sabato 2 febbraio 2013

Lettera a Cancellieri .. un anno dopo. Illegittimi recuperi TARSU a Racalmuto, ma la Ministra tace


Alle donne ed agli uomini di buona volontà di Racalmuto;

A chi ama Racalmuto;

Ai blog ed ai Web di tutte le tendenze puntati su Racalmuto;

Ai permalosi COMMISSARI romani di stanza a Racalmuto;

e, p. rimembranza alla MINISTRA CANCELLIERI

 

Or è quasi un anno che inviai questo post alla Ministra degli Interni; tentai con e-mail: inutilmente; scrissi per posta: silenzio assordante.

Bussate e vi sarà aperto dice il Vangelo; ma è inutile bussare  agli apparati prefettizi agrigentini, a quelli del Viminale, a quelli provvisori del convento delle Clarisse a Racalmuto; usa pure i toni più disparati, dal sussiegoso all’osceno, dal remissivo all’arrogante: non c’è posta per te. Soltanto qualche flebile eco dispensata a qualche servile foglio locale.

Signora Ministra, se poi sono stato scurrile sino alla minzione, dovrebbe pur capirmi: non sono tipo sottomesso e dimesso: controlli le pizze di qualche ventennio fa che si conservano nella caserma della BENEMERITA  in affitto a Racalmuto

Le giungerà qualche eco di questa? Forse che sì forse che no: ma pazienza, per Lei lo sfratto dal colle romano a nome Viminale è già operativo; chi Le succederà dovrà pur prendere “visione” di queste ed altre simili carte lasciate in sospeso, senza quel burocratico timbro “AGLI ATTI”, o no?

Calogero Taverna

l'antico stemma di Racalmuto


Carissimo Agato,

scusami se non ti ho scritto prima: non ho avuto lo scanner disponibile. Ti mando subitola foto dello stemma di Racalmuto. La foto è bruttissima, ma il quadro è deteriorato. Ad ogni modo eccotene alcuni cenni esplicativi:


Sopra :corona comitale dato che Racalmuto era contea.

La forma a cuore andrebbe rettificata, apparendomi davvero inaccettabile;

le bande gialle sono le migliaia di abitanti (cinque e mezzo all’epoca; dieci scarse oggi)

sotto il campo rosso, segno di guerra e di conquista.

Con cartiglio andrebbe aggiunta la dicitura:

(ove non leggibile: terra et castrum Racalmuti)

Racalmuto ebbe origini sciane (popolo autoctono del II millennio a.C., sicono-micenee; magna Grecia, e quindi influssi della Roma Repubblicana, forte incidenza della Roma imperiale (penso ai labari di Augusto), greco-bizantina e quindi araba, berbera, saracena, normanna, sveva, aragonese, savoiarda, austriaca, borbonica, dei Savoia, Crispina, giolittiana, fascista, americana, democristiana, socialista-craxiana, berlusconiana: tanti simboli oscuri da inventare, labari e gagliardetti storici, e poi tante bandiere in un tripudio falsamente garrulo, in un incubo sopraffattore, nella voglia di una liberazione sociale irraggiungibile forse con il miraggio di una bandiera rossa lassù tra le brume del castelluccio. Povero emblema racalmutese con la sua stinta corona comitale! Eccoti come vedo il secondo simbolo di Racalmuto.

 

Salatissimi Calogero Taverna

RACALMUTO ARCHEOLOGICA


L’ARCHEOLOGIA DI …. REGALPETRA


 

 

Sull’archeologia di Racalmuto (l’archeologia di Regalpetra) tanto ormai si è scritto, tanti vincoli sono stati apposti (magari in località sbagliate, magari invertendo le particelle catastali interessate), frettolose ricoperture (ma non tanto da evitare le spoliazioni dei tombaroli) di affioramenti di arcosoli (confusamente designati come databili nel periodo “greco-romano-bizantino” – come dire in mille e cento anni con in mezzo la nascita di Cristo) si sono impunemente potute perpetrare, e così via di seguito in un cahier de doléances chissà quanto lungo.

 

Ma il desolante risultato è quello di una Racalmuto archeologica ignota alla scienza e solo appiglio a locali eruditi (compreso chi parla) per congetture le più sballate e le più cervellotiche che si possano immaginare: e dire che questo centro dell’omonimo altipiano può considerarsi un archivio del vivere dei sicani (molto di più della vicina e reclamizzata Milena), uno scrigno di testimonianze micenee, greche, romane, bizantine ed proto arabe. Ora l’ing. Cutaia dimostra inconfutabilmente che la ceramica araba normanna era di casa a Garamoli. Il sottoscritto è certo della presenza di ceramica protoaraba sotto le torri del Castello Chiaramontano. Il padre Cipolla - su cui ci intratterrà per la prima volta in modo serio lo scrittore compaesano Pierino Carbone – ha rinvenuto nell’atrio del Castello un sorcofago romano del IV secolo dopo Cristo ed un coperchio bizantino di un sarcofago coevo evidentemente ancora non rinvenuto.: segni evidenti di un continuum cimiteriale romano-bizantino nei prati poi edificati da Giovanni III del Carretto ultimo barone di Racalmuto (ante 1560).

 

Sempre, chi parla, per la sua passionaccia per l’antico Racalmuto, ha scoperto una necropoli bizantina al confine tra Vircico ed il Ferraro. Una strana tomba, a mezzo tra la tomba sicana tipo Fra Ddecu e quella a tholos d’influenza micenea, resta negletta in contrada Ciaula: zona quest’ultima di discarica comunale pur annoverando nel raggio di 500 metri questa testimonianza pre-micenea, vecchie miniere di zolfo abbandonate ove si rinvennero nell’Ottocento quelle Tabulae o Tegulae sulphuris che non diedero gloria al rinvenitore avv. Picone (ma al già illustre Mommsen, sì) e un magnifico esemplare di mulino ad acqua, operante già nel 1576, capolavoro di ingegneria idrualica.

Le tombe a tholos disseminate alla Noce sono state fagocitate dalle casine dei nuovi ricchi o dei nuovi portenti letterari; i ruderi romani della Menta e di Culmitella volatilizzati; i manufatti arabi di Musciarà (contrada Culmitella) deperiscono ignoti e maltrattati; le varie necropoli sicane del Castelluccio, del Serrone, del Saraceno, della Scorrimento Veloce sparite (c’è chi dice perché dopo i bulldozer arrivano camion targati RM e partono – si sussurra - per ripostigli di primari ultra locupletatisi); una razzia postbellica di reperti funerari di Grotticelle, Judì, Casaliviecchi, Ruviettu, Sirruni servirono ad una indebita assoluzione di sequestratori di persone, data la passione per le antichità di un piccolo giudice aliunde, poi, osannato; apposto un vincolo archeologico di primo grado alle Grotte di Fra Ddecu, invece di segnare per il vincolo le particelle catastali a valle (ove il sig. Palumbo reputa vi sia una frequentazione umana sicana, quindi sicano-micenea, quindi greca, e poi romana, bizantina ed araba), si vanno a segnare quelle a monte, archeologicamente neutre, danneggiando gente e terre sterili di reperti ma valide per l’agricoltura; una fontana araba dell’anno Mille al Vozzaro si è potuta salvare solo per la intrusione del meritevole Giacomino Lombardo, ma dopo rapaci coltivatori diretti stanno rastremando l’area circostante per improbabili coltivazioni agrarie – ma la Cee ci crede; le colture d’alabastro stanno tutte sparendo perché al contempo occorre dimostrare aree sconfinate produttive all’ex AIMA; chi autorizza lo spietramento non sa che autorizza il non archeologicamente sterili ma perché si tratta delle zone nobili del paese (il comunismo sarà crollato, ma lo sfruttamento delle classi ingenue continua e l’eccezione per chi è di riguardo pure); in cambio i BB.CC di Agrigento ci tengono vincolata la contrada di Pietralonga (che non sta a Racalmuto ma a Castrofilippo; e così godiamo di libertà edilizia noi ed i castrufilippisi).

