domenica 10 aprile 2016

29/07/2014 21.06
Caro Calogero, cose vere, cose false e cose meno vere. Ricordo il Ruffini nel 1945/46. Magari qualcuno ad Agrigento aveva attentato alla vita del principesco vescovo Peruzzo (addirittura un frate a Santo Stefano Quisquina). Si pensava che primate di Sicilia dovesse essere proprio il Peruzzo, invece il papa mandò Ruffini. Figurati se posso avere stima e fiducia nei papi e in papa Pacelli in particolare. Ma era chiaro che l'America, la mafia, Portella, Giuliano non ci entravano per nulla. Mie ricerche nell'archivio vaticano segreto mi portano molto lontano. Quanto al connubio Pacelli-America nulla di più falso di quello che leggo. Pacelli aveva un religioso terrore dei comunisti. Iniziò la sua crociata con il microfono di Dio (padre Lombardi) e la peregrinatio Mariae. Divertente la pagina di Sciascia nelle Parrocchie in proposito. Eppure proprio la settimana scorsa sfogliando un faldone del SIS seconda sezione all'ACS di Roma leggo tutto un carteggio su questa storia qui. Gli americani volevano un gemellaggio America-Vaticano nella lotta al Comunismo. Pacelli si oppose sdegnosamente. Peraltro non amava il capitalismo massonico e sionista di Washington. Il sostituto Montini sospinse il Della Torre dell'Osservatore Romano a scrivere una trentina di frasi piuttosto ambigue quanto ad anticomunismo. Vi si palesava addirittura della simpatia. Successe un finimondo. Etc. Quello che aggiungo io è questo: con tanta dovizia di documenti e prove storiche perché continuare a crogiolarsi nell'orgia dei luoghi comuni di quel tempo del primo dopoguerra degli anni '40. Mi fa piacere che anche lo stesso prof. Casarrubea mi scriva che occorre un salto di qualità nella ricostruzione storica del secolo scorso, specie alla luce delle nuove possibilità di ricerca e dei nuovi strumenti anche informatici, della ricostruzione del recente quadro storico (tutto ancora a definire)..
1 agosto 2014
01/08/2014 18.24
IL QUESTORE MESSANA E I FATTI DI RIESI Il crucifige di Ettore Mesana si consuma il 15 luglio del 1947. Il gran sacerdote che ne vuole la fine è l’on. Li Causi: tre i capi d’accusa (politica). Desumiamoli dallo stesso Li Causi, da un suo arrabbiatissimo discorso all’Assemblea Costituente, pronunciato nella Seduta del 15 luglio del1947. Per il sanguigno grande esponente del comunismo siciliano del dopoguerra, Messana andava giubilato:
A) Perché c’era da domandarsi: «Scelba come può ignorare che Messana ha iniziato la sua carriera facendo massacrare dei contadini siciliani? Il 9 ottobre del 1919, infatti, cadevano a Riesi più di sessanta contadini, di cui tredici morti: trucidati a freddo, sulla piazza, dove si svolgeva un comizio. I vecchi di quest'Aula ricorderanno come in quell'occasione il Ministero Nitti ordinò un'inchiesta mandando sul posto il generale dei carabinieri Densa, mentre la Magistratura iniziò un'inchiesta giudiziaria soprattutto per accertare le cause della morte misteriosa di un tenente di fanteria, che si rifiutò di eseguire l'ordine di far fuoco del Messana, che ne disapprovò apertamente la condotta, e che il giorno dopo fu assassinato …»
B) « Messana è nell'elenco dei criminali di guerra di una nazione vicina; questo può far piacere ad una parte della Camera, la quale pensa: "Va bene, è un massacratore; però, di stranieri!"…»
C) «Si ha, [ …] , questa precisa situazione, che il banditismo politico in Sicilia è diretto proprio dall'ispettore Messana: e l'ispettore di pubblica sicurezza, il quale dovrebbe avere per compito quello di sconfiggere il banditismo -- il suo compito veramente sarebbe quello di sconfiggere il banditismo comune e non già quello politico -- l'Ispettore di pubblica sicurezza, dicevo, diventa invece addirittura il dirigente del banditismo politico.»
Ecco qui i tre capi di accusa: Riesi del 1919; Lubiana del 1941 (maggio)-giugno 1942; banditismo siciliano dal maggio 1945 al giugno del 1947.
Sono mesi che scartabelliamo faldoni, giornali, documenti vari, pubblicazioni vecchie. Ebbene: non ci possono essere dubbi. Nessuno può dimostrare che davvero in quel terribile 9 ottobre del 1919 ci fosse addirittura un giovane agente di polizia che prese la “mitraglia” in mano nel campanile della chiesa prospiciente piazza Garibaldi e falcidiò sei, si disse in un primo momento, contadini rivoltosi; poi si disse dieci, poi invece si salì a quindici (qui sopra) e, di recente, dovendo sperperare soldi comunitari, sempre a Riesi, addirittura 20. Ci dispiace per Li Causi: non si può condannare alla damnatio memoriae un glorioso ispettore generale di Stato sulla base di quello che avrebbero dovuto ricordare a distanza di quasi trent’anni ‘vecchi padri costituenti’. Vi poté pur essere stata una inchiesta del generale dei carabinieri Densa ma questa ammesso che si sia mai conclusa nessun addebito poté formulare e formulò contro il giovane trentunenne commissario Messana, che, anzi, a fascismo consolidato e con Calogero Vizzini confinato, spiccò salti da gigante nei gradi della polizia e proprio perché senza macchia alcuna, lui figlio di un modesto e dissennato redditiere racalmutese, sperperatore del proprio patrimonio, lo sfaccendato Clemente Messana, diviene – giovanissimo - questore ed ebbe affidate questure strategiche del Nord. Ad onore e vanto della sua patria natia, Racalmuto. Analogo discorso per quell’inchiesta giudiziaria: noi abbiamo reperito una relazione del Prefetto di Caltanissetta del successivo natale. Altri sono i colpevoli, i fatti avvennero in termini ben diversi dal facile populismo cui si abbandona, comprensibilmente , il Li Causi. MESSANA, il grande assente. NON COLPEVOLE. Nel 1934 dopo 15 anni – troppi o pochi a seconda delle tesi che si vogliono formulare – un quasi pastore valdese scrive una storia di Riesi. Quei truculenti fatti vengono rievocati. Sì, è vero: nella memoria della gente è scolpito che una mitraglia militare sparò e uccise tanta gente. Enfasi della memoria tanta. Si parla di un “commissario di Pubblica Sicurezza”, si dice che insieme ad altri due un ufficiale dell’esercito ed un semplice soldato, in tre, tutti insieme eccoli a premere il grilletto del mitra. Fantasia. Improbabile. Ma a tutto concedere: il nome del Messana non c’è. Davvero Li Causi nella foga ciceroniana finisce con l’inventare e quindi diffamare e direi calunniare. Erano tempi incandescenti. Portella della Ginestra fu più di una sventura nazionale e - se le carte della N.A.R.A. già consultate dal prof. Casarrubea verranno tutte alla luce -sarà da parlare di crimine americano. Finalmente. Altro che insana criminalità di un ex giovane commissario di polizia in vena di scimmiottamenti dell’esecrando generale Bava-Beccaris fatto dal Re senatore del Regno.
Ma noi abbiamo cercato notizie vere, coeve, indubitabili. Abbiamo consultato i microfilm del giornale L’Ora di Palermo e il Giornale di Sicilia dell’epoca. Messana non ci sta. I fatti son diversi da come amò trasfigurarli il Li Causi per sue polemiche politiche di stampo rosso scarlatto. Da vecchio comunista, per il quale la verità storica va piegata alla grande lotta di classe. Noi siamo per la lotta di classe ma di quelli che reputano che la VERITA’ E’ SEMPRE RIVOLUZIONARIA.
[segue]
4 agosto 2014
04/08/2014 16.41
Ci stiamo sforzando di rinvenire la vera verità storica dei fatti di Riesi del 1919. Abbiamo pubblicato giornali e cronache dell'epoca. Questa qui non è una intollerabile mistificazione?

