacque, perché nel suo costume.  Chi lo conobbe a fondo non può che essere d'accordo cone me.
Dite tutto quel che volete ma che fosse un brigante non mi risulta. Una infamia,dunque; meglio una di quelle ciarlate contadine in cui una certa classe della zappa di Racalmuto eccelle.

La Caico ebbe a intravederlo quando questo famigerato ex frate-brigante era settantenne. Troppo vecchio per manigolderie, non troppo decrepito per non apparire quello che era sempre stato: uno di quei preti quasi "burduna", intento più a coltivare la terra, a rimpinguare il peculio mensile con l'obolo di qualche messa e di qualche accompagnamento al cimitero del solito "galantuomo" che ad accoltellare uomini: se nessuno se ne ricorda è perché non era stato un  consacrato del Signore di durevole ricordanza.

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N-B.
La mia notoria imperizia in queste diavolerie informatiche è la colpevole della volatizzazione di un commento anonimo - ma credo che sia del dottore Messana di Montedoro. L’autore crederà che abbia voluto censurarlo perché il post conteneva un appuntino un po’ critico. Manco per niente. Anzi lo prego di rinviarmi il post così lo faccio pubblicare come merita, contenendo note ed osservazioni pregevolissime. Mi chiama storico; mi sento solo microstorico di Racalmuto. Aggiungo che non ho esaltato la figura del “montedorese” padre Giuseppe Bufalino Maranella, ex francescano secolarizzato. Anzi l’ho chiamato “prete quasi durduni”, una categoria quelle dei preti burduna prosperosa in senso negativo tra il 1820 e il 193° a Racalmuto. Un campione fu padre Burruano, i cui figli (persino dotati) gli gridano vicino l’ite missa est: papà chi cciamma ddiri a la mamma: ditici ca cala la pasta ca ora viegnu.

Il padre Giuseppe Bufalino Maranella, nato in quel di Montedoro e stanziatosi a Racalmuto dopo aver lasciato il convento francescano di Girgenti non lasciò nè scrusciu né sciauru: solo parenti stretti che oggi onorano Racalmuto.

La Caico in vena di sensazionalismo scrisse quello che scrisse. Non credo che sia stato lo stalliere di lady Chatterley – che ora mi si dice chiamarsi prosaicamente Augello – a parlare male di padre Bufalino. Quello che scrive la Caico di certo ebbe a stizzire Sciascia. Leggere quello che commenta Nanà chiosando il non pregevole testo storico del Tinebra Martorana. Ho allegato la fotocopia del lungo (per Sciascia) acidulo commento, sottilmente sfottente Montedoro (che io adoro). Dissento totalmente da Sciascia. Debbo però giustificare Sciascia: questi di Montedoro lo avevano preso per un chiosatore di piccole paesane cose. Sciascia fu un grande (il mio disprezzo va per i nocini, come dire quelli della noce). Gli volevano presuntuosamente quelli di Montedoro (e questo vizietto ce l’hanno: mancano di autocritica, figurarsi poi l’autoironia!), fagli fare prefazioni a parti o storici o letterari di non eccelsi maestri elementari del loro paese o di codesta sosia anzitempo di Lady Chatterley. Sciascia dribblò e poi infierì. Ho letto qualche altra deliziosa cosa in parodia di una commentatrice della Caico. A Montedoro aveva comunque già dato in Galleria negli anni ’50.