 

Ma abbiamo da lamentarci soprattutto perché ancora una lira dello sperperatissimo denaro pubblico deve essere erogata per la ricerca archeologica a Racalmuto. Se l’ENEL, che costruisce ad onta del diniego della Commissione edilizia racalmutese addirittura allato delle Grotticelle che Biagio Pace considerava un ipogeo cristiano, mette a nudo tesori dell’era bizantina e qualche incauto fa la debita denuncia, il risultato è stato che l’incauto si è vista bloccata la sua costruzione, e i ruderi – molto residui, sono stati risotterrati con la speciosa argomentazione che non vi sono fondi (leggere per credere l’intervista della Fiorentini a Malgradotutto).

Quando la giovane e valentissima e molto proba nuova Vice Soprindentente, dott. Musumeci, sensibilizzata da più parti, ebbe ad includere per la prima volta (sottolineiamo: prima volta) Racalmuto nel piano delle località in cui iniziare scavi ufficiali, ebbene l’assessore regionale di A.N. Granata ha denegato i miserelli cento milioni per incapienza di fondi (ma bastava una piccola scrostatina alle miliardarie erogazioni ai comuni amici) e per ritardo nei termini di presentazione (ammazza dove arriva il potere dei burocrati!)

Scriveva il grande storico racalmutese Raffaele Grillo nel 1935 nella rivista «Bollettino dell’istituto storico e di cultura dell’arma del Genio» Roma Anno I n. 2, agosto 1935 – XIII, pag. 51:

«Un dotto e studioso, Pietro Mantia, racalmutese, ha rinvenuto in contrada Roccarossa interessanti materiali neolitici. La notizia di questo rinvenimento, mi è stata comunicata dal sansepolcrista comm. Avv. Giuseppe Pedalino che pubblicamente ringrazio.» Che ne è stata di quella contrada? Un selvaggio sfruttamento del pietrisco l’ha ormai totalmente rastremata. Il generale in camicia nera si guardò bene dall’intervenire; il sansepolcrista aveva a cuore solo le chiesuole del Paese. Già le chiese? Mi si obietterà che tantissimi fondi comunitari et similia sono stati profusi per la ricostruzione cadente delle chiese. E’ vero! Francamente però avremmo desiderato che a S. Maria si lasciasse intatta, se non si era capaci di decifrarla, l’esoterica e demoniaca invettiva in versi che vi era e che noi abbiamo filmato a futura memoria 13 anni fa; che a S. Anna si salvaguardassero le sepolture dei miei  antenati e di quasi tutti i racalmutesi DOC; che le “carnarie di lusso” di pietro d’Asaro, di lu parrinu Agrò ed altri di cui sappiamo dai Rolli della Matrice venisse non profanate e conservato anziché venire ricoperte di cemento; che si salvaguardasse la «coniuncta et collegata” ecclesia canonicale di S. Margherita (che il pio sacerdote e vicario foraneo don Bondì aveva bene restaurata nel 1608); e soprattutto che si recuperasse la storica cappella palatina dei carretteschi a lu Cannuni (appunto).

 

 

Per fortuna abbiamo un signore di Barcellona Pozzo di Gotto, ma sposato felicemente con una racalmutese DOC che ha a cuore le sorti degli antichissimi sicani di casa nostra. Attorno al 1995 ebbe a portare alla caserma dei carabinieri una “fazzolettata” di reperti; ne ebbe copia del verbale di consegna (purtroppo andata smarrita); di quei reperti oggi nessuno sa più nulla.

Ma in seguito il Calderone ha avuto la ventura di immettersi in un profluvio di materiale archeologico che trattori e bulldozer andavano scompaginando: ne ha fatto una diligente ed approfondita silloge e ha consegnato il tutto ai BB.CC:

Eccone, in appendice l’inventario. Possiamo considerare Orazio Calderone di Barcellona Pozzo di Gotto il padre dell’archeologia racalmutese, che – ne siamo certissimi assurgerà a rilevanza platenaria per quanto ha tratto con i sicani, i sicani.micenei, e dopo  i bizantini.

Per questi ultimi Racalmuto ha interessato moltissimo il più grande bizantinista, il francese André Guillou: il tesoretto trovato in località montagna in un fondo bene individuato rivelava effigie di imperatori bizantini. [1]  Quelle monete ora giacciono, confuse e nascoste, nell’eternamente chiusa Sala IX  (Antonino Salinas) del Museo di Agrigento. Ai racalmutesi – salvo che non siano racomandatissimi – non è dato di vedere le monete dei loro antenati racalmutesi. Al Comune non sono state fornite neppure le fotografie. Ma il Comune le ha mai chieste? Ne sa forse qualcosa?

Nel 1879 l’ing. Delle ferrovie di Caltanissetta riusciva a salvare alcuni reperti sicani rinvenuti a Racalmuto (in contrada Pietralonga, dice impropriamente). Ebbe ad inviarli ad un precisato Museo ed oggi non si è più in condizione di ritrovarli.

Dovrà finire così con i reperto del Calderone? Riusciremo a convincere i BB.CC. che è meglio custodirli in Antiquarium già disponibili quali sono gli ultra idonei locali della Fondazione? Non mi si venga a dire che tutti i fondi spesi per la Centrale, quelli (120/milioni) erogati per la gestione (a quanto pare consistente solo in un lauto stipendio ad un Vice-bibliotecario straniero il cui unico merito non vorremmo che fosse la sua agnazione magistratuale), devono servire solo al mesto cerimoniale di una cattedrale nel deserto, un silente mausoleo al più grande figlio di Racalmuto.

 

Grande è il valore scientifico dei reperti del Calderone:

Noi non ce ne intendiamo, ma che a S. Bartolomeo-Garamoli vi siano 4 pestelli della cultura Pantalica Nord significa che siamo attorno al tardo XIII-IX secolo  [2], in epoca quindi di comprovata presenza micenea. Cade la mia ipotesi che i sicani dopo il XIII secolo si potessero essere ritirani nelle montagne interne per paura delle genti di mare: resta invece comprovata la mia tesi alternativa e cioè che le caratteristiche tombe a tholos, pur esistenti, fossero state manomesse fino a renderle irriconoscibili. Invero sappiamo che talune di codeste tombe esistenti nei dintorni sono state fagocitate, come insinuato in esordio. Se il Calderone dovesse avere ragione circa l’appartenenza della rinvenuta amgdaloide alla cultura campignana, allora bisogna retrodatare all’epoca neolitica la presenza umana organizzata nella zona più esposta del nostro paese. Il peso da telaio greco si aggiunge alle tante monete, ai tanti pegasi, (ai cavalli alati superdotati per intendersi dell’avv. Burruano) che tutti sappiamo molto presenti nelle finitime zone dei nobili, non toccate incomprensibilmente da vincoli archeologici.

Ma è alla Grotta di Fra Ddecu che troviamo di più e di meglio: vi sono reperti in ossidiana. Questo è di grande rilevanza archeologica; l’ossidiana – che giustamente il Calderone reputa di proveniente da Pantelleria e non dalla solita Lipari, comprova un assetto civile e commerciale dei nostri primitivissimi antenati davvero ragguardevole. Materia di studio dunque da rendere l’auspicato Antiquarium alla Fondazione una palestra di studio, un centro d’alta cultura, una grande possibilità di lavoro specializzato ai tantissimi laureati e diplomati racalmutesi che stanno a passeggiare (ciò evidentemente se per non essere “campanilisti” i nostri amministratori non pensino di assumere ‘stranieri’ magari di Enna). I falli fittili poi - diciamo sconciamente - attestano il culto della virilità che a Racalmuto è stato sempre imperante, senza obnubilamenti pervertiti.