04/08/2014 17.02
CREDIAMO DI AVERE DEL TUTTO SMANTELLATO LA TESI CHE VORREBBE IL QUESTORE MESSANA COLPEVOLE COME QUI SI DICE. RESTA SOLO LA CALUNNIA, L'INFAMIA. SE IN BUONA FEDE CI SI CORREGGA ANCHE SE CI SI CHIAMA ANPI
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L ’ANPI domenica 14 ottobre 2012 alle ore 9, ricorda Giovanni Orcel nel 92° anniversario del suo assassinio avvenuto il 14 ottobre 1920 in Corso Vittorio Emanuele all’altezza della Biblioteca centrale dove con la Cgil, e il Centro Impastato deporremo una corona sotto la lapide che lo ricorda.
Giovanni Orcel è una delle figure più significative del movimento operaio palermitano, segretario generale della FIOM dal marzo del 1919 operava per unire lotte urbane e lotte delle campagne sulla scia di Nicola Barbato e anche del fratello Ernesto Orcel fondatore del Fascio dei Lavoratori di Cefalù, ed in stretto collegamento con Nicolò Alongi, il dirigente contadino assassinato dalla mafia nel febbraio del 1920.
Orcel viene assassinato ad un anno dalla strage di Riesi del 1919 dove vengono assassinati 15 contadini compreso un tenente di fanteria che si era opposto all’ordine fascista di sparare sui contadini che manifestavano per la riforma agraria. Ad ordinare il fuoco in solidale intesa con la mafia è stato un fascista della prima ora, Ettore Messana di Racalmuto, ufficiale di P.S., poi membro dell’OVRA, il servizio segreto, efferato criminale di guerra questore a Lubiana negli anni 40 ed infine lo ritroveremo inspiegabilmente ….Ispettore generale di polizia in Sicilia negli anni 1945!
Entrambi i delitti, inequivocabilmente di matrice fascista e mafiosa, sono rimasti impuniti.
Su Giovanni Orcel leggi Giuseppe Carlo Marino, 1976 nel libro “Partiti e lotta di classe in Sicilia da Orlando a Mussolini” (Bari, De Donato, 1976); poi nel saggio di Giuseppe Carlo Marino “Vita e martirio di Nicola Alongi, contadino socialista” e in numerosi altri scritti.
Il libro di Giovanni Abbagnato, Giovanni Orcel. Vita e morte per mafia di un sindacalista siciliano. 1887-1920, ricostruisce l’attività di Orcel e le lotte di quegli anni.
Il logo del referendum per l’art. 18 ci ricorda che Orcel, Alongi e la lunga scia di sangue di sindacalisti e cittadini uccisi, lottarono per la difesa della dignità umana e la dignità del lavoro, che oggi i governi della destra politica, in assenza di opposizione vera, stanno di fatto abolendo.
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5 agosto 2014
05/08/2014 0.04
Nel caso tagli prima di leggere. Ma questo è un mio post pubblico che in qualche modo intendo segnalarle: E’ la seconda volta che mi capita nella mia ormai purtroppo lunga vita. La prima volta avvenne nel lontano ultimo quarto degli anni Settanta. Tra il luglio e il settembre del 1974 fui inviato dalla Banca d’Italia a giubilare la Banca Privata Finanziaria che tutti ancora si ostinano a chiamare la banca di Sindona. Falso. La Privata, contro tutti e contro tutto, invocando le dieci righe dell’art. 64 della vecchia legge bancaria, riuscii a giubilarla. Nonostante Andreotti Macchiarella il Banco di Roma tutta la finanza meneghina e mettiamoci per contorno l’arcivescovo Marcinkus, l’orso americano del mio Soldi Truccati. Ma Sindona era ancora in auge nonostante profugo negli USA di Cosa Nostra. Scrisse e tutta la stampa pubblicò: “pare che un certo Calogero Taverna le abbia chiarito le cose”. Si rivolgeva allo scattoso Guido Carli. Il Baffi mi sbeffeggiò in un convivio aziendale quale un quivis de polulo . Ora è la Cernigoi che fa il bis. Le avevo scritto: 6 giugno 18.17.40
lei dovrebbe essere l'autrice di foglietti infamanti il dottore Ettore Messana già ispettore generale di pubblica sicurezza. In contatto con la nipote di tanto grande personaggio della storia di Italia ho fatto e continuo a fare ricerche che la smentiscono in pieno Non so se reputa di procedere ad una sorta di resipiscenza operosa. Sappia che la signora Giovanna Messana non è persona da oppiare. Certo non ha avuto tempo per inseguire e perseguire codesti sedicenti storici fabbricanti di calunnie nei confronti del suo grande avo. Ma ora ha deciso.
Le avevo scritto molto riservatamente e a ben vedere in termini molto educati, ad onta del mio caratteraccio. Ma la Cernigoi sfacciatamente, in pubblico, dopo 14 giorni così osa irridermi (e contraddirmi):
La Nuova Alabarda 20 giugno • APPUNTI SU ETTORE MESSANA.
Ho ricevuto negli ultimi tempi alcuni messaggi da tale Lillo Taverna, che mi "accusa" di "essere l'autrice di foglietti infamanti il dottore Ettore Messana", del quale Taverna starebbe ricostruendo una biografia. In effetti ho avuto modo di scrivere alcune note su questa persona, denunciata come criminale di guerra alle Nazioni unite, basandomi su documenti ufficiali dei quali ho indicato anche la collocazione archivistica. Pertanto ritengo opportuno rinfrescare la memoria su questa persona.
Com’è noto, il 6/4/41 l’Italia fascista invase la Jugoslavia, in perfetto accordo con l’esercito di Hitler, creando la “Provincia italiana di Lubiana” e mettendo ai posti di comando dei propri funzionari. Così, a dirigere la questura di Lubiana fu posto il commissario Ettore Messana, che resse l’incarico fino a giugno 1942, e successivamente fu a Trieste fino a giugno 1943. Il nome di Messana risulta nell’elenco dei criminali di guerra denunciati dalla Jugoslavia alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra (United Nations War Crimes Commission). Il rapporto di denuncia, redatto in lingua inglese ed inviato dalla Commissione statale jugoslava in data 14/7/45 (Copia del rapporto originale in lingua inglese si trova nell’Archivio di Stato di Lubiana, AS 1551 Zbirka Kopij, škatla 98, pp. 1502-1505), lo accusa (sulla base di documentazione che era stata trovata in possesso della Divisione “Isonzo” dell’Esercito italiano di occupazione) di crimini vari: “assassinio e massacri; terrorismo sistematico; torture ai civili; violenza carnale; deportazioni di civili; detenzione di civili in condizioni disumane; tentativo di denazionalizzare gli abitanti dei territori occupati; violazione degli articoli 4, 5, 45 e 46 della Convenzione dell’Aja del 1907 e dell’articolo 13 del Codice militare jugoslavo del 1944”. Nello specifico viene addebitata a Messana (in concorso con il commissario di PS Pellegrino e col giudice del Tribunale militare di Lubiana dottor Macis) la costruzione di false prove che servirono a condannare diversi imputati (tra i quali Anton Tomsič alla pena capitale, eseguita in data 21/5/42) per dei reati che non avevano commesso. La responsabilità di Messana e Pellegrino in questo fatto è confermata da documenti dell’archivio della questura di Lubiana (oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Lubiana, AS 1796, III, 6, 11), che fanno riferimento ad una “operazione di polizia politica” condotte dal vicequestore Mario Ferrante e dal vicecommissario Antonio Pellegrino sotto la direzione personale di Messana, contro una “cellula sovversiva di Lubiana” della quale facevano parte, oltre al Tomsič prima citato, anche Michele Marinko (condannato a 30 anni di reclusione), Vida