venerdì 10 novembre 2017

Come? A questo ed altri quesiti che Strabone , questo storico che scrive in un greco classico, qua e là pone anche relativamente alla nostra Canicattì, sicuramente una qualche risposta l’ha dato un grecista del calibro di mons. FICARRA, canicattinese puro sangue, vescovo in partibus infidelium, come piace scimmiottare a Sciascia e come controbatte Vincenzo Di Natale. Ma le sue carte scientifiche  non sono note, almeno a me. Vi dovrebbero pur essere. Se eredi, letterati e storici, invece di sbranarsi per una faccenda tutto sommato politica e quindi estranea allo spirit ed alla sensibilità di Mons. Ficarra, si dedicassero al ritrovamento e alla pubblicazione di quegli studi dell’insigne grecista, sia pure insignito delle fibule arcìvescovili, ce ne avvantaggeremmo tanto tutti noi, e sicuramente la storia antica canicattinese. Ho scandagliato gli archivi segreti vaticani su mons. Ficarra. Vi è un top secret perché non sono decorsi i canonici settant’anni.Da quello che ho potuto appurare, la politica o i pruriti democristiani di Patti c’entrato poco nella vicenda di mons. Ficarra. Ebbe allora il sopravvento la preoccupazione di un papa come Giovanni XXIII di non tenere più oltre a Patti un prelato che grande studioso non non era molto versato nella gestione delle cose di questa terra in un vescovado piuttosto ribollente. Ricordiamoci che un Sindona in quelle parti nacque e nell’immediato dopoguerra già si avventurava in uno smercio non protocollare del grano di queste nostre parti. Leggere Soldi Truccati di Lombard per credere.

mercoledì 8 novembre 2017

martedì 5 marzo 2013


Mia vecchia cara Racalmuto, senza devianti infingimenti letterari -Sei nata bella perché ti vogliono falsare?

Ecco come ricostruirei io Racalmuto sotto la Barona, in quello splendido scenario, attorno all'anfiteatro naturale fulcro della futura rievocazione storica e teatrale della veridica nostra cittadina, cacciati via al più presto codesti pretoriani di una ormai Ministra in Gonnella, fatta evaporare da un movimento che prima asordante con frinnico stridore oggi non può più esimersi di essere il nuovo che avanza, migliore e radioso.
Sotto la fondazione i dirupi fermati per le apriche abitazioni degli uomini che hanno fatto grande Racalmuto da quel paio di centinaia di casupole "copertae palearum" che inventariò nel XIV secolo l'arcidiacono Du Mazel, incaricato dal papa di ritorno a Roma dopo l'avventura di Avignone, per una tassazione  volta ad un perdono ecclesiale con ricatto di ottenere da Dio la salvezza dalla esiziale "mala ephitimia".






Ma andiamo a ritroso. Un cewnno alla Racalmuto Medievale:
BORGO ARABO AL TEMPO DEI NORMANNI

di Calogero Taverna


Del tutto singolare è l’assoluta assenza di una qualsiasi località chiamata Racalmuto nelle più antiche carte capitolari del vescovato di Agrigento per il periodo che va dal 1092  al 1282. Si suol dire che il silenzio nella storia equivale al nulla. In questo caso, però, si deve ammettere che per un paio di secoli Racalmuto non fu tributario in modo esplicito della potente curia agrigentina, nè ebbe a pagare censi, canoni e livelli agli ingordi canonici del capitolo della asfissiante cattedrale di San Gerlando. Basta scorrerle, quelle carte per rendersi conto di quanto fiscali fossero il prelato e la sua corte agrigentina sin dal tempo in cui Ruggero il Normanno istituì - o si pensò che avesse istituito - quella diocesi affindandola al santo, o santificato, consinguineo di Bretagna: Gregorio, uomo di bell’aspetto e di copiosa dottrina, secondo quel vogliono le cronache.