Da questo convegno verrà fuori una sensibilizzazione dei nostri politici, di quelli regionali, di quelli provinciali e delle Autorità tutte – specie quelle di settore – ad essere tanto illuminati da comprare fra Ddecu, anche se lo chiede il consigliere Mulé; da accordare alla Soprindendenza un fondo adeguato anche per la negletta Racalmuto che è poi quello di Sciascia, nome di cui la Regione tanto si avvale per chiedere ed ottenere; da pensare a parchi letterari intestati a Sciascia ma per fiinanziamenti alla patria di Sciascia e non ad avvenenti attrici nissene?

Interrogativi ai quali siamo sicuri si daranno risposte positive. E questo auspicio è  anche la nostra conclusione.


 

 








[1] ) Scrivevamo un tempo: «Per Biagio Pace le Grotticelle erano - come si è detto - un ipogeo cristiano. I Bizantini racalmutesi, ormai decisamente convertitisi al cristanesimo e sicuramente grecofoni (il fondo di lucerne del tempo colà rinvenute portano marchi in greco), curavano la loro cristiana sepoltura ed è un peccato che vandali locali abbiano frugato all’interno di quelle tombe, distruggendo un patrimonio archeologico d’incommensurabile portata storica.  Ma la zona resta pur sempre ricca di reperti e saranno gli scavi futuri a fornire materiale esplicativo di quel periodo storico, oggi affidato solo alle fantasie degli eruditi locali. (Invero neppure il Guillou è esaustivo ed il competente Griffo ([1]) retrocede la datazione delle monete al V secolo: cosa inverosimile se le effigie degli imperatori bizantini sono di Tiberio II ed Eracleone, di oltre un secolo posteriori)
Nota (1) Il Griffo (op. cit.) accenna all’esposizione di «un ripostiglio di aurei imperiali (ben 207 pezzi) del V secolo d.C. proveniente da Racalmuto per scoperta occasionale del 1940. » A suo dire il medagliere  sarebbe stato oggetto di «un accurato inventario a cura della dott.ssa M. T. Currò-Pisanò, che s’era preso anche carico di elaborarlo per le stampe». (Ibidem, pag. 317). Abbiamo cercato di saperne di più presso il Museo di Agrigento, ma siamo stati sgarbatamente messi alla porta come importuni scocciatori.
 
 
[2] ) Guide archeologiche Laterza – SICILIA di F. Coarelli e M. Torelli, p. 301.

La storia di Racalmuto non è semplce ma è storia narrabile come voleva CASTRO. Stralciamo da nostre non recenti pubblicazioni (tutte a spese nostre). L'ufficio volpino ci ignora. Qui mi leggono persino in Giappone.


AL TEMPO DEI NORMANNI E DEGLI SVEVI

 

Ruggero il Normanno tiene saldamente in mano l’intera diocesi di Agrigento sino alla sua morte, avvenuta nel 1091. Racalmuto non esiste ancora: solo, nei pressi, due centri appaiono di una qualche consistenza, Gardutah e Minsar. Ci pare di poter sospettare che il primo si trovasse nel circondario di Naro; il secondo andrebbe identificato in un feudo nel territorio di Bompensiere, a meno che non si tratti di Gargilata come recentissimi ritrovamenti cominciano a far pensare. Nelle precedenti pagine abbiamo illustrato quanto la coeva letteratura ci ha tramandato: resta l’amaro in bocca di non potere fantasticare su un casale corrispondente a Racalmuto, prospero o derelitto sotto i Normanni. Anche la incrollabile tradizione di una chiesetta dedita a Santa Maria fatta costruire da un locale barone, il Malconvenant, crolla al primo impatto con una critica storica appena avvertita.

Quando le campagne di scavi e le ricerche archeologiche nel nostro territorio metteranno alla luce i resti di quegli insediamenti medievali, potranno aversi elementi per una chiarificazione e per il dilaceramento del fitto buio che oggi ci angustia. 

Non andiamo molto lontani dalla realtà se affermiamo che con la conquista normanna s’inverte la sopraffazione dei locali “villani”: prima erano i berberi a dominare i bizantini; ora sono i normanni a sfruttare gli arabi, che vengono denominati saraceni.  Esistesse o meno una terra fortificata di nome Racel (ad utilizzare le cronache del Malaterra), per Racalmuto fu il tempo del villanaggio saraceno che durò sino al greve riordino sociale di Federico II. Che cosa è stato il “villanaggio”? Non è questa la sede per spiegare l’istituzione contadina che vedeva il subalterno colono come una “res” del “dominus”, quasi alla stregua di uno schiavo. (Vedansi, da parte di chi ne voglia sapere di più, gli studi di I. Peri).  Contadini islamici, miseri e schiavi da una parte; padroni cristiani, lontani e socialmente insensibili, dall’altra. L’istituzione di un beneficio a favore di canonici agrigentini, mai racalmutesi, con le decime del feudo facente capo ad un falso diploma del 1108 (non foss’altro perché non si riferiva a Racalmuto), svela i misteri della colonizzazione di nuove terre sotto i Normanni. Tanto avvenne per il beneficio di Santa Margherita, che per l’avallo del Pirri, costituì poi la saga della nostra chiesa di Santa Maria di Gesù.

I saraceni si ribellarono in modo devastante negli anni venti del 1200. Federico II li represse, deportandoli in Puglia. Racalmuto diventa deserta. Tocca a tal Federico Musca farvi fiorire un nuovo casale. Nel 1271 le testimonianze sulla vita e le vicende del risorto centro urbano cominciano ad avere dignità di fonti documentali. Sotto il Vespro, la terra è Universitas così bene organizzata che il nuovo padrone aragonese Pietro può esigere tasse ed armamenti, demandando ai locali sindaci l’ingrato compito esattoriale, persino con la vessatoria condizione di doverne rispondere con il proprio patrimonio in caso di insolvenza. Una sorta di ‘solve et repete’ ante litteram.

La cattolicissima Spagna esordiva  con spirito depredatorio nel regno che gli era stato regalato da taluni maggiorenti siciliani. E così anche la ‘meschinella’ Racalmuto iniziava a pagarne lo scotto. Roma, il papato, dissentiva. Sarà questa una scusa buona per esigere dai fedeli di Racalmuto, che nel 1375 abitano in case coperte di paglia, una tassa pesante onde liberarsi dell’antico interdetto, che secondo il nuovo padrone feudale Manfredi Chiaramonte era la causa della ‘mala epitimia’ distruttrice di uomini e cose.

 

FEDERICO II CHIARAMONTE ALLA CONQUISTA DI RACALMUTO - L’EREDITA’ DEI DEL CARRETTO

 

I Chiaramonte si sono impossessati di Racalmuto all’inizio del secolo XIII. Federico Chiaramonte - un cadetto della famiglia - aveva fatto costruire, secondo il Fazello, nel primo decennio del Duecento, l’attuale fortezza, forse una, forse tutte e due le torri oggi esistenti. Il territorio era divenuto ‘terra et castrum Racalmuti’. Vi giunsero preti e monaci forestieri. Nel 1308 e nel 1310 costoro vennero tassati dal lontano papa: un piccolo prelievo - si dirà - dalle pingue rendite che un prete ed un monaco riuscivano a cavare dai poveri coloni infeudati dai Chiaramonte. Sono ad ogni modo pagine non gloriose della storia ecclesiastica racalmutese.