Quanto ai preti di Racalmuto, aggiungo che uso per celia definirmi CATTOLICO, CLERICALE ma fervente NON CREDENTE (in toto). Si dà il caso che sono nel cuore e nella mente un ghiottissimo mangiapreti. L’altro giorno mi raccontavano che un prete ancora non morto ma manco vegeto nei confessionali è un tantinello sporcaccione. Ad una quasi bambina domanda: ma ti spuntà l’orticello? La quasi bambina non capì e chiese spiegazioni alla famiglia. Aveva padre e fratelli nerboruti; andarono in case del prete vivo ma non vegeto e lo riempirono di botte. Il prete dovette ricorrere alle cure dell’ospedale. Versione dei fatti: dei ladri non solo mi rubarono, ma anche mi picchiarono. Andrà all’inferno per avere detto una bugia grave o perché peccò de sexto et de nono;  qui ci vuole Pietro l’Aretino per avere il verdetto d’insegnamento per i confessori. Solo che non siamo più in quei secoli ove si invocava: sudate o fuochi a preparar metalli.

martedì 8 gennaio 2013

Svegliamoci dall'atavica accidia racalmutese: diamoci una mossa! AGIAMO!


Confesso la mia piacevole sorpresa nel vedere visitato a frotte ed in poche ore il mio post provocatorio (per celia) diretto all’amico Piero Carbone. Mi dico non vestirti delle penne del pavone, il richiamo promana da Piero. Cristo Santo ma Piero è così popolare?. Certo certissimo. Fascino intellettuale a parte e incidenza letteraria di prjm’ordine hanno prodotto il miracolo dell’affollato ascolto delle note del Taverna.

Purtuttavia, qualche merito debbo averlo. Credo che si tratti dell’additata prospettiva di valorizzare questa ormai cattedrale nel deserto che è la Fondazione. A leggere i primissimi articoli dello statuto, l’esorbitante spreco di soldi pubblici, la regalia dello stabile residuo della incipiente indutrializzazione di Racalmuto (iniziata nel fascismo e seppellita nel dopoguerra), la dotazione di accorgimenti informatici dell’ultima ora, pretesa dalla famiglia per dare quello che doveva dare (e dopo manco tutto diede) dovevano far di Racalmuto una fucina letteraria, culturale, esegetica intorno all’opera (magistrale) del grande Sciascia. Altrimenti perché si sarebbero spesi tanti soldi? Per nulla? Per le rimembranze di coloro (forestieri) che godettero dei “ricchi silenzi” di Sciascia nel chiuso di un “grumo d’affetti e d’intelligenze”?  Non ce l’ho con il prof. Antonio di Grado, che anzi  a seguirlo su FB mi convince e mi erudisce sempre più. Solo vorrei che tirasse fuori i suoi zebedei per imporre saggezza, dignità, iniziativa, slancio statutario a chi vi bivacca per un lauto pranzo o per un esagerato rimborso spese, credendo che per sé e la degnissima consorte gli alberghi non sono degni se non oltre le cinque stelle.

Non nego che cose buone siano state fatte, che niente è stato banale – salvo qualche indulgenza ad aspiranti storici o filosofi  o a qualche poeta vulgo sciocco – ma molto e molto di più era doveroso fare. Intanto, mi risulta che il fascicolo “Sindona” non sta in Fondazione, che le carte vescovili di Mons. Ficarra    latitano (e non credo per scrupoli ecclesiali), che i ritegni testamentari valgono salvo interesse contrario. Ma lasciamo perdere, non sapremmo ora con chi prendercela; prima si poteva, prima si doveva. Tutti quelli che si sono assisi nello strapuntino della cattedra sciasciana hanno colpe da cui si dovevano emendare e non l’hanno fatto. Ora, risvegliamoci; riprendiamoci quello che ci spetta; trasformiamo un inutile e pretenzioso maniero al vertice d un paese parsimonioso e dignitoso, ricco di case a misura d’uomo che non dimentica le sue recenti dimensioni contadine.