Bernot (a 25 anni), Giuseppina Maček (a 18 anni) ed altri tre che furono condannati a pene minori. Messana e gli altri furono anche accusati di avere creato false prove nel corso di una indagine da loro condotta, in conseguenza della quale 16 persone innocenti furono fucilate dopo la condanna comminata dal giudice Macis. Si tratta dell’indagine per l’attentato al ponte ferroviario di Prešerje del 15/12/41, per la quale indagine, come risulta da altri documenti della questura di Lubiana dell’epoca, Messana, il suo vice Ferrante, l’ufficiale dei Carabinieri Raffaele Lombardi ed altri agenti e militi furono proposti per onorificenze e premi in denaro per la buona riuscita delle indagini relative: Messana ricevette come riconoscimento per il suo operato la “commenda dell’Ordine di S. Maurizio e Lazzaro”. Il 21/9/45 l’Alto Commissario Aggiunto per l’Epurazione di Roma inviò una nota al Prefetto di Trieste nella quale era segnalato il nome di Ettore Messana. Il Prefetto richiese un’indagine alla Polizia Civile del GMA (ricordiamo che all’epoca Trieste era amministrata da un Governo Militare Alleato e la polizia era organizzata sul modello anglosassone), il cui risultato è contenuto in una relazione datata 6/10/45 e firmata dall’ispettore Feliciano Ricciardelli della Divisione Criminale Investigativa, dalla quale citiamo alcuni passaggi. “Il Messana era preceduto da pessima fama per le sue malefatte quale Questore di Lubiana. Si vociferava infatti che in quella città aveva infierito contro i perseguitati politici permettendo di usare dei mezzi brutali e inumani nei confronti di essi per indurli a fare delle rivelazioni (…) vi era anche (la voce, n.d.a.) che ordinava arresti di persone facoltose contro cui venivano mossi addebiti infondati al solo scopo di conseguire profitti personali. Difatti si diceva che tali detenuti venivano poi avvicinati in carcere da un poliziotto sloveno, compare del Messana, che prometteva loro la liberazione mediante il pagamento di ingenti importi di denaro. Inoltre gli si faceva carico che a Lubiana si era dedicato al commercio in pellami da cui aveva ricavato lauti profitti. Durante la sua permanenza a Trieste, ove rimase fino al giugno 1943, per la creazione in questa città del famigerato e tristemente noto Ispettorato Speciale di polizia diretto dal comm. Giuseppe Gueli, amico del Messana, costui non riuscì ad effettuare operazioni di polizia politica degne di particolare rilievo. Ma anche qui, così come a Lubiana, egli si volle distinguere per la mancanza assoluta di ogni senso di umanità e di giustizia, che dimostrò chiaramente nella trattazione di pratiche relative a perseguitati politici (…)”. Questa relazione è conservata in Archivio di Stato di Trieste, fondo Prefettura gabinetto, b. 18. L’Ispettore Ricciardelli aveva già svolto servizio in polizia sotto il passato regime fascista ed era stato internato in Germania sotto l’accusato di favoreggiamento nei confronti di ebrei che sarebbero stati da lui aiutati a scappare.
A fronte di tutto ciò ci si aspetterebbe che Messana sia stato, se non condannato per quanto commesso sotto il fascismo, quantomeno “epurato” dalla Pubblica Sicurezza. Invece lo ritroviamo nell’immediato dopoguerra nella natia Sicilia, a dirigere, alle dipendenze dell’ex funzionario dell’OVRA a Zagabria, Ciro Verdiani, un “Ispettorato generale di PS per la Sicilia”, un “organo creato per la repressione della delinquenza associata, e specificamente per la repressione del banditismo che faceva capo a Giuliano (il “bandito” Salvatore Giuliano, n.d.a.)” (questa definizione è tratta dalla sentenza di Viterbo, emessa il 3 maggio 1952 dalla Corte d’assise di Viterbo, presieduta dal magistrato Gracco D’Agostino, in merito alla strage di Portella della Ginestra del 1/5/47). Per sapere come i due alti funzionari di PS svolsero il compito loro affidatogli, leggiamo alcuni stralci dalla sentenza emessa in merito alla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini di Giuliano spararono sulla folla che si era radunata per festeggiare il Primo maggio, uccidendo undici persone tra cui donne e bambini e ferendone molte altre. “L’Ispettore Verdiani non esitò ad avere rapporti con il capo della mafia di Monreale, Ignazio Miceli, ed anche con lo stesso Giuliano, con cui si incontrò nella casetta campestre di un sospetto appartenente alla mafia, Giuseppe Marotta in territorio di Castelvetrano ed alla presenza di Gaspare Pisciotta, nonché dei mafiosi Miceli, zio e nipote, quest’ultimo cognato dell’imputato Remo Corrao, e dal mafioso Albano. E quel convegno si concluse con la raccomandazione fatta al capo della banda ed al luogotenente di essere dei bravi e buoni figlioli, perché egli si sarebbe adoperato presso il Procuratore Generale di Palermo, che era Pili Emanuele, onde Maria Lombardo madre del capo bandito, fosse ammessa alla libertà provvisoria. E l’attività dell’ispettore Verdiani non cessò più; poiché qualche giorno prima che Giuliano fosse soppresso, attraverso il mafioso Marotta pervenne o doveva a Giuliano pervenire una lettera con cui lo si metteva in guardia, facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell’orbita del Colonnello Luca (si tratta dell’ex generale dei Carabinieri Ugo Luca, che tra il 1949 e il 1950 coordinò l’uccisione di Giuliano in Sicilia”, già “uomo di fiducia personale di Mussolini”, come scrive Giuseppe Casarrubea in “Storia segreta della Sicilia”, Bompiani 2005) ed operava con costui contro Giuliano”. Quanto a Messana leggiamo che “l’Ispettore Generale di PS Messana negò ed insistette nel negare di avere avuto confidente il Ferreri (Salvatore Ferreri, detto “fra Diavolo”, sarebbe stato infiltrato nella “banda” di Giuliano per farlo catturare; Ferreri sembra essere stato tra gli organizzatori degli attacchi contro i sindacalisti a Partinico del 1947; fu ucciso dai Carabinieri pochi giorni dopo il massacro di Portella della Ginestra), ma la negativa da lui opposta deve cadere di fronte all’affermazione del capitano dei Carabinieri Giallombardo, il quale ripetette (sic) in dibattimento che Ferreri fu ferito dai carabinieri presso Alcamo, ove avvenne il conflitto in cui restarono uccise quattro persone; e, ferito, il Ferreri stesso chiese di essere portato a Palermo, spiegando che era un agente segreto al servizio dell’Ispettorato e che doveva subito parlare col Messana”; Salvatore Ferreri era “conosciuto anche come Totò il palermitano, ma definito come pericoloso pregiudicato, appartenente alla banda Giuliano, già condannato in contumacia alla pena dell’ergastolo per omicidio consumato allo scopo di rapinare una vettura automobile”. Verdiani morì a Roma nel 1952, e il suo “decesso fece in modo che il suo ruolo in quegli anni piano piano si dissolvesse sotto i riflettori”. Per approfondire la questione dei rapporti tra la “banda” Giuliano, l’Ispettorato generale di Messana e Verdiani ed i servizi segreti statunitensi ed italiani, nonché sul riciclaggio da parte di questi di personale che aveva operato con la Decima Mas di Borghese, vi rimandiamo al citato studio di Casarrubea, “Storia segreta della Sicilia”.