Nel 1392 giunge in Sicilia il duca di Montblanc. E’ un cinico, infido, ma astuto e determinato personaggio, protagonista in Sicilia ed in Spagna di grandi svolte storiche. Martino, secondogenito di Pietro IV e duca di Montblanc, viene dagli storici siciliani indicato come Martino il vecchio; ebbe la ventura non comune - scrive Santi Corrente - di succedere al proprio figlio sul trono di Sicilia. Resta l’artefice della sconcertante condanna a morte del vicario ribelle Andrea Chiaramonte, e non cessò di combattere la nobiltà siciliana, salvo a remunerarla oltremisura appena ciò gli fosse tornato utile.

Ne approfitta Matteo del Carretto per farsi riconoscere il titolo di barone di Racalmuto, naturalmente a pagamento. L’intrigo della genesi della baronia di Racalmuto dei Del Carretto è tuttora scarsamente inverato dagli storici.

All’inizio del secolo XIII un marchese di Finale e di Savona - a quanto pare titolare di quel marchesato solo per un terzo - scende in Sicilia e sposa la figlia di Federico Chiaramonte, Costanza. Ha appena il tempo di averne un figlio cui si dà il suo stesso nome, Antonio, e muore. La vedeva convola, quindi, a nozze con un altro ligure, il genovese Brancaleone Doria - un personaggio che Dante colloca nell’Inferno - e ne ha diversi figli, tra cui Matteo Doria che morrà senza prole: costui pare che abbia lasciato i suoi beni (in tutto o in parte, non si sa) agli eredi del suo fratellastro Antonio del Carretto.

Antonio frattanto si era trasferito a Genova. Aveva procreato vari figli, tra cui Gerardo e Matteo. Matteo, in età alquanto matura, scende in Sicilia: rivendica i beni dotali di Agrigento, Palermo, Siculiana e soprattutto Racalmuto. Parteggia ora per i Chiaramonte ora per Martino, duca di Montblanc ed alla fine gli torna comodo passare integralmente dalla parte dell’Aragonese.  In cambio ne ottiene il riconoscimento della baronia. Certo dovrà vedersela con le remore del diritto feudale. Inventa un negozio giuridico transattivo con il fratello primogenito Gerardo, che se ne sta a Genova, ove ha cointeressenze in compagnie di navigazione, e finge di acquistare l’intera proprietà della “terra et castrum Racalmuti”.

Martino il vecchio si rende subito conto del senso e della portata dell’istituto tutto siculo della cosiddetta Legazia Apostolica. Deteneva il beneficio racalmutese di Santa Margherita l’estraneo canonico “Tommaso de Manglono, nostro ribelle al tempo della secessione contro le nostre benignità” - come scrive Martino da Siracusa, l’anno del Signore VII^ Ind. 1398. Quel beneficio gli viene tolto per essere assegnato ad un altro estraneo “al reverendo padre Gerardo de Fino arciprete della terra di Paternò, cappellano della nostra regia cappella, predicatore e familiare nostro devoto”. Altra ignominia della storia ecclesiastica racalmutese.

 

 

 

 

 

 

GIBILLINI

 

Feudo, Racalmuto, lo fu parzialmente. A fine del ‘600 la sua dimensione era di 705 salme, 15 tumoli, tre mondelli e due quarte, tra area urbana e quella villica. Ce lo dice l’ultimo conte del Carretto, Girolamo, quello sopravvissuto al figlio Giuseppe, in un atto giudiziario che tra l’altro recita:

«Item ponit et probare intendit non se tamen obstringens etc. qualmente il fegho nominato di Racalmuto sito e posto in questo Regno di Sicilia nel Val di Mazzara consistente in salme setticentocinque tummina quindeci, mondelli tre e quarti dui cioè in salme seicento cinquantadue, tummina undeci e mondelli uno di terre lavorative e salme cinquanta trè, tummina dui e mondelli dui di terre rampanti, valloni, trazzeri ed altri inclusi in dette salme cinquanta tre, tummina dui e mondelli dui, salme undeci di terra nel circuito, delle quali e sita e posta la terra [134] che tiene il nome da detto fegho è posto in menzo delli feghi nominati:

1.              delli Gibillini e feghi

2.              delli Cometi;

3.              e fegho delli Bigini;

4.              del fegho di Zalora;

5.              del fegho di Scintilìa;

6.              del stato e ducato delli Grotti;

7.              del fegho e principato di Campofranco;

8.              e fegho della Ciumicìa

e altri confini quale olim tennero e possiderono la quondam Constanza Claramonte ed Antonio del Carretto e Chiaramonte e doppo Mattheo del Carretto come veri signori e padroni ed al presente e de presenti parte di detto fegho come sopra situato e confinato lo tiene e tossiede l’illustre don geronimo del Carretto e Branciforte come vero signore e padrone per la forma dell’antichi privileggij et altre scritture stante che il remanente si ritrova licet nulliter et indebité dismembrato e diviso da detto fegho di Racalmuto come il tutto fù ed è la verità notorio e fama publica et nihilominus dicant testes quicquid sciunt, sentiunt, viderunt vel audiverunt etiam extra capitulum ad intensionem producentis et -   -   -  

Item ponit et probare intendit non se tamen obstringens etc. qualmente le contrate nominate di Bovo seu Montagna, Pinnavaira, della Rina seu Scavo Morto, della Difisa, Jacuzzo, Zimmulù, Caliato, Serrone, Pietravella, Saracino seu Molino dell’Arco, menziarati e Culmitelli sono delli membri e pertinenze del fegho e stato di Racalmuto ed intra li limini e confini di detto fegho di Racalmuto come sopra stimato e confinato conforme fù ed è la verità, notorio e fama publica et nihilominus dicant testes quicquid sciunt, sentiunt, viderunt vel audiverunt etiam extra capitulum ad intensionem producentis et -   - - ».

Emerge come il feudo di Gibillini sia cosa ben diversa dalla contea racalmutese. Per Gibillini, s’intende il territorio degradante tutt’intorno al castello - oggi denominato Castelluccio - e non soltanto la contrada della omonima miniera, che forse un tempo non faceva neppure parte di quella terra feudale.

Il primo accenno storico a Gibillini risale al 21 aprile 1358 ; il diplomatista così sintetizza il documento che non ritiene di pubblicare:

«Il Re concede al milite Bernardo de Podiovirid e ai suoi eredi il castello de GIBILINIS, vicino il casale di Racalmuto e prossimo al feudo Buttiyusu [feudo posto vicino SUTERA n.d.r.], già appartenuto al defunto conte SIMONE di CHIAROMONTE traditore, insieme a vassalli, territori, erbaggi ed altri dritti; e ciò specialmente perchè il detto Bernardo si propone a sue spese di recuperare dalle mani dei nemici il detto castello e conservarlo sotto la regia fedeltà: riservandosi il Re di emettere il debito privilegio, dopoché il castello sarà ricuperato come sopra.»

Pare che Bernardo de Podiovirid non sia riuscito a prendere possesso di Gibillini: il feudo ritorna prontamente in mano dei Chiaramonte. Simone Chiaramonte è personaggio ben noto e fu protagonista di tanti eventi a cavallo della metà del XIV secolo. Michele da Piazza lo cita varie volte. Il fiero conte ebbe a dire recisamente a re Ludovico «prius mori eligimus, quam in potestatem et iurisdictionem  incidere catalanorum»: preferiamo morire anziché finire sotto il potere e la legge dei catalani. Mera protesta, però; il Chiaramonte è costretto a fuggire in esilio presso gli angioini. Scoppia la guerra siculo-angioina che si regge sull’apporto dei traditori. Secondo Michele da Piazza, i chiaramontani, non contenti né soddisfatti di tanta immensa strage, da loro inferta ai siciliani, si rivolsero agli antichi nemici della Sicilia per spogliare dello scettro re Ludovico.