Non sono né letterato né moralista, mi pare però che ad ottant’anni e dopo mezzo secolo di letture sciasciane scoprire che il “rondismo di Sciascia” è ancora un lato oscuro di questa sublime esperienza letteraria di un ex sartore divenuto il maestro della lingua colta di fine novecento; dovere ammettere che l’alterco (cortese ma agguerrito) tra Sciascia e Pasolini sullo scrivere, sulla buona tecnica scrittoria, sul diverso approccio tra il conosciuto ed il conoscibile non fu una questione di puntiglio tra sommi, tanto ed ancora tanto resta nell'ignoto e non è tollerabile. Non posso farmi anchilosare dal francese Claude Ambroise che si crede originale negligendo l’istinto tutto gallico nel dire cose chiare e distinte ed aggrovigliarmi in vacui endiadi del tipo : “scrittura della verità o verità della scrittura: in uno scrittore , il problema della verità è, per forza, reperibile nella pratica della scrittura”. Davvero Sciascia fu ossessionato dalla verità? forse non apprezzò Bulgakov che nel Maestro e Margherita scopre che Cristo alla richiesta di Pilato su che cosa fosse la verità, tronca il discorso e si consegna alla crocifissione? Non aveva letto sorbito Pirandello, già? Cosi è se vi pare. In uno scritto minimo, presentando le memorie di Tinebra, il Nostro si lascia andare ad una umanissima confidenza: “voglio confessare che anch’io non mi sono privato del piacere di riportare  un documento pur conoscendone la falsità”. E lo fece spesso: ricordarsi dell’appunto di Spagnoletti sulla documentazione di cui si avvale Sciascia nell’osannare il poeta morto bruciato per incendio nelle carceri dirette da don Luis de Pàramo, Antonio Veneziano. Ha poi un bell’esibire Russi Sciuti carte secentesche che smontano fame, miseria, violenza e muffoli di fra’ Diego. Divertente: Felice Cavallaro ragguaglia con fedeltà su questa irruzione della “verità” nel palazzotto in cima al colle della Fondazione, il sunto pubblicato viene talmente emendato da fare apparire persino conferma la contestazione Russi Sciuti.

Non soffriamo di pedanteria, per noi tutto è cultura, tutto è umano, specie nel suonare le varie corde, in particolare quando si pizzica la corda “pazza”.

Ma pizzicare per pizzicare, che grande concerto per sola chitarra potrebbe congegnarsi in questa nostra Fondazione, che studi concentrici su Sciascia che si irradiino però sino all’infinito (umano)! Che occasione di lavoro proficuo, intellettuale, degno di questa intelligenza sconfinata racalmutese che purtroppo quasi sempre  si disperde nell’accidia soffocante!  Questa la chiusa del mio post che tanto riscontro d’ascolto ha avuto. Qui ho voluto ribadire.

In seguito cercherò di sfruttare  questa insperata attenzione per reiterare su cose già dette nei vari blog: occupazione indotta da iniziative industriali e culturali quali lo sfruttamento delle nostre risorse naturali, alabastro, il giallo dello zafferano di Strabone (ne parla in greco infatti questo geografo dell’era augustea); attuazione delle disposizioni testamentarie a partire da quelle di Ferdinando Martini per day hospital con riguardo al'alleviamento dei mali psichici diffusi nelle malattie mentali (idea già sviluppata nel mio progetto del parco letterario, progetto sabotato per la speciosa argomentazione che vi era oltraggio alla memoria di Sciascia); scuole professionali di addestramento del personale impiegatizio comunale, lasciato spesso in balia di se stesso e quindi indotto ad assurdità amministrative e legali come occorsomi per la vecchia ici; iniziative imprenditoriali in joint venture tra ente locale e forze giovanili in settori quali il turismo, le culture specializzate, la salvaguardia ambientale; ricerca di collaborazione di capitali esteri (oggi vorrebbero investire i cinesi per alleggerire il loro dissennato finanziamento del debito pubblico americano; trovano ostacoli burocratici per sotterranee pressioni d’oltreoceano); e così il nostro dormiente progetto aeroportuale con scali merci e non di passeggieri cessa di essere solo un sogno nel cassetto.

Quel che occorre è una nuova amministrazione comunale, con idee, con coraggio, un po’ ma non troppo spregiudicata, colta e idonea al colloquio con forze industriali di questo nuovo diverso millennio.