Non crederete che l’abbia lasciata in pace. L’ho costretta a offendermi e stizzita a chiudermi persino i canali di FB. Diversamente da lei si è invece comportato quel gran signore e profondo studioso del prof. Casarrubea. Come credo avete potuto leggere qui da me. Calogero Taverna
E' proprio così, caro dottore. Bisogna mettere in discussione verità date e cercare con altri strumenti, quelli della ricerca e della fatica personale, come fa lei, le verità che ci servono per il futuro.
28 luglio 2014
28/07/2014 16.16
La ringrazio proprio per queste Sue graditissime parole. Mi è rincresciuto che la Cernigoi mi abbia frainteso ed sia partita alquanto, mi consenta, istericamente. Avendo tutta la vita fatte ispezioni bancarie e tributarie la mia propensione è solo quella di cercare di intessere un dialogo col dio - di solito, il demone - ascoso nel profluvi di carte e documenti e contabilità e pezze d'appoggio e contraffatte dichiarazioni.
Proprio oggi mi sono recato alla Biblioteca Nazionale qui a Roma e ho consultato il 1919 del Giornale di Sicilia. Ho trovato corrispondenze sul celebre caso di Riesi. Sfido chiunque a dirmi che vi si parla di un certo commissario Messana. Se penso ai film, ai convegni all'ANPI di Palermo mi disoriento. Sono sincero: Lei cade nel trebocchetto teso da Li Causi. per ragioni che non so e in tempi molto sospetti, quando forse voleva far carriere nel PCI (e il carrierismo là fu feroce. ne so qualcosa di molto riservato) volle fare apparire il giubilato Ispettore Generale di P.S. gr.uff. comm. dell'Ordine di S. Maurizio e S.Lazzaro dottore Ettore Messana la reincarnazione di Bava Beccaris per la faccenda di Riesi, il negriero di Lubiana per l'istruttoria al processo Tomsic e il "compare" di Ferreri alis fra Diavolo.