Nel marzo del 1354 i primi rinforzi angioini pervennero a Palermo e Siracusa. In tale frangente fame e carestia si ebbero improvvise in Sicilia, favorendo gli invasori. Ne approfittò Simone Chiaramonte “capo della setta degl’italiani - secondo quel che narra Matteo Villani -   [promettendo] ai suoi soccorso di vittuaglia e forte braccia alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono”. Prosegue Giunta  «queste premesse spiegano il rapido inizio dell’impresa dell’Acciaioli, il quale accanto a 100 cavalieri, 400 fanti, sei galere, due panfani e tre navi da carico, si presentò “con trenta barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia”, sì da ottenere  festose accoglienze da parte dei Palermitani “che per fame più non aveano vita”, nonché il rapido dilagare della insurrezione a Siracusa, Agrigento, Licata, Marsala, Enna “e molte altre terre e castella”». Tra le quali possiamo includere tranquillamente Racalmuto e Gibillini.

Simone Chiaramonte muore a Messina avvelenato nel 1356, un paio d’anni prima del citato documento. Ma da lì a pochi anni, Federico IV, detto il Semplice riuscì a riconciliarsi con i Chiaramonte e nel febbraio del 1360 accordava un privilegio tutto in favore di Federico della casa chiaramontana.

Il feudo di Gibillini appare sufficientemente descritto nell’opera del San Martino de Spucches . Secondo l’araldista il feudo di Gibillini, quello di Val Mazara, territorio di Naro, da non confondersi con l’altro ancor oggi chiamato di Gibellina, appartenne, “per antico possesso” alla famiglia Chiaramonte. Fu Manfredi Chiaramonte a costruirvi la fortezza, quella che ora è denominata Castelluccio. L’ultimo della famiglia a possedere il feudo fu Andrea Chiaramonte, quello che, dichiarato fellone, ebbe la testa tagliata  a Palermo nel giugno del 1392, nel palazzo di sua proprietà, lo Steri.

Re Martino e la regina Maria insediarono quindi Guglielmo Raimondo Moncada, conte di Caltanissetta. Il feudo divenne ereditario,  iure francorum, con obbligo di servizio militare e cioè con due privilegi, il primo dato in Catania a 28 gennaio 1392 (registrato in Cancelleria nel libro  1392 a foglio 221) ; col secondo diploma, dato ad Alcamo, li 4 aprile 1392 e registrato in Cancelleria nel libro 1392 a foglio 183, fu dichiarato consanguineo dei sovrani, ebbe concessi tutti i beni stabili e feudali, senza vassalli, posseduti da Manfredi ed Andrea Chiaramonte, dai loro parenti e dal C.te Artale Alagona, beni siti in Val di Mazara, eccetto il palazzo dello Steri ed il fondo di S. Erasmo e pochi altri beni. Nel 1397 ad opera del cardinale Pietro Serra, vescovo di Catania e di Francesco Lagorrica, il Moncada  fu deferito come reo di alto tradimento, avanti la gran Corte, congregata in Catania; ivi con sentenza 16 novembre 1397 fu dichiarato fellone e reo di lesa maestà ed ebbe confiscati tutti i beni. Morì di dolore nel 1398.

Subentrò Filippo de Marino, fedelissimo vassallo del Re (1398); non abbiamo la data precisa della concessione; per quel che vale il de Marino figura possessore del feudo di Gibillini nel ruolo del 1408 dello pseudo Muscia. 

 Il feudo pervenne successivamente a Gaspare de Marinis, forse figlio, forse parente. Da questi, passa al figlio Giosué de Marinis che ne acquisì l’investitura il 1° aprile 1493 more francorum,   per passare quindi a Pietro Ponzio de Marinis, investitosene il 16 gennaio 1511 per la morte del padre  e come suo primogenito.   Costui sposò Rosaria Moncada che portò in dote i feudi di   Calastuppa, Milici, Galassi e Cicutanova, membri della Contea di Caltanissetta, come risulta dall'investitura presa  dalle figlie Giovanna e Maria il  22 settembre 1554 (R. Cancelleria, III Indizione f.96).

Succede Giovanna De Marinis e Telles, moglie di Ferdinando De Silva, M.se di Favara con investitura del 15 gennaio 1561, come primogenita e per la morte di Pietro Ponzio suddetto (Ufficio del Protonotaro, processo investiture libro 1560 f. 271).

 

Maria De Marinis Moncada s'investì di Gibillini il 26 dicembre 1568, per donazione e refuta fattale da Giovanna suddetta, sua sorella (Ufficio del Protonotaro, XII Indiz. f.479) .

Beatrice De Marino e Sances  de Luna s'investì di due terzi del feudo il 17 ottobre 1600, per la morte di Alonso de Sanchez suo marito, che se l'aggiudicò dalla suddetta Giovanna suddetta, M.sa di Favara (Cancelleria libro dell'anno 1599-1600, f. 15); peraltro v’è pure un’investitura di questo feudo, datata 7 agosto 1600, a favore di  Carlo di Aragona de Marinis, P.pe di Castelvetrano, figlio di detta Maria de Marinis (R. Cancelleria, XIII Indiz., f.160); un’altra investitura la troviamo in data 28 agosto 1605 a favore di Maria de Marinis per la morte di Carlo suo figlio (R. Cancelleria, III Indiz. , f. 491); dopo non ci sono investiture a favore dei Moncada.

Diego Giardina s'investì di due terzi il 24 gennaio 1615, per donazione fattagli da Luigi Arias Giardina, suo padre, a cui le due quote furono vendute da Beatrice suddetta, agli atti di Not. Baldassare Gaeta da Palermo il 5 dicembre 1608 (Cancelleria, libro 1614-15, f. 265 retro). Vi fu quindi una reinvestitura in data 18 settembre 1622, per la morte del Re Filippo III e successione al trono di Filippo IV (Conservatoria, libro Invest. 1621-22, f. 283 retro).

 

Subentra - sempre nei due terzi - Luigi Giardina Guerara con investitura del 28 febbraio 1625, come primogenito e per la morte di Diego, suo padre (Cancelleria , libro  del 1624-25, f. 214);  viene quindi reinvestito il 29 agosto 1666 per il passaggio della Corona da Filippo IV a Carlo II (Conservatoria, libro Invest. 1665-66, f. 119). Il Giardina  morì a Naro il 24  novembre 1667 come risulta da fede rilasciata dalla Parrocchia di S. Nicolò.

Diego Giardina da Naro, come primogenito e per la morte di Luigi suddetto, s'investì dei due terzi il 7 ottobre 1668  (Conservatoria, libro Invest. 1666-71, f. 89).

Luigi Gerardo Giardina e Lucchesi prese l’investitura il 9 settembre 1686  dei due terzi, per la morte e quale figlio primogenito di Diego suddetto (Conservatoria, libro Invest. 1686-89, f. 17).

 

Diego Giardina Massa s'investì il 26 agosto 1739, come primogenito e, per la morte di Luigi Gerardo suddetto, nonché come  rinunziatario dell'usufrutto da parte di Giulia Massa, sua madre, agli atti di Not. Gaetano Coppola e Messina di Palermo, del 1° ottobre 1738 (Conservatoria, libro Invest. 1738-41, f. 58).

 

Giulio Antonio Giardina prese l’investitura dei due terzi il 3 dicembre 1787, come primogenito e per la morte di Diego suddetto (Conservatoria, libro Invest. 1787-89, f. 25).

 

Diego Giardina Naselli s'investì dei due terzi del feudo di Gibellini il 15 luglio 1812, quale primogenito ed erede particolare di Giulio suddetto (Conservatoria vol. 1188 Invest., f. 124 retro); non ci sono ulteriori investiture o riconoscimenti.