Buona volontà senza cultura, ed anche conoscenze professionali  rapprese nel prticolarismo paesano  finiscono nel mattataio di un blog localistico. Vedo che Piero Carbone ha ascolto, ha persino seguito personale, è ”homo politicus” oltre che letterato molto raffinato. Si inizi a costituire un tiaso di intelletti  non immondi (e a Racalmuto vi stanno e in abbondanza) e ci si prepari a subentrare il più presto possibile a questi signori venuti da lontano per osteggiare inventate infiltrazioni mafiose  (tanto inesistenti da costringere un giudice a condannare alle spese il ministero retto dalla nostra commissariante Ministra Cancellieri, socia onoraria del Circolo Unione).

sabato 22 dicembre 2012

fra Diego la Matina , Sciascia e l'ex prete


Ci si mette pure il Corriere della Sera , nella sua terza pagina " Ecco la vera Morte dell'Inquisitore " , ad ingarbugliarci  la veridica storia di Racalmuto e a martorizzare la memoria di un nostro esemplare compaesano del Seicento il chierico Diego La Matina. 
Si dirà: ma ci sono le nuove carte scoperte dal prof. Russi Sciuti.   Sì, vero; ma quelle carte che dicono?  che un tale manigoldo sedicente diacono a nome Diego La Matina riesce a farsi dichiarare di precaria salute nel carcere del Sant’Ufficio (udite, udite), marca visita, insomma,  e quella terribile istituzione gli passa subito cibo speciale, mica stupidaggini, no: galline giornaliere (forse cotte nell’acqua e forse spennacchiate , ma sempre galline erano) e per tenere sù il malconcio trentenne gli danno anche la “sangria”. Forse l’amanuense è spagnolo e chiama sangria del vino comune, ma sempre vino dispensato in carcere, è. Il carcere, secondo il mio amico Piero Carbone non è del “Sant’Ufficio”; io non c’ero e non so nient’altro che quello che leggo anche in Sciascia: quel carcere lo rievoca per esserci morto bruciato (per un incendio fortuito) il grandissimo poeta dialettale Veneziano.    Le carte di Russi Sciuti sono carte contabili: registrano il resoconto diligente e puntuale delle spese carcerarie. Siamo nel Seicento e quello che non mi pare si faccia molto bene nella Ragioneria comunale di Racalmuto ove i conti son tanto rappresi che rivenendo dal passato debiti abnormi non documentati, pietosamente commissari della speciale Corte dei Conti siciliani, per non mettere in fallimento il Comune li spalma per i prossimi dieci anni come se si trattasse di una società di calcio mettiamo di un magnate del calibro di Berlusconi: e per dieci anni ancora gli sperperi dei padri li pagheranno con lacrime e sangue gli innocenti figli racalmutesi. Ma perché tanta diligenza nei resoconti carcerari panormitani? Pensiamo perché qualcun altro pagava e voleva  fare il debito controllo di “legittimità”. Mica allora era come per l’attuale fallito aeroporto di Racalmuto!