In base alla mole di documenti e di ricostruzioni storiche che ho potuto condurre soprattutto per l'ausilio (magari non volontario) che Ella con i sui tre preziosi testi pubblicati da Bompiani, sono giunto alla conclusione che a Riesi Messana non c'era o se c'era il suo ruolo fu marginale e nessun tribunale ebbe mai ad inquisirlo; che la faccenda di Lubiana è uno dei tanti aspetti dell'insana guerra che volle Mussolini e che il Messana, quale subalterno del Ministero degli Interni, non durò a Lubiana più di un anno per non essere in grado di quelle ferocie che i fascisti militanti eseguivano. Ne ebbe conseguenze che rasentano la retrocessione finendo come in subordine a Trieste dove ad avviso degli stessi suoi denigratori non commise azioni di rilievo. Quindi non aderì alla RSI, fu destituito, privato di stipendio e scappò a Roma nascondendosi sino alla liberazione degli Americani quando poté tornare al Viminale e per la sua fede monarchica e forse per le sue protezioni massoniche ritornò in auge, destinazione Palermo. Qui visse suoi brutti momenti. Lei diligentemente scrive che ebbe a denunciare i criminali finanziamenti degli Americani all'EVIS. Fatto questo, che con più ampiezza e con maggior significato emerge dalle relazioni autografe del Messana al suo Ministro, quali ho rinvenuto in ACS (e mi pare che si tratti di ponderose relazioni non pubblicate da alcuno. Il collegamento con Ferreri fu un atto imposto. Lei stesso parla dell'incontro a Roma tra il padre del Ferreri, Aldisio e in subordine il Messana. Quale lo snodo di tale collegamento, io non ho dubbi di sorta ad accedere alla verità processuale di Viterbo e cioè alla deposizione esaustiva del Messana la cui prima interpretazione è quella letterale e le superfetazioni analogiche e dietristiche io le ripudierei anche per l'obbligo della "avalutatività" che bisogna seguire nelle scienze sociali. Per questo dissento dalla sua tesi dello Stato connivente, quasi prefigurazione dell'attuale processo di Palermo.
28/07/2014 16.24
Un lungo discorso che debbo correggere essendomi scappato per la mia solita imperizia informatica, per insinuare una mia proposta. Racalmuto è la patria di Sciascia, una Fondazione si erge a suo nome. Mi piacerebbe che Lei potesse presiedere un incontro  per la chiarificazione del ruolo e  - se vi sono delle colpe  - del compaesano racalmutese Ettore Messana, magari per stabilire se gli deve dedicare una strada in commemorazione oppure no, per comprovata indegnità. E mi PIACEREBBE CHE NELLA fondazione SI ISTITUISSE UNA SORTA DI SEMINARIO PER RICERCHE STORICHE NON PRECONCETTE DA LEI PRESIEDUTO. PENSO A GIOVANI CHE POTREBBERO ANDARE A STUDIARE LE CARTE ELLA NARA quali lei meritevolmente illustra nel suo LUPARA NERA (e credo altrove). E non mi dispiacerebbe che vi partecipasse anche la Cernigoi, sempreché desista dalle non provate accuse contro il Messana.
stasera ho inviato questo breve preavviso a Claudia Cernigoi:
lei dovrebbe essere l'autrice di foglietti infamanti il dottore Ettore Messana già ispettore generale di pubblica sicurezza. In contatto con la nipote di tanto grande personaggio della storia di Italia ho fatto e continuo a fare ricerche che la smentiscono in pieno Non so se reputa di procedere ad una sorta di resipiscenza operosa. Sappia che la signora Giovanna Messana non è persona da oppiare. Certo non ha avuto tempo per inseguire e perseguire codesti sedicenti storici fabbricanti di calunnie nei confronti del suo grande avo. Ma ora ha deciso.
13 giugno 2014
A QUELLI DEL CICOLANO
Signori miei, è inutile che ci giriamo attorno. Di fronte ad una pagina come questa del Lugini, l'ottocentesco medico Domenico Lugini c'è da rimanere esterrefatti. C'è forse una lapide commemorativa a Santa Lucia di Fiamignano? No! Perché? per campanilismo. Prima non era di Petrella e a Romanin non interessava; ora non è del Corvaro e non dico a chi non interessa, ma il nome ce l'ho sulla punta della lingua.
Una epigrafe di sconvolgente sapienza storica, dove sta? nel museo dell'Aquila? Ci sta ancora dopo il terremoto?
E' quella sotto? corrisponde al vero che trattasi di "un frammento di epigrafe in lingua OSCA che trovasi nel pavimento della vasca della fontana della villetta di Collemaggiore. Ricorda un 'Meddixtuticus' di NERSE"
Sempre colpa degli altri? Non è colpa anche nostra? Anche mia, che frequentando da quarant'anni Baccarecce e Santa Lucia di Fiamignano non ho attivato i canali cui potevo accedere per il debito recupero?
Questa estate ho parlato con il signor sindaco di Pescorocchiano: una grandissima e degnissima persona, credo che abbia detto: "ma questo è un marziano, cosa viene mai a rompere gli zebedei a me".
Perché gli ho rotto gli zebedei?
a) perché deve recuperare la tassa sull'occupazione del suolo pubblico da parte di codesti imprendibili privati arraffatisi il fascista ma giuspubblicistico LAGO DEL SALTO;
b) perché Nerse non è PROPRIETA' della CURIA VESCOVILE ed io che sono comunista me ne frego dei vescovi tanto amici dei democristiani tanto potenti anche bancariamente a Pescorocchiano. E perché la Curia non è proprietaria? Andate a guardare il catasto. Già, ed allora salta tutta la proprietà immobiliare del Cicolano vittima del geometra CAVALLARI. Ed a me che me ne frega! E tu PUBBLICO UFFICIALE sei condannato ad agire altrimenti incappi in omissioni di atti d'ufficio, in omissione di rapporto SENZA INDUGIO. Già e così non mi eleggono più! Già: e non ti eleggono più. E chi se ne frega.
c) Guardi che dice qui: che si tratta di lingua OSCA. Sa che significa che qui in questo paradisiaco lembo di terra ma in capo al mondo fioriva una civiltà, OSCA, ancor prima che i romani riuscissero ad imparare ad usare l'aratro a chiodo per quella nota storia di Romolo e Remo. E allora? Allora occorre che questo che è un PATRIMONIO DELL'UMANITA' diventi tutto un museo per la salvaguardia di beni irripetibili. Dunque sfrattiamo, per iniziare, la Curia per possesso abusivo di ciò che è inalienabile, imprescrittibile, inusucapibile. Sì e così non mi eleggono più ancor più che pria!!!
d) Ma basta? no. Bisogna indagare sull'origine del legittimo acquisto di quello che è il museo personale dei MORELLI.
Dove? a Nesce.
Etc. Etc. Calogero Taverna
E’ il 5 marzo 1574. A Poggio Poponesco arriva il terribile visitatore Pietro Camaiano, noto anche nei testi di storia nazionale e della chiesa di quella scombussolante metà secolo del risorgente umanesimo. La sua visita in tutta l’intera diocesi reatina è bene inquadrata, trascritta ed annotata dal prof. Vincenzo di Flavio - una miniera che andrebbe socializzata nell’intera provincia, comune per comune, mettendo mani anche al portafoglio degli enti autarchici coinvolti.
Da lì sono scaturiti appunti già resi noti ad illustrazione del collegato centro abitativo di S. Elpidio, quello della sopra spiegata lapide. Non è tanto una digressione quanto un completamento dell'indilazionabile richiamo alla doverosità di interventi pubblici razionali e coordinati per una impellente salvaguardia del patrimonio archeologico, storico e di risalto ben oltre i lmiti di un qualsivoglia e comunque giudicabile angolo visuale localistico. Qui è in gioco un patrimonio dell’umanità negletto e reso sempre più fatiscente. Ogni richiamo è dunque oltre che doveroso improcrastinabile.
Pietro Camaiano salito sul l'altura del Castrum fa annotare ai suoi amanuensi che sotto vi era un importante oratorio "oratorium S.Tomae. Rector D. Marius Antonii" Chi era questo don Mario Antoni?
Pievano ancora non affermato, ma appartenente ad una famiglia di preti molto radicati nella ripartizione delle parrocchie e delle rettorie del Cicolamo, per il momento detiene solo codesta rettoria ai piedi del Castrum di Poggio Poponesco. Ampia, potente e ramificata è la schiera degli ecclesiastici di quella famiglia di Antoni, che per vari indizi ci pare quella che poi diede la spinta alla conquista del feudo della Baronia, gli Antonini appunto. Da qui già emerge l'opportunità che con i debiti doverosi finanziamenti pubblici si redigano i quadri prosopografici del Cicolano, secondo ormai la già consolidata scuola prosopografica.
A Corvaro, infatti, dominava il canonico don Angelo Antoni; don Cesareo Antoni è rettore ben remunerato; come beneficiario risulta Domenico Antoni; emerge pure Francesco Antoni; Giacomo Antoni è canonico; tante prebende per don Giovanni Antoni; spiccano pure don Giovanni e don Giovanni Francesco; semplice chierico è invece Giovanni Paolo di Cabbia; ragguardevoli canonici sono Luca e Marco Antonti; importante frate conventuale è Marco Antoni da Roccarandisi; spicca don Mario Antoni come rettore di Poggio Poponesco, come si è detto; e in ultimo abbiamo il canonico Sante Antonini.
Il Camaiano fa annotare burocraticamente: "l'oratorio di San Tommaso sorge entro il Castrum Podii Poponischi" su cui si estende la giurisdizione dell'illustrissimo don Pompeo Colonna: La fabbrica è discreta ma fanno rifatte le coperture di alcune parti del tetto. Come di consueto, aggiunge che l'intonaco va riparato e quindi imbiancato. Si mettano vetrate nelle finestre del lato destro, quel particolare tipo di finestre volgarmente chiamate "impannate". Sia dotata la porta di una buona chiave e che resti chiusa nei tempi morti. Certo per esiguità delle rendite l'altare è malconcio e pertanto si eviti di celebrarvi messa. Si provveda comunque a dotare la chiesa di portantina, pallio, e di un calice sacro, delle suppellettili insomma necessarie al sacrificio della santa messa. Necessita anche una croce con due buoni candelabri e in fondo all'altare si faccia dipingere una sacra immagine. Al rettore, don Mario Antoni, vanno appena 5 Giulii annuali. Ad ogni modo deve esibire le lettere della sua officiatura.
E subito il Camaiano scende giù nel molto più importante centro abitato, Fiamignano.
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Non è inopportuno riportare certi stralci della stampa che si è occupata della questione.
Santa Lucia di Fiamignano ha una gloria perenne: la coltissima ed molto erudita penna del medico Domenico Lugini. Da quel vetusto testo si può dissentire, ma non se ne può prescindere; lo si può (e lo si deve) migliorare, integrare e correggere come ha fatto il vostro espertissimo Marco Buonocore nei vostri pregevolissimi quaderni; eppure costui specifica: “Lugini …. [riconsidera] la raccolta epigrafica berlinese portando a conoscenza quei documenti iscritti che solo la sua conoscenza capillare di quella zona era in grado di compiere”. Io, l'altra sera, Lugini non l'ho sentito citare neppure per sbaglio, Che vi sia preclusione campanilistica?
Fulcro del vostro interesse, gira e rigira, è la Grotta c.d. del Cavaliere. Meritevolissimo e apprezzabile interesse. Solo però che se diventa mania monotematica, perde di pregio. E Lugini e Grotta c.d. del Cavaliere alla fine sono inscindibili. Apprendo da Lugini (pag. 43) “ gli avanzi delle mura pelasgiche …. fra Alzano e Monte Maggiore [sarebbero] gli avanzi del tempio di Marte ricordato da Dionisio”. Tra codesto tempio e la Grotta c.d. del Cavaliere vi sono attinenze, contiguità, collegamenti?
La grotta del Cavaliere – mi pare – ha tre date importanti: 1830, data della sua scoperta (?) da parte di codesto archeologo inglese per nascita ma romano di adozione, collegato col sommo Vespignani, marito tranquillo di una splendida romanina di trent'anni più giovane ; 1981, sua riscoperta e specie dopo il rinvenimento di una malcerta epigrafe votiva, suo magnificato accreditamento a ipogeo cultuale; quest'ultimo ventennio, oggetto di accuratissimi studi e ricerche da parte del dottore Cesare Silvi.
Mi permetto di osservare: il nome è equivoco e mi sembra congettura simpatica quella di associare il toponimo Cavaliere all'archeologo inglese, appunto perché inglese; se ipogeo dedito al culto dei morti, occorre scientifica investigazione per saperne di più su tale presenza religiosa ad Alzano, trattandosi in definitiva di ipostatizzazione di una delle tante discese agli inferi, vuoi come quelle omeriche vuoi come quella sfumata virgiliana (meglio collegabile con tale manufatto d'epoca romana). Potrebbe anche trattarsi di devianze esoteriche non rare in epoca tardo impero. Sia chiaro una semplice pietra votiva non ci dice molto. Ma allora perché non fare scavi stratigrafici e appuramenti archeologici non dilettantistici? Non sono per il momento fattibili? La progettazione e lo studio propedeutico è sempre possibile.
Resta l'arcano del collegamento tra il tempio di Marte del Lugini e questa grotta dall'equivoco nome. La scienza progredisce per espansioni, non certo per preclusioni campanilistiche.
Nella letteratura – e non parlo solo di Lugini – queste misteriose mura del Cicolano si sono sempre chiamate Pelasgiche o Ciclopiche, termine forse improprio ma sempre inequivocabile. Se oggi giapponesi (estremamente curiosi, si sa) e cinesi (i turisti dell'avvenire, secondo me) vengono da 'ste parti abbacinati da letture sull'arcano delle mura pelasgiche o ciclopiche e si avventurano tra questi affascinanti Monti Cicolani, chissà quale loro delusione vedendole volatizzare per dar posto a incolori, inespressive, insignificanti MURA POLIGONALI. Perché si sono cambiati nomi e toponimi consolidati? Per pignoleria scientifica? Per far dispetto al vicino ma non amato Lugini? Solo se unite le diverse scuole di pensiero, solo se fra loro si accende un rispettoso dialogo, si fanno salti di qualità. Diversamente si cade in un mercantilismo che fa presto ad esaurirsi, specie se incombono epocali crisi involutive in campo economico.
Si vuol portare alla Grotta c.d. del Cavaliere lo sbocco di un'importante arteria stradale d'epoca romana? Se si fanno congetture, perché no? Ma congettura per congettura, resto legato all'ipotesi del Lugini (cfr. pag. 58). Ho sbirciato il lavoro della Migliario pubblicato sempre nei vostri pregevoli quaderni. Mi riservo di approfondirne lo studio. Spero che il Geometra Mario Balduzzi ripercorra le investigazioni del nonno – anche lui ha conoscenza unica del territorio - e magari filmando dimostri quanta ragione aveva il Lugini. Forse Virzì se ne dispiacerà, ma, via!, ha da ricavarne spunti anche lui, più avvincenti di quelli a dire il vero molto avvincenti che ci ha illustrato l'altra sera.
Occorre dialogo. Ho sentito che la struttura ecclesiale del Cicolano è poco nota. Falso: specie dopo la pubblicazione dell'immane lavoro di Vincenzo di Flavio (anno 2010); ce n'è materia per puntualizzazioni. Ad esempio tanto vi ho appreso sulla chiesa di Santa Lucia tanto cara al vostro socio Antonio Marrucci, che tanta, troppa materia ha su questa fabbrica cultuale, a presidio di un'antica statio romana, nonché di un crocevia di diversa ma continua importanza nell'evolversi delle realtà storiche. Mi chiedo perché, in occasione delle prossime celebrazioni di Santa Lucia, don Maceroni, il dott. Di Flavio, il dottor Cesare Silvi, il dottor Antonio Marrucci, il prof. Buonventre, l'architetto Filippo Balduzzi e la sua collega che hanno studiato quella chiesa, e, se è permesso, un forestiero quale io sono (che pure qualche fruttuosa ricerca anche negli archivi segreti vaticani li ha fatti, forse demolendo taluni idola teatri), tutti costoro o taluni o anche tal'altri non vengono adunati nelle scuole di Santa Lucia da codesta meritevole rivista per una tavola rotonda coordinata da don Maceroni o magari da Lei stesso su questo capisaldo della locale storia (romana a mio avviso), forse bizantina, credo non longobarda, borbonica, con grave dispetto del vescovo reatino, e delle stranezze dell'Acotral di un tempo o della Cotral d'oggidì? Che paradigma dell'intera storia del Cicolano e quindi di Petrella, Pescorocchiano, Borgorose e Fiamignano, così tanto per mia spocchia geografica!
Ai piedi del vecchio diruto Poggio Poponesco sorge un convento antico ma non antichssimo; ai tempi in cui scriveva il Lugini era ancora in piedi ma adattato a carcere mandamntale. Quel che incuriosisce noi è quale ruolo, quale servizio sociale, quale necesstà misionarie potè avere un cenobio in zona comunque inospitale, staccato da un catrum con tante esigenze ma anche compiti difensivi. legato più ad un decadente centro urbano che non al piuttosto lontano nuovo centro abitativo (Fiaminano).
Studi, ricerche, convegni ve ne sono stati, ma non pare atti a dipanare almeno uno dei tanti dilemmi dei quali ne abbiammo abbozzati solo alcuni. Nel nuovo millennio, al Cicolano vanno destinati fondi pubblici, attenzioni scientifiche e persino misure riparatrici. Se n'è già scritto e con toni anche ripiccati.
Resta singolare che un convento francescano - in sospeso tra il fortilizio medievale e il nuovo sempre più egemone centro abitativo che tanti esuli, ovviamente scontenti, dal vetusto Poggio Poponesco, in crescente fase di fatiscenza, hanno avviato e ravvivato con cipisglio consono ad una insorgente piccola borghesia in terre feudali di grandi signori disrtti a Roma - possa ivi sorgere e consolidarsi..