Ma a questo punto scoppia il caso Tulumello. Il San Martino de Spucches non segue bene le vicende feudali di Gibillini.  Comunque nel successivo volume IX - quadro 1454, pag. 221 - intesta: “onze 157.14.3.5 annuali di censi feudali - GIBELLINI - Cedolario, vol. 2463, foglio 204” ed indi rettifica:

«Giulio GIARDINA GRIMALDI, Principe di Ficarazzi s'investì di due terzi del feudo di GIBELLINI a 3 dicembre 1787 come figlio primogenito ed indubitato successore di Diego GIARDINA e MASSA (Conservatoria, libro Investiture 1787-89, foglio 25).

1. - Quindi vendette agli atti di Not. Salvatore SCIBONA di Palermo li 22 luglio 1796 a D. Giovanni SCIMONELLI, pro persona nominanda annue onze 157, tarì 14, grana 3 e piccioli 5 di censi sopra salme 57, tumoli 11 e mondelli 2 di terre, dovute sul feudo di Gibellini; e ciò per il prezzo in capitale di onze 3500 pari a lire 44.625. Il detto Scimoncelli dichiarò agli atti di Notar Giuseppe ABBATE di Palermo che il vero compratore fu il Sac. D. Nicolò TOLUMELLO. Per speciale grazia accordata dal Re a 29 aprile 1809 fu confermato lo smembramento di dette onze 157 e rotte dal feudo di GIBELLINI già effettuate senza permesso Reale (Conservatoria, libro Mercedes 1806-1808, n. 3 foglio 77).

 

2. - D. Giuseppe Saverio TOLUMELLO s'investì a 7 giugno 1809 per refuta e donazione a suo favore fatte dal Sac. D. Nicolò sudetto agli atti di Notar Gabriele Cavallaro di Ragalmuto li 22 aprile 1809 (Conservatoria, libro Investiture 1809 in poi, foglio 40). Questo titolo non esce nell'«Elenco ufficiale diffinitivo delle famiglie nobili e titolate di Sicilia» del 1902. L'interessato non ha curato farsi iscrivere e riconoscere.»

 

                *   *

Le vaghe fonti storiche sembrano dunque assegnare l’erezione del Castelluccio a Manfredi Chiaramonte: la data sarebbe quella del primo decennio del XIV secolo, la stessa del Castello eretto entro il paese. Manfredi era il fratello di Federico II Chiaramonte, ritenuto l’artefice “di lu Cannuni”. Perché due fratelli abbiano deciso di erigere due castelli diversi in territori così contigui, resta un mistero. Forse la tradizione - tramandataci dal Fazello e dall’Inveges - è fallace. Quello che è certo che sia il feudo di Gibillini (da Sant’Anna al Castelluccio sino alla contrada dell’attuale miniera di Gibillini), sia il feudo di Racalmuto (da Quattrofinaiti al confine con Grotte; dalla Montagna al Giudeo sino alla Difisa) erano possedimenti della potente famiglia chiaramontana, e tali sostanzialmente rimasero sino al loro tracollo, alla fine del XIV secolo, allorché il duca di Montblanc ebbe modo di tagliar la testa ad Andrea di Chiaramonte. Il feudo di Gibillini passa alla famiglia Moncada, ma per breve tempo, e quindi alle scialbe case baronali dei Marino, prima, e Giardina, poi. Il feudo di Racalmuto viene redento da Matteo del Carretto con astuzie diplomatiche, quanto attendibili Dio solo sa.

La donna del Mossad capitolo primo


Calogero Taverna

 

La donna del Mossad

 


 

CONCOMITANZE

 

 

Alla Farnesina d’improvviso fu sgomento: il vecchio guru, che querulo saccente malefico lo era da tempo, si impossessò del massimo scranno. Erano teorie di sale a cassettone, lucide d’oro, allicchittate[1] e poi gli anodini arazzi, gli squallori di quadri vetusti ma stinti, il sapore insomma di una politica estera in minuetto e servile, incisiva forse solo al tempo del Duce. Quel fascistone, lì, il fatto suo lo seppe fare con i convitati dei grandi del mondo … almeno sino ad una certa epoca della sua enfiata era.

I molteplici salti di quantità del votare a fiume in piena per quel tale Berlusconi, di colpo segnarono il cambio di tutta intera l’Italia. Era, ora, bifronte: spezzata provinciale e svagata all’interno; insensa, minuscola acquiescente, fuori degli storici confini. Il guru della Farnesina nulla valeva, nulla poteva. Il primo ministro aveva palesi tedi nel sentirlo: solo voglie vindici verso i già licenziati plenipotenziari, un tempo amici dei comunisti, razza ormai desolatamente estinta. Ed a Berlusconi quel rimasuglio delle sue antiche crociate dava disgusto, come il parlar pederasta a donna che quando vergine fosse adusa a concedere la retroposta entratura. Aveva imposto abiure umilianti e remissive, anche il V*** s’era lasciato andare ad assiomatiche inconciliabilità tra comunismo e democrazia: poté diventare sindaco di Roma per momentanea permissione di monsignor Rubicchi arcigno modenese in eterno astio verso i conterranei rossi sciamanti dall’Abetone alle radure benedettine del nonantolese. Durò poco il canuto Violo e sparì di scena: sapeva d’affari e gli esperti suoi familiari seppero arricchire nell’interscambio astuto con gli astuti ex sovietici.

Fu un pomeriggio del 29 giugno, quando Roma in impercettibile devozione verso i suoi santi padroni Pietro e Paolo non permise agli addetti della Farnesina  di trasmigrare ad Ostia per la lasciva contemplazione degli ancora bianchicci glutei di ragazzotte romane dell’ultima generazione, alte poppute auree su trampoli rastremati come di gazzelle umane. Il guru, umidiccio di sudore, stanchi gli occhi dietro lenti spesse, quasi spenti per defluvio dell’intelligenza, ebbe scatto iroso:

-       ma che cavolo mi porti?

-       dottore, stava abbandonato sul tavolo dell’ambasciatore Michetti.

-       ed io di Michetti me ne sbatto le palle …. ma già ora trema per il suo culetto al n. 4 della Rehov Weizmann di Tel Aviv. Là ci fui anch’io, è vero; là anch’io ebbi talora spavento per quei palestinesi bombaroli … che si diverti ora lui, come hanno cercato di far divertire me i suoi porci amici quando comandavano … al soldo del Kgb …

 

Il dottor Giliberti, Mefisto nell’eloquio dell’ambiente, mefistofelico appariva davvero: nero, con abito sempre nero; barbetta nera sotto occhialetti tondi in radica nera; sibilante di parola, tetro, proprio infernale:

-       non so, proprio male forse ho fatto. L’ho visto là quel telex: l’ho letto. Misterioso l’ho trovato. Mi sono precipitato da sua eccellenza, prima che altri lo notassero.

 

Quell’eccellenza non si poteva più usare, non si doveva. Eppure Mefisto sapeva che al guru piaceva. Se era trasmigrato a destra da Lotta continua (perché da giovane il guru lì militò) non poco contribuì la soppressione democratica degli orpelli ministeriali. Finì l’«eccellenza» proprio quando la folgorante carriera del guru approdava al lido dell’ «eccellenza».

 

Il guru si ammansì di colpo:

-       dai, dai. Fai vedere, va! …. Ma che cazzo significa? Quella sfilza di citazioni bibliche, con l’indicazione dei soli libri e dei … versetti, è proprio stramba…

Il guru ebbe un moto di autocompiacimento per quel “versetti”…. si sentì eruditissimo come di sapiente “in utroque”. «Che bravo che sono» – si disse e plaudì a se stesso per quelle rimembranze del latino clericale. L’aveva appreso in seminario.

Restituì il foglio al Mefisto. Sottolineato colpiva:


Fino all’anglicismo e-mail il guru arrivava; Mefisto neppure lì.

-       Che ne faccio?

Un fuggevole istante per il solito tic: aggiustare gli occhiali sul naso mentre la fronte si aggrottava.

-    Passalo agli infami.

-       Al dottor Ciunnameli del Sisde? – volle con malizia essere preciso il Mefisto.

-       Ed a chi? Se no?

Tornò ingrugnito il guru.

Era pomeriggio duro, non tanto per il caldo che l’incombente temporale non riusciva ad addolcire, ma per l’inane gelosia che tutto nell’intimo sfibrava il signor ministro degli esteri dell’Italia berlusconiana. Elisa, napoletana di cerulee fattezze, quel pomeriggio aveva voluto godere della festività per i santi padroni di Roma. Segretaria del guru, imbecillotta ma avvenente, nella pausa antimeridiana doveva sobbarcarsi alla “fellatio in ore” in quella che nel gergo ministeriale si definiva l’ora erotica, dalle 14 alle 15. Sciamavano dal ministero le frotte impiegatizie per l’onanistico food nei bar dei dintorni. Dentro rimanevano i dirigenti, quelli d’alto grado che usufruivano di stanza a solo. Quasi tutti si sprangavano nel loro ufficio con la collaboratrice e consumavano l’ora erotica, appunto.

Il guru, prima da direttore generale ed ora da ministro, si avvaleva della bella Elisa, cui incombeva il bacio della lascivia. Non eravamo negli Stati Uniti ed il guru non era Clinton. Nessun timore, nessuno scandalo era da paventare. L’affaretto semifloscio stentava a piangere, ma con pertinacia anche se con ripulsa Elisa alla fine riusciva. Non volle però mai rapporti completi o diversi. Conservava la sua verginità per il suo lui. Ed una volta descrisse al guru annientato da collera gelosa l’imene violato dal suo priapo biondo, massiccio ed inestinguibile. La fece pedinare, il guru. Gli uomini di Tom Ponzi non ebbero nulla di impudico da riferire. Mentivano?

E quel pomeriggio la Elisa lontana, il bacio mancato, il disagio dell’estate incipiente in una Roma al caldo-umido ed il telex biblico snervavano il guru come in un preludio tetro e cupo del meritato castigo eterno. Già, il guru all’occiduo stagionare della vita era tornato cattolico, roso da scrupoli intrisi di religiosa tortura, inquieto, peccatore cui Dio stentava a dare l’ultima assoluzione, destinato alle pene del fuoco eterno. Solo il giorno in cui, con la lingua del burocrate, avesse dismesso Elisa si sarebbe forse salvato. Ma la volontà steccava, imperdonabilmente. Che fortuna nascere nella terra protestante dell’America clintoniana.

La porta si riaprì con nervosissimo scatto. Mefisto sibilò:

-       come glielo mando?

Il guru trattenne l’insolenza scurrile che l’esser distratto da pensieri di chiesa e da rabbie dell’eros stava per ingozzarlo con furia di non facile controllo:

-       ma mandaglielo con la solita nota d’accompagno ….. Mi raccomando: sii conciso!

-       Dovrò portargliela alla firma?

-       Firma tu, firmala tu stesso.

 

*    *     *

 

Così quella “nota d’accompagno” è lì ora sul mio tavolo da lavoro, nella mia villetta alla Zingarella. E qui è d’uopo presentarmi. Sono Meluccio Cavalieri di Giorgenti. Dottore in legge, molti anni fa; sceneggiatore squattrinato, per decenni in preda alla mala povertà; ora ricchissimo avendo scritto scriteriati gialli che la gente (pronuba la pubblicità) legge a valanghe. La mia notorietà – oh quanto l’avrei voluta da giovane! – è divenuta mitica; si è accoppiata – con mio disappunto – autorità indiscutibile, somma, perentoria. Persino il ministero, persino Berlusconi (ed io sono vetero comunista tutt’altro che pentito) si avvalgono di me, come consulente (e vengo profumatamente pagato) per dipanare i misteri dei tanti, troppi omicidi che si consumano in questa Italia di destra, che di efferati fatti di sangue, specie a sfondo politico, non dovrebbe registrarne di taluna sorta.

La “nota d’accompagno” reca in agghindata grafia la firma di M. Giliberti. Non scherziamo:‘M’ non sta per Mefisto. Michele? Mario? Manilo? Minuzio? Marcello? Marzio? Massimo? Metello? Sì, forse Metello: mi sembra il più acconcio a quel cognome tanto italianamente esotico. Non mi si dica: che ti costa interpellare il Ministero? Sì, mi basterebbe una telefonata alla signorina Saguatti (tanto modenese, tanto caruccia anche per i miei quindici lustri), ma non ne ho voglia alcuna. Diciamo: non mi va.

Vorreste sapere se vi sono le tante note di colore che prima ho profuso? Ovviamente, no. Eppure gli ipotattici incisi, alla Sciascia (limitatamente alla ostica sintassi, s’intende) e i miei irrefrenabili svolazzi fantasiosi rendono veridica, anche se non vera, la narrazione di quel pomeriggio romano alla Farnesia che si data 29 giugno duemila…..

Siete curiosi e vorreste sapere dell’altro? Con comodo, a suo tempo e luogo come si conviene ad un giallo di consueta fattura.

Sto rimestando carte, appunti, rapporti, ritagli, missive, libri ed ho già consultato l’intero hard-disk del dottore Aurelio La Matina Calello di Racalmuto. Ha tentato di mutarne i connotati lo scrittore indigeno Sciascia, cercò di farlo chiamare Regalpetra, ma Racalmuto resta Racalmuto ad onta di tutto. Ed il dottore Aurelio La Matina Calello racalmutese lo fu fino al midollo. In che senso? Ma nel senso da lui stesso dato in uno dei suoi abortiti sforzi letterari: «Da oltre sette secoli, Racalmuto lascia tracce di vita e di morte negli archivi, nei diari, nelle opere storiche e si appalesa popolo fervido di inventiva, coeso, dai costumi peculiari, dalla cultura inconfondibile, capace di azioni reprobe, narrabili, contraddistintosi in eventi rimarchevoli, con connotati magari di vigliaccheria o di perversione, però non privi talora di empiti nobili, senza - a dire il vero - nessuna propensione all’eroismo, ma rifuggendo sempre dalle abiezioni collettive. Nessun episodio di guerra, nessuna rivolta cruenta, nessuna carneficina, nessun sovvertimento sociale. Obbedienti e critici, sottomessi ma mugugnanti, specie nelle varie congreghe (religiose o civili, a seconda dei tempi).

 

*    *    *

A trovarlo riverso sul tavolinetto di ignobile fattura era stato il fratello il pomeriggio del 19 gennaio del 20…, quando messosi in apprensione per una lunga giornata di silenzio, anche a telefono, si era deciso ad andare a vedere che cosa fosse successo. Era giunto tra fanghi quasi invalicabili alla cascina di contrada Bovo, aveva bussato e non avendo risposto alcuno, col piccolo chiavino [2] di cui aveva copia aprì il portoncino in metallo dal colore stinto ed ebbe la violenta visione:

-       Liù! – gridò e dopo il balzo in vorticosa angoscia toccò di spalla il fratello per averne la tragica conferma della morte.

Non pensò, certo, a morte violenta, credette a “morti subbita”: del resto anche la vecchia mamma se ne era andata per improvviso cedimento cardiaco. Spostò il cadavere - ormai irrigidito, pendula la bocca, stravolti gli occhi - nel letto della stanza accanto, disfatto come d’abitudine per quel settantenne fratello, non privo d’ingegno ma nevrotico, eccentrico, loquace e senzadio. Solo, scosso ed anche lui non più giovanissimo, Girolamo La Matina Calello, stentò parecchio in quelle mortuarie incombenze. Alla fine si decise: telefonò alla moglie in paese. Insieme al figlio giunsero quasi all’istante. Il figlio sentenziò:

-       non toccate nulla! C’è qualcosa che non mi convince. Innanzi tutto chiamiamo il medico.