E così noi pensammo che il munifico dispensiere del criminale diacono racalmutese potesse essere il conte Giovanni del Carretto che se ne stava tronfio a Palermo a complottare contro il re di Spagna così per gioco o per noia. Ma si dà il caso che quel dissennato conte finì lui sulla forca non scappando in tempo come gli altri suoi sodali più furbi e di maggior  grado; quindi negli anni delle vivande a base di gallina e  sangria i fondi non potevano venire dal conte Giovanni del Carretto perché questo era stato giustiziato già nel 1650.
Allora abbiamo pensato che potesse esserci lo zampino del medico Alaimo di nome Marco Antonio.  Era di casa fra i gesuiti e quelli contavano tanto. Non è vero che fosse protomedico , ma il numero due lo era e poi aveva testimoniato inventando miracoli (invero comici) per far beatificare il padre La Nuza di Licata. Il processo resta là, negli archivi segreti vaticani, in sospeso perché dopo che l’ufficio d’oltre Tevere ebbe tanti quattrinelli bloccò ogni cosa perché si trattava di un figlio illegittimo e di un consacrato al Signore, anche se spagnolo molto nobile. Marco Antonio Alajmo – racalmutese  puro sangue – una qualche parola propiziatoria poteva bene spenderla per questo suo compaesano e poteva fare un falso certificato medico per fargli avere i benefici di legge, visto che poi non era manco ostativo  come il mio caro amico Alfredo Sole.
Ma era racalmutese davvero quel dannato là – fuoriuscito e scorridore di campagna; malvagio, heretico formal, reincidivo, homicida, superstizioso, malefico, temerario ,empio; e di non udite malvagità che per modestia si tacciono (nefando, insomma, come dire alla romana ‘rricchione); eretico non solo, e dommatista, ma di sfacciatissime innumerabili eresie svergognato, e perfido difensore; apostata, idolatra, blasfemo, malefico, superstizioso, eretico dommatista e sentina pestilentissima di più orrendi delitti – poteva essere davvero così un racalmutese che era stato cresciuto cristianamente e piamente da quella santa donna di Suor Francesca Randazzo, terziaria carmelitana in vecchiaia, che gira e rigira è mia antenata per linea materna?  Come racalmutese di prischissima data non ho poi tanta voglia di addossarmelo, specie in questi tempi, specie adesso che per decisione di una ministra socia onoraria del Circolo Unione ho la taccia di essere uno della congrega mafiosa infiltratasi ladronescamente nel Consiglio Comunale di Racalmuto.
E poi chi l’ha detto che quel lestofante là era racalmutese? Certo in un recentissimo libro – un libro intero –  un ex prete dubbi non ha; anzi accomuna anche i La Matina Calello tra i lestofanti del Seicento racalmutese (ma buon per lui che avvocati di grossissimo valore con quel rispettabilissimo cognome oggi hanno altre gatte da pelare che far querela per cose di quasi mezzo millennio fa).