Quel convento ad ogni modo, se non dei primordi della irrefrenabile diffusione francescana, la segue da presso. Nelle approfondite e professionali ricerche di Luigi Pellegrini (in Chiesa e Società dal secolo IV ai giorni nostri - Italia Sacra n. 30) questo convento ai piedi di Poggio Poponesco non è citato. Insomma nel celebre "Provinciale Ordinis Fratrum Minorum" di fra Paolino da Venezia non è presente, mentre lo è quello di Radicaro (il n, 8 sub tituolo S. Jacobi de Radicaro, in Custodia Reatina). E qui possiamo risalire al 1230. "segnalati da Fra Paolino da Venezia appaiono già fondati e operanti [conventi francescani] nel 1230., ibidem).
Una cosa comunque resta evidente che tra il 1230 e i primi del Novecento, quel convento l ospita i nuovi soldati del Poverello d'Asssii che con sai lisi, con cingoli, questuando poveri tra poversi, e Poggio Poponesco a monte e Fiamignano nei dirupi di sotto, venivano catechizzati, edotti nelle cose di Dio, educati ad una religione sobria e caritatevole, ed in un certo qual senso addottorati. Pecore, capre ,bovini, terre aspre. ed orti in piccoli fazzoletti di terra servivano ad uomini che accudivan loro ma secondo fede in Dio nella evangelica predicazion di un francescanesimo sobrio e con miserie umane come tutti e come sempre ma temperate, mortificate. Ne è nato un costume di vita che ci pare di cogliere ancora quando, estranei, villeggiamo nelle calde estati, fuggitivi da Roma in calore tra foschie deprimenti.
La chiesa di Sant'Elpidio è ben descritta (nella sua decrepitezza del 7 marzo del 1574) dal vescovo visitatore Camaiani. S. Elpidio era allora dominio di Giovanni Giorgio Cesarini mentre il territorio contiguo apparteneva al celeberrimo Pompeo Colonna. La chiesa era "inornata et incomposita"; aveva tetto fatiscente solcato da "rimis" (al mio paese si chiamano 'gutteri'; voi non so) " “ et pluvia tutum reddendum" ( come dire che bisognava adoperarsi per non continuare a farvi diluviare dentro). Cento i nuclei familiari, quasi 500 abitanti che per allora e per paesi di montagna erano davvero tanti. Là non si parla di reperti archeologici, ma mio cognato Antonio Marruci mi assicura che dopo vi fu un vescovo reatino diligentissimo in queste cose. Sia come sia, per me varrebbe di più il recupero di quel tempietto romano di cui parla il Lugini ove rimaneva ancora affissa la lapide ora elevata a improbabile decorazione di una parete interna di una chiesa cristiana sicuramente a suo tempo eretta per sommergere ogni residuo di un meraviglioso culto pagano. (Mi permetterà di avere in cose di religione, gusti opposti).
Poggio Poponesco - un sito archeologico da salvare -un unicum per l'archeologia medievale.
In un vecchio atlante geografico del '700 POGGIO POPONESCO appare, vivo, vitale, distinto ed autonomo. Ai suoi piedi, sotto la sua egemonia si distende tra dirupi sino al vecchio fiume Fiamignano, ma appare chiaro che è altra cosa.
E' la vetustà delle origini innanzi tutto a distinguere il vecchio insediamento abitativo POGGIO POPONESCo appunto dal languido defluire d i casali modesti accanto alle pretenziose dimore dei nuovi ricchi del tempo FIAMGNANO.
E sopra Poggio Poponenso, come vertice egemone il Csatrum, medievale senza dubbio, ma antico sino ai tempi del dominio dei frati farfensi che sinora solo il grande Lugini ha cercato di sbirciare. Nel mezzo di una teoria di castelli mediaveli, Il Lugini ne conta una trentina. Nessuna ricerca storica, nessuna salvaguardia corale, nessuna spesa "produttiva". Solo l'assurdo di qualche ottuso campanilismo che di un qualcuno di codesti manieri ne ha fatto il topos di una delle più inverosimili tregende cinuecentesche. Buona cosa se in contiguità ad una esaustiva ricerca; pessima, se sbriciolante un bel quadro d'assieme
Ed in relazioni a tanti castelli, ma a noi qui interessa per necessità di tesi solo il Castrum di Poggio Poponesco., sempre il lodevolissimo Lugini getta una luce non ancora adeguatamente scandagliata tra castello e rete viaria nel reatino antica e collegabile all'anno 1151 e alle notule farfenses degli anni 1148 e 1149. Si finanzino pure tracciati incredibili che dall'estremo Nord arrivano sino a Pachino, ma si dia preminenza agli studi e alla salvaguardia dei luoghi nell'alveo serio e scientifico impostoci dal Lugini (pag. 132)..
Quindi il castrum sopra Poggio Poponesco è faccenda farfense e pertanto dislocabile nella prima metà del XII secolo? Il Castrum, molto probabile - occorrono scavi mirati, scavi stratigrafici. sondaggi addirittura da laboratori nucleari (come sperimentato positivamente a Catania, con la civiltà sicata il cui epicentro sarebbe Racalmuto ma per giochi di poteri traslati a Milena). Quanti soldi occorrono? Tanti, tantissimi, ma frattanto perché non si inizia con meno, molto meno, con ricorso a fonti più discreti ma più accessibili? Posso lamentare incurie ancestrali (quando rinasce il medico Lugini?) posso ravvisare incurie, inidoneità, abulie, campanilismi gretti ed ostativi. accidie, indolenze, dispersioni colpevoli?
Ma basta non perseverare. A chi serve il processo al passato, anzi ad un rosario di occasioni perdute.
Ma il centro abitativo, no! E' di molto antecedente. Ci soccorre sempre il Lugini con queste due epigrafi: la dodicesima e la tredicesima: Molto più complessa, ricca e di importanza storica, politica e giuspubblicistica sconfinata. A noi è bastato esibire la foto della lapide murata improvvidamente esenza alcuna raffinatezza culturle in alto all'interno di unciesa cattolica a S. Elpidio - adirittura con la compiacenza di un rappresentante delle autorità di settore ui incombeva qualche dovere di rapporto - al ua specialista francesse che subito mi inabissò on una marea di dari scientifici, storici ed istituzinali degni di un gran trttato di diritto roano, spunti che abbaiamo passato a QUELLI DEL COCOLANO che senza inducia e con molta ortesia hanno reso di pubblica ragione, nel territorio.
Figurarsi de dovessi sottoporre il quesito circa il significato di vasche, fistlae e sigilla ahenea in una lapide romana. E questa lapide dove è stata rinvenuta: nell'ex "convento dei cappuccini di Fiamignano, come dire ai pidi di Poggio Poponesco. Quindi Poggio poponesco risale per lo meno al primo secolo dell'era cristiana.
Non tutto merito del Lugini, ma Grutero (1020, 4, 5), Doni (11, 17) Martelli (tom. II, p. 160), Garrucci (pg. 163 del Bullettino. E come se non bastasse addirittura il Mommsen (I.N. 57 13) al tempo del Lugini edora nei ponderosi epigrafi del CIL.
Ma tanto ben di dio è stato preso in considerazioe in ltre un secolo? Se non andiamo errati, solo la lodevole ma impari inziativa di un volenteroso dilettante locale. Che hanno fatto le autorità di setore? Quale ancor piccolo investimento le dispendiose e dispersive fonti pubblche? Non è arrivato iltempo di riparare.
Alorabastano due milleni di vita per Poggio Poponesco? No! ancora più indietro. Accanto alcastrum squadre di archeologi professionisti stranieri hanno rinvenuto, studiato, salvaguardato (almeno pro tempore) un insediamento umano preistorico. Vi sono pubblicazioni; non ho avuto modo di studiarle e valutarle. Comunque cose pregevolissime, egne dello stadio scientifico raggiunto nel settore. Cose che in ogni caso non possono venire lasciate - come credo che avvenga-all'incuria ed alla omessa vigilanza,ad un pascolo in mano a sonnecchiosi e talora infoiati albanesi (certi fatti di cronanca sono quelli che sono e pur un filntropo non razzista come me ne resta turbato. Un intensificarsi della viglanza campestre non sarebbe aupicabile, sia per le nostre donne, sia per il buon nome della quasi totalità degli extracomunitari costretti ad inselvatichirsi cone pecore, porci e bovini quanto in egole con le esose pretese del fisco e ell'Inps non so.) Aggiungas che quei ritrovmenti sul crinale di un'altissima montagna non patrimono dell'umanità ome il castrum, come l'abitato residuo (m di questo dpo). Non vi sono costi cospicui che possano assolvere da inadempienze e da carenze di investimenti necessari, improcrastinabili, ineludibili, impellenti.
E quanto all'epigrafia romana dell'intero Cicolano e specificatamente a queste due ladipi di Pogio poponesco non vi sono parole pr sottolilearne l'importanza. A mo' di esempio, facciamo qui un richiamo d qantosi è di recente polemizzato in ordine ad una lapide egrafale ogi mal posta in una chiesa di S. Elpidio. Rieniamo di voner qui riportare i termini essenziali del corelato dibattito:
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Didattito sull'epigrafia del Cicolano - La lapide di S. Elpidio