Non sono tutti originali i documenti più antichi: alcuni sono rifacimenti posteriori al Vescovo Urso (1191-1239), un prelato finito prima prigioniero dei saraceni in una loro storica rivolta, e poi riuscito ad affrancarsi insieme ad una parte dei privilegi, che ci sono stati nel complesso fedelmente conservati. Tra questi spiccano i diplomi che nel diligente studio di Paolo Collura  (P. Collura: Le più antiche carte dell’Archivio Capitolare di Agrigento - Palermo 1961) recano i nn.i 8, 9 e 27 sui quali fu imbastita in tempi imprecisati un’impostura su Racalmuto e sulla sua chiesa di Santa Maria. Lo studio del 1961 dimostra intanto che trattavasi di posti collocabili presso Santa Margherita Belice. Una confusione davvero rimarchevole. E sebbene ciò, i canonici agrigentini, sin da prima del XV secolo, hanno tratto da quel falso un titolo giuridico per una loro pingue prebenda d’origine racalmutese. L’hanno legata alla pretesa fondazione ecclesiale di Santa Margherita, che fu invero una chiesuola sorta molto più tardi, “contigua e comunicante” «colleteralis et coniuncta», con la Chiesa di Santa Maria (stando almeno ai dati della visita di Mons. V. Bonincontro, Vescovo di Agrigento, effettuata  il 20 giugno 1608 [v. Curia Vescovile Agrigento: REGISTRO VISITE 1608-1609 f. 247 e ss.]).

L’incolpevole Pirri, nel 1641,  attribuisce il diploma n. 8 a Racalmuto: ma si sa che si avveleva di notizie di seconda mano perché il netino, data la sua età, non potè che affidarsi a corrispondenti locali e cioè a canonici che avevano libero accesso a quei documenti capitolari tenuti gelosamente custoditi (come del resto avviene tuttora). Sula scia dell’abate di Noto, il nostro Tinebra Martorana giovanilmente riproduce il falso a pag. 57 del testo ripubblicato nel 1982 dando suggello  alla secolare impostura secondo la quale «fu Roberto Malconvenant ad erigere sul nostro territorio la prima chiesa cristiana». Ed aggiunge, falso nel falso:  «la chiesa di S. Margherita vergine corrisponde alla nostra S. Maria di Gesù.»

 I racalmutesi a questa tradizione tengono come si evince dai cartelli pubblicitari che tuttora si ostendono. Si continui pure nelle credenze, purché  in definitiva si sappia che la chiesa di Santa Maria sorse in un periodo almeno di due secoli posteriore alla  pretesa data della sua fondazione: forse si può risalire al 1308 se accreditiamo in tal senso un documento vaticano delle decime avignonesi.

Che il Pirri si riferisse ai documenti contrassegnati dal Collura con i nn. 8 e 9 è fuor di dubbio e che quindi per il contesto di entrambi i diplomi siamo in località che nulla hanno a che vedere con il nostro paese è del tutto incontrovertibile: il falso, però, un elemento di chiarificazione per la storia di Racalmuto ce lo fornisce. Vi è come il paradigma di come sorgevano borghi arabi sotto i normanni nel perimetro della diocesi agrigentina. E Racalmuto - nullo o pressoché inesistente sotto Ruggero il Normanno, tanto che non vi si appuntarono in un primo momento gli appetiti tassaioli dei canonici agrigentini, - potè sorgere, attorno alla metà del XII secolo, sotto la spinta di un signorotto transalpino del tipo dei Malconvenant o per spinta di monaci dell’ordine dei benedettini, come siamo più propensi a credere. Villani o schiavi risultarono certi arabi, più o meno importati; padroni erano invece stranieri non residenti o abbazie distanti.