Ormai è un coro unanime di gagliardi racalmutesi che si vantano di essere dello stesso lignaggio del monaco agostiniano finto diacono; mettono persino una tronfia lapide marmorea a fianco del celeberrimo stazzuni dei Martorelli.
E tutto perché Sciascia, calligrafico eccelso,  ma storico alquanto claudicante, ebbe a scrivere:  ‘Il tenace concetto: è detto bene. Bisogna convenirne: questo padre Matranga, che scrive da cane, la penna gli si affina, gli si fa precisa ed efficace, appena tocca della forza e resistenza di  fra Diego’.
Beh! Siamo sinceri: il Matranga non voleva dire quello che Sciascia gli vuol far dire. Per il Matranga, fra Diego era ”uomo veramente di sasso”, come dire uno che testardo più di un mulo si incanaglisce in una blasfema eresia. Tenace sta qui per pervicace, insolente, anche un po’ cretinetto “concetto”, semmai la penna al Matranga più che affinarsi si appanna.
Che i Racalmutesi siamo saccenti, tetragoni ad ogni verità che non ci aggrada, è cosa vecchia. Il mio amico Sole sta passando i guai sol perché beffardamente ha voglia di indossare ed ostentare alle guardie una maglietta con su scritto: Io amo l'Ergastolo
Leggo, deliziandomi in Fuoco nel mare, sempre di Sciascia, quanto riesce ad essere sfrontato un racalmutese immigrato a Roma: credo si tratti di un Lillo azzimato ganimede degli anni fine cinquanta, aggirantesi, dice Nanà, attorno a Chiesa Nuova e per noi gravitante nella famosa via di Governo Vecchio, fluente nell’ampia Piazza Navona da un albergo che va raccontato, l’albergo SOLE.
Il Matranga considera il La Matina nient’altro che un povero cocciuto. E Fra Diego al patibolo andò non per il suo “tenace concetto” ma per avere ammazzato, trucidato l’equivalente dell’odierno direttore di un carcere duro. Provate a strozzarlo e l’ergastolo non ve lo leva nessuno, e chi vive quella allucinante sventura afferma che l’ergastolo è venire giustiziato una volta al giorno finché vivi: il gusto di uno Stato sadico che ti fa vivere per una fine pena mai e così mandarti a morte infinite volte. Meglio la pena di morte. Una morte che giunge come pena una sola volta. Me ne scrive Alfredo e Cristo se ha ragione!
Non sono orgoglioso quindi di essere conterraneo di un frataccchiuni di “tenace concetto”. Ma chi dice che Diego La Matina era quel bambinello che “nella Chiesa dell’Annunziata di Racalmuto fu battezzato il 15 di marzo del 1622”? Diciamo subito che risultando a noi che quel bambinello era nato a lu chianu di li Strauli, dovette essere battezzato nella chiesa di San Giuliano per una strana ripartizione in due parrocchie di questo nostro paese natio. 
Ne abbiamo scritto a iosa, ma dopo che Sciascia diede l’anima a Dio. Rettifichiamo poi l’anno: era il 1621  e non 1622. Una copia in brutta ed una in bella non lasciano dubbi nell’archivio parrocchiale di Racalmuto.  Questa di Sciascia è dunque una ‘strammaria’ : Il padre Girolamo Matranga  .. ignorava questa storia: ché avrebbe saputo trarre brillanti considerazioni dal fatto che un parricidio, del servo verso il signore, era stato consumato  nel luogo e nel tempo in cui il parricida era nato.
E no, caro Nanà: il fatto cui alludi sarebbe avvenuto nel maggio del 1622 e Diego aveva già più di un anno. Non è per nulla poi certo che Girolamo del Carretto sia morto in quel giorno che tu scrivi; in Matrice l’atto di morte dice cosa diversa.
 Neppure sappiamo con certezza che sia stato un servo ad uccidere il conte: questo lo dice un altro frate che scrive (o trascrive male) in un cartiglio che si conservava nel grifagno avello del Carmelo «occisus a servo»; ma a nostro avviso è un travisamento di un originale che recitava «occisus a morbo». Lo desumiamo da tanti piccoli segni ma non siamo tanto saccenti da affermarlo con certezza: finché mancano carte specifiche, il silenzio mi si addice.
Tralascio altre faccende anagrafiche: me le riservo per altra occasione.
La grande occasione che ci stiamo trascinando sino a questo punto è che gli atti della Matrice  attestano la presenza a Racalmuto di un pio chierico, che regolarmente si è confessato e comunicato nella Pasqua del 1664 (dico milleseicentosessantaquattro, magari a rettifica di un mio precedente errore).  Quel chierico si chiamava Diego la Matina e non poteva essere altri se non quel piccolo La Matina battezzato nel 1621 e che a 15 anni scorrazzava a lu chianui di li Strauli. Non ci credete? smentite questa registrazione:

con accredito certo l’ex prete che avrebbe la pretesa di sbriciolare Sciascia in forza del testo di Sciascia. Del resto né l’ex prete (con supponenza) né Sciascia dicono cose esatte, manco a proposito del coetaneo (aveva cinque anni di più) il reverendo padre don Federico La Matina (Calello).  Dovremmo dilungarci e spiegare che lì il nefando fu un vescovo mons. Traina, personaggio che espunto dal Seicento e portato da Camilleri nel Settecento, avversa il Re di Girgenti. Davvero daremmo ragione ad un mio caro amico critico, il comunista con i baffetti Totò Sardo che teme che, andando di questo passo ,do “l’impressione di voler svolgere a tutti i costi il ruolo del bastian contrario e del saccente arrogante” giacché così finisco con “attirare su di me le antipatie di chi crede di possedere le chiavi della nostra microstoria”.  Sottoscrivo. Ed allora cosa faccio? Sapendo, me ne sto zitto. Spesso ci provo, ma non ci riesco.