Oggetto: progetti culturali per la rinascita del
paese di Racalmuto

Un gruppo di cittadini racalmutesi, particolarmente sensibile ai problemi della crescita culturale dei paese, ha già mosso i primi passi,come emerge dal verbale che  qui sotto si riproduce, per cercare di  lanciare iniziative  ai fini di vivificare  le strutture pubbliche  esistenti a Racalmuto.

Non v'è gerarchia di sorta, né disciplina alcuna. Volontariato puro e attaccamento anche morboso a questo nostro BORGO NATIO di RACALMUTO.

In questo contesto Le chiede un incontro onde appurare il grado di fattibilità delle nostre proposte, disponibili sempre a cooperare con L'Amministrazione nei modi e nei tempi che Ella vorrà indicare.

Sicuri in una positiva accoglienza della presente, cui qui sotto si allega il cennato verbale si ringrazia e si porgono i sensi di stima con i fervidi saluti dell'intero gruppo. 


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Racalmuto


Esiste un modello di sviluppo cittadino attraverso la cultura.
Può la cultura, realmente, fungere da traino per lo sviluppo di una piccola città di provincia? È la domanda che da qualche tempo ci si pone e alla quale da qualche tempo sono date delle risposte “politiche” fortemente inadeguate. Esempio lampante per la nostra città quanto è avvenuto alla fine del secolo scorso, precisamente, nel 1996 con la proposta che veniva dalla Fondazione Nievo per la creazione di Enti, denominati «Parchi letterari» i quali secondo il progetto iniziale avrebbero dovuto essere degli incubatori d’iniziative e idee ante litteram e che alla fine fallirono miseramente perché fortemente condizionati da personaggi che ruotavano intorno alle strutture che in brevissimo tempo portarono al completo naufragio dell’idea iniziale. Esempio emblematico, ancora una volta il caso del Parco Letterario “Regalpetra” che approvato in prima istanza, è messo in naftalina, successivamente ripreso, sembra per l’ovvio e onnipresente interesse politico che aveva necessità di elargire denaro pubblico non più alla struttura iniziale prevista, ma a gruppi specifici. Così alla fine a Racalmuto centro primario dell'iniziativa, furono destinate somme irrisorie, del già esiguo contributo, finito in ristrutturazioni di locali mentre l’asse d’interesse fu spostato altrove, tradendo quello che era la premessa iniziale del progetto, lo sviluppo attraverso la cultura, tutto grazie all’intervento di forze politiche poco interessate allo sviluppo cittadino reale.
Questo l’antefatto, tuttavia attorno all’ipotesi di sviluppo attraverso la cultura si continua a discutere ed è proprio questo che ha visto seduti attorno ad un tavolo un gruppo di cittadini di Racalmuto, i quali, ovviamente, credono a questa ipotesi e in virtù di questo convincimento hanno elaborato un piano di sviluppo territoriale che fa leva su quanto il territorio offre e mette a disposizione per questa ipotesi. Promotore dell’iniziativa il dottor Calogero Taverna, che ha riunito attorno ad un tavolo di lavoro, Francesco Marchese, Alfonso Lo Sardo, Salvatore Picone, Gaetano Scimè, Luigi Falletti.
Ipotesi per un piano di azione di sviluppo territoriale
Le considerazioni iniziali del Dottor Taverna, hanno subito puntato verso l’interazione e la collaborazione con la Fondazione Sciascia, Ente presente sul territorio che pur avendo notevolissime possibilità di espansione e di sviluppo per svariati motivi non è mai entrata “nei cuori” dei racalmutesi, relegando di fatto ogni sua iniziativa ad un ristretto nucleo di interessati. Sulle cause ed i motivi di questo “distacco” molte sono le congetture, ma si è preferito passare al piano di azione operativo che vede in questi punti le principali direttrici da sottoporre congiuntamente all’amministrazione pubblica e al CdA della Fondazione:

Il territorio di Racalmuto, antropizzato fin dal periodo neolitico per la presenza delle miniere di sale, ha conservato pressoché intatte nel suo territorio le tracce del suo importante passato, fatte salve le zone che nel corso degli anni sono state sistematicamente depredate da tombaroli come ad esempio il territorio afferente al sito conosciuto come “Grutti di Fra Decu” o “Anime Sante”. Questa consapevolezza di straordinaria importanza storica, tale in certi punti da poter riscrivere la storia del passato dell’intera isola non è mai stata oggetto di alcuna campagna seria di studio e scavi. Consapevoli della relativa mancanza di interesse da parte delle amministrazioni politiche siciliane che per incompetenza o mancanza di fondi, non hanno mai ipotizzato lo sviluppo di un territorio attraverso la salvaguardia e la gestione delle vestigia del passato. Pertanto, l’attivazione di una serie di studi e di ricerche sul territorio potrebbe già fornire una base da cui partire.
Racalmuto, ha avuto nel suo recente passato alcuni protagonisti della storia della nostra nazione, uno dei quali ha suscitato una lunga serie di studi sul proprio operato divenendo protagonista di una lunga querelle storica che giusto in questi mesi ha visto una sua vivace ripresa. L’ispettore di Polizia Messana e la sua azione operativa durante il periodo del suo lungo servizio di casa Savoia prima e della Repubblica dopo hanno messo in luce diversi aspetti che meriterebbero adeguata attenzione e studio.

Il tessuto urbano antico di Racalmuto, ha subito nel corso degli anni un progressivo abbandono a causa del fenomeno dell’emigrazione, ripreso negli ultimi anni a causa della gravissima crisi economica che ha di nuovo colpito il meridione cui ha dato il colpo finale l’elevatissima tassazione cui sono sottoposti gli immobili che in più di un caso hanno portato alla cessione degli immobili o alla demolizione degli stessi. A questo va associato il disinteresse dei proprietari verso talune loro proprietà il cui recupero potrebbe fornire a Racalmuto altre e nuove ipotesi di sviluppo.

Il comparto dell’agricoltura langue sotto il giogo di leggi inique e orientate ai prodotti esteri, quasi sempre inferiori in qualità commerciale rispetto ai nostri i quali tuttavia pagano lo scotto di numerosi passaggi che ne fanno lievitare i costi e che però non garantiscono alcun guadagno ai produttori. Nel nostro territorio esistono ancora numerose specie di frutta “minore” che nell’ottica del mantenimento della biodiversità che è uno dei cardini di expo 2015.
Posti queste premesse è necessario:

Creare un collegamento stabile e duraturo all’interno della Fondazione Sciascia con il quale sviluppare progetti di interesse culturale. Ognuno per propria competenza e possibilità potrà così afferire alla Fondazione nuova linfa e nuovi linguaggi. (Storia, Musica, antropologia).

Utilizzare l’egida della Fondazione per la partecipazione ai bandi per l’incentivazione e lo sviluppo della Cultura e del potenziamento dell’identità dei luoghi e del territorio, che tra poco saranno emanati dalla Comunità Europea.

Utilizzare, ove possibile, la tecnica del crowdfunding per la realizzazione dei progetti base per lo sviluppo territoriale.

Potenziare e sviluppare la produzione di beni agricoli d’eccellenza usando le più avanzate tecnologie (cultura idroponica, coltivazione fuori terra) e nel contempo preservare e catalogare tutte quelle sementi e frutti che costituiscono vera ricchezza territoriale.

Attingere alla progettazione e programmazione europea attraverso, se necessario, l’apporto di apposite società di progettazione, per il recupero dei beni urbanistici territoriali, ricorrendo ove necessario all’acquisizione del bene.
Il nostro augurio è che le idee progettuali espresse ed il desiderio reale di poter contribuire allo sviluppo territoriale, lontani da ogni logica di interesse di parte espresso dalla politica negli ultimi anni, possano trovare accoglimento presso gli enti interessati e maggiormente tra coloro i quali credono nelle enormi potenzialità del territorio.


Luigi Falletti     Calogero Taverna      Francesco Marchese


Gaetano Scimé   Alfonso Lo Sardo

per noi racalmutesi si chiaman così


nomi racalmutesi di fiori ed edrbe selvatiche

nomi dialettali racalmutesi di fiori ed erbe selbatiche