E’ una Racalmuto che va vista con occhi critici e razionali. Non può certo avvalorarsi la saga della venuta della Madonna del Monte del 1503,  così come, in buona fede, non può affermarsi che vi siano state tasse per uzzolo dei Del Carretto con buona pace del “terraggio e terraggiolo” secondo la parabola del pur sommo Leonardo Sciascia. Noi valutiamo piuttosto positivamente la presenza del Del Carretto a Racalmuto. Reputiamo fucina di cultura clero locale, organizzazione parrocchiale, atteggiamenti della fede nel sorgere e nell’abbellimento di chiese, negli insediamenti di conventi, nel diffondersi di confraternite.
Il documento del 1108 che si vuole a base di Santa Maria è abbastanza complesso. Vi si ricava che il Malconvenant ebbe a donare ad un suo consanguineo delle terre con degli schiavi saraceni. Quel parente, un militare in disarmo,  vi costruisce una chiesa. Viene dal vescovo fatto chierico per amministrarla. Le terre di pertinenza sono vaste. Ad accudirle penseranno cinque saraceni i cui nomi astrusi sono:        ALIBITHUMEN, HBEN EL CHASSAR, SELLEM EBLIS, MIRRIARAPIP ABDELCAI, MAIMON BIN CUIDUEN. Scomunica per chi vi attenta; benedizioni per chi ne accresce la ricchezza: ' Si quis - aggiunge il vescovo - vero ecclesiam Sancte Margarite  Agrigentine Ecclesie omnino subiectam circa possessiones eius in aliquo defraudaverit, anathema sit; qui vero eam aut de rebus mobilibus aut immobilibus augmentaverit, gaudia eterne vite cum sanctis peremniter percipiat'

martedì 5 marzo 2013

Mia vecchia cara Racalmuto, senza devianti infingimenti letterari -Sei nata bella perché ti vogliono falsare?

Ecco come ricostruirei io Racalmuto sotto la Barona, in quello splendido scenario, attorno all'anfiteatro naturale fulcro della futura rievocazione storica e teatrale della veridica nostra cittadina, cacciati via al più presto codesti pretoriani di una ormai Ministra in Gonnella, fatta evaporare da un movimento che prima asordante con frinnico stridore oggi non può più esimersi di essere il nuovo che avanza, migliore e radioso.
Sotto la fondazione i dirupi fermati per le apriche abitazioni degli uomini che hanno fatto grande Racalmuto da quel paio di centinaia di casupole "copertae palearum" che inventariò nel XIV secolo l'arcidiacono Du Mazel, incaricato dal papa di ritorno a Roma dopo l'avventura di Avignone, per una tassazione  volta ad un perdono ecclesiale con ricatto di ottenere da Dio la salvezza dalla esiziale "mala ephitimia".






Ma andiamo a ritroso. Un cewnno alla Racalmuto Medievale:
BORGO ARABO AL TEMPO DEI NORMANNI

di Calogero Taverna

 

Del tutto singolare è l’assoluta assenza di una qualsiasi località chiamata Racalmuto nelle più antiche carte capitolari del vescovato di Agrigento per il periodo che va dal 1092  al 1282. Si suol dire che il silenzio nella storia equivale al nulla. In questo caso, però, si deve ammettere che per un paio di secoli Racalmuto non fu tributario in modo esplicito della potente curia agrigentina, nè ebbe a pagare censi, canoni e livelli agli ingordi canonici del capitolo della asfissiante cattedrale di San Gerlando. Basta scorrerle, quelle carte per rendersi conto di quanto fiscali fossero il prelato e la sua corte agrigentina sin dal tempo in cui Ruggero il Normanno istituì - o si pensò che avesse istituito - quella diocesi affindandola al santo, o santificato, consinguineo di Bretagna: Gregorio, uomo di bell’aspetto e di copiosa dottrina, secondo quel vogliono le cronache.

Non sono tutti originali i documenti più antichi: alcuni sono rifacimenti posteriori al Vescovo Urso (1191-1239), un prelato finito prima prigioniero dei saraceni in una loro storica rivolta, e poi riuscito ad affrancarsi insieme ad una parte dei privilegi, che ci sono stati nel complesso fedelmente conservati. Tra questi spiccano i diplomi che nel diligente studio di Paolo Collura  (P. Collura: Le più antiche carte dell’Archivio Capitolare di Agrigento - Palermo 1961) recano i nn.i 8, 9 e 27 sui quali fu imbastita in tempi imprecisati un’impostura su Racalmuto e sulla sua chiesa di Santa Maria. Lo studio del 1961 dimostra intanto che trattavasi di posti collocabili presso Santa Margherita Belice. Una confusione davvero rimarchevole. E sebbene ciò, i canonici agrigentini, sin da prima del XV secolo, hanno tratto da quel falso un titolo giuridico per una loro pingue prebenda d’origine racalmutese. L’hanno legata alla pretesa fondazione ecclesiale di Santa Margherita, che fu invero una chiesuola sorta molto più tardi, “contigua e comunicante” «colleteralis et coniuncta», con la Chiesa di Santa Maria (stando almeno ai dati della visita di Mons. V. Bonincontro, Vescovo di Agrigento, effettuata  il 20 giugno 1608 [v. Curia Vescovile Agrigento: REGISTRO VISITE 1608-1609 f. 247 e ss.]).