Laureato in legge da poco, aveva conseguito autorevolezza in famiglia.

Faceva impressione sul tavolinetto dozzinale la tazzina di caffè ancora piena fino a tre quarti; frantumata per terra un’altra analoga tazzina, senza caffè sparso per terra, comunque.

Non tardò molto il dottore, don Lillì Merillo. Politico sempre fallimentare, come medico curante, bravino lo era davvero. Girò e rigirò il cadavere. Tentennò, scosse varie volte il capo canuto ma folto di capelli. Sentenziò:

-       il dottore non è morto d’infarto: è stato avvelenato … addirittura ieri.

Il giorno prima aveva diluviato a Racalmuto: dalla Montagna e da Bovo fiumare d’acqua erano scese a valle; avevano trovato occluso il ponte del Carmine. Colpa di un vecchio tecnico comunale che aveva fatto otturare il canaletto sotto la strada provinciale. Il deflusso di acque dalle terre di Troisi aveva sradicato alberi e con il pietrisco in crescita si eresse sbarramento all’entratura del sottopassaggio del ponte ferroviario, ché follia era stata nell’Ottocento quella barriera sopraelevata per fare accedere alla stazione gli sbuffanti ma stracchi treni dell’epoca. Il fratello del tecnico ancor oggi vuol teorizzare dovute ad imperizia dei costruttori delle case popolari le allaganti ostruzioni.

 

Girolamo pensò che don Lillì non potesse dunque che sbagliare. Il medico che si era seduto sulla poltroncina color giallo senape in rudimentale rivestimento di un’anima in ferro – erano sedie e poltrone comprate d’estate all’imbocco di Canicattì – si scosse dal suo apparente letargo, non chiese neppure permesso, alzò la cornetta del telefono, ed ora flemmatico come si addice ad un professionista, sia pure racalmutese, quasi dettò:

-       qui alla casina di Bovo del dottore Aurelio La Matina Calello, ho trovato il medesimo deceduto per avvelenamento. Ignota al momento la natura del veleno. Ritengo risalire al tardo pomeriggio di ieri sera il decesso.

 

Imbarazzo, silenzi, grugniti all’altro capo del telefono.

-       Lascio tutto come l’ho trovato … non faccio toccare nulla. Penserà la vostra scientifica agli accertamenti del caso. Avvisate il giudice per la rimozione del cadavere.

La moglie di Girolamo svenne.

 

*   *   *

Rovistando tra le carte del dottor Aurelio La Matina Calello, m’imbatto in un plico bianco a doppia tasca. Do not foldNon piegare ed analoga dicitura in ebraico che naturalmente non so decifrare: Provenienza: Israele Tel Aviv, par avion. Leggo dietro: SENDER : Melissa Cohen, address 325 Haligilboa St., code 65223 Tel-Aviv country ISRAEL.

-       Chi cavolo sarà codesta Melissa Cohen?

Allegata vi è una rivista patinata in ebraico, come dire in turco per me. Ma un foglio è in italiano, sgangherato quanto si voglia ma in italiano. Del resto magari sapessi scrivere io in ebraico sia pure sgangherato. Leggo:

Caro Francesco,

Ti ringraziamo di cuore per un bellissimo pommerigio a Racalmuto: ci hai convinti nel modo pi’ assoluto che c’è chi ama la sua terra, in Sicilia. Speriamo di rivederti qualche giorno in Sicilia, o, chi sa, forse in Israele? Purtroppo l’articolo sulla Sicilia (pagine 90-94 della revista rinchiusa, “Massa Acher”) troverai un po’ difficile leggerlo … comunque c’è anche una foto di Racalmuto, vediamo se la trovi! Grazie anchora e tanti saluti, anche da parte di Dubi. Melissa Cohen etc.

 

La foto la trovo subito ed è splendida. La precede una sfilza di mirabili squarci fiorentini con la solita iconografia rinascimentale. Che birichina quella Melissa a propinare alle pudiche lettrici della terra della casta Susanna la tizianesca “Venere d’Urbino”, la cui masturbazione femminea, sfacciata ed irridente, è ostensa con maliziosissima impudicizia. E non solo, «bellezza tizianesca, bellezza fisica, colta nell’intimità della sua alcova, nella sua naturale esistenza» come singultiano i nostri scolastici testi d’arte.

E qui mi vien voglia di pensare ai fatti nostri, alla nostra cultura cattolica, all’ultimo catechismo del cardinale Ruini, a questa nostra cappa di moralismo sessuofobo di vaticanesca ispirazione.

Tiziano qui non si diletta nella pornografia? Proprio come oggi la chiesa censura: «la pornografia consiste nel sottrarre all’intimità dei partner gli atti sessuali, reali o simulati, per esibirli deliberatamente a terze persone. Offende la castità perché snatura l’atto coniugale, dono intimo l’uno all’altro. Lede gravemente la dignità di coloro che vi si prestano (attori, commercianti, pubblico) poiché l’uno diventa per l’altro l’oggetto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno: Immerge gli uni e gli altri nell’illusione di un mondo irreale. E’ una colpa grave. Le autorità civili devono impedire la produzione e la diffusione di materiali pornografici » (Ciò recita con sussiego catechistico l’art. 2354).

Caro Berlusconi, beccati questa: non tu (che il gusto del sesso ce l’hai) ma il tuo evirato improbabile successore chissà se non finisca per accogliere l’anatema del successore di Ruini e pronuba, magari, la casta pronipotina del castissimo Formigoni – sia pure incinta, o appunto perché incinta – non metta all’indice il pornografo Tiziano e svelli dagli Uffici cotanto materiale masturbatorio, addirittura femminile. Lo mandiamo a Tel-Aviv. Mi piacerebbe, al mio consanguineo Gheddafi (ma quello è costretto a ripudiare le immagini, se no, che arabo sarebbe?).

Non v’è rimedio: l’art. 2521 sancisce il pudore senza limiti «Esso è una parte integrante della temperanza.» Tiziano non è di sicuro un “temperato”. «Il pudore preserva l’intimità della persona». Tiziano ha voglia di diffondere, in tempi senza foto e senza cinema, le più intime voglie erotica di una bagascia insoddisfatta. «Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto» E l’intimo piacere poche donne hanno voglia di svelare, ancora ai nostri pecaminosissimi giorni. «E’ ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza.» La Venere d’Urbino, tutto al contrario. «Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.» Caro Berlusconi, come “autorità civile” acclamata dagli ecclesiastici, non hai scampo. La condanna è da cassazione: svelli il Tiziano.

Tralascio di commentare la botticelliana nascita di Venere, tutta cerulea, conchigliata, presa da sublimità erotica, di certo splendida nudità ridestativa del fomite carnale e del deliquio visivo. Irridente per la tenebrosa bellezza delle figliole di Sion: nigra sum sed formosa. Giammai, però, glauche ispiratrici di concupiscenza, botticelliane. Ma in Israele non v’è censura? Non v’è l’analogo della morale cattolica? La licenziosità quali spazi di permissibilità consegue?

Mi accorgo, a questo punto, di avere sfogliato la rivista nel verso sbagliato: dovrei girarla dalla fine all’inizio come si addice ad una pubblicazione ebraica. Non ne ho più voglia. Mi soffermo solo sulla fotografia del panorama racalmutese. Vi è allegato un appunto del dottor Aurelio La Matina Calello. Invero è uno squarcio della lunga missiva inviata alla negroide Melissa (che se è quella che appare nella rivista è un’appetitosa gnocca, insomma una gran cucchia[3] ).



[1] ) non nel senso del Traina (= parlar con facezie), ma in quello del paese mio, come dire agghindate ma sciattamente; intraducibile dunque.
[2] ) al maschile come usa a Racalmuto
[3] ) Il senso va molto più in là del casto Traina.