L’incolpevole Pirri, nel 1641,  attribuisce il diploma n. 8 a Racalmuto: ma si sa che si avveleva di notizie di seconda mano perché il netino, data la sua età, non potè che affidarsi a corrispondenti locali e cioè a canonici che avevano libero accesso a quei documenti capitolari tenuti gelosamente custoditi (come del resto avviene tuttora). Sula scia dell’abate di Noto, il nostro Tinebra Martorana giovanilmente riproduce il falso a pag. 57 del testo ripubblicato nel 1982 dando suggello  alla secolare impostura secondo la quale «fu Roberto Malconvenant ad erigere sul nostro territorio la prima chiesa cristiana». Ed aggiunge, falso nel falso:  «la chiesa di S. Margherita vergine corrisponde alla nostra S. Maria di Gesù.»

 I racalmutesi a questa tradizione tengono come si evince dai cartelli pubblicitari che tuttora si ostendono. Si continui pure nelle credenze, purché  in definitiva si sappia che la chiesa di Santa Maria sorse in un periodo almeno di due secoli posteriore alla  pretesa data della sua fondazione: forse si può risalire al 1308 se accreditiamo in tal senso un documento vaticano delle decime avignonesi.

Che il Pirri si riferisse ai documenti contrassegnati dal Collura con i nn. 8 e 9 è fuor di dubbio e che quindi per il contesto di entrambi i diplomi siamo in località che nulla hanno a che vedere con il nostro paese è del tutto incontrovertibile: il falso, però, un elemento di chiarificazione per la storia di Racalmuto ce lo fornisce. Vi è come il paradigma di come sorgevano borghi arabi sotto i normanni nel perimetro della diocesi agrigentina. E Racalmuto - nullo o pressoché inesistente sotto Ruggero il Normanno, tanto che non vi si appuntarono in un primo momento gli appetiti tassaioli dei canonici agrigentini, - potè sorgere, attorno alla metà del XII secolo, sotto la spinta di un signorotto transalpino del tipo dei Malconvenant o per spinta di monaci dell’ordine dei benedettini, come siamo più propensi a credere. Villani o schiavi risultarono certi arabi, più o meno importati; padroni erano invece stranieri non residenti o abbazie distanti.




Le vicende di Racalmuto possono venire ricostruite con amore, con passione, con interesse ma criticamente, spregiudicatamente spazzando via tutti quegli “idola” della ingenua tradizione locale o della mistificante letteratura degli autori paesani. 



E’ una Racalmuto che va vista con occhi critici e razionali. Non può certo avvalorarsi la saga della venuta della Madonna del Monte del 1503,  così come, in buona fede, non può affermarsi che vi siano state tasse per uzzolo dei Del Carretto con buona pace del “terraggio e terraggiolo” secondo la parabola del pur sommo Leonardo Sciascia. Noi valutiamo piuttosto positivamente la presenza del Del Carretto a Racalmuto. Reputiamo fucina di cultura clero locale, organizzazione parrocchiale, atteggiamenti della fede nel sorgere e nell’abbellimento di chiese, negli insediamenti di conventi, nel diffondersi di confraternite.
Il documento del 1108 che si vuole a base di Santa Maria è abbastanza complesso. Vi si ricava che il Malconvenant ebbe a donare ad un suo consanguineo delle terre con degli schiavi saraceni. Quel parente, un militare in disarmo,  vi costruisce una chiesa. Viene dal vescovo fatto chierico per amministrarla. Le terre di pertinenza sono vaste. Ad accudirle penseranno cinque saraceni i cui nomi astrusi sono:        ALIBITHUMEN, HBEN EL CHASSAR, SELLEM EBLIS, MIRRIARAPIP ABDELCAI, MAIMON BIN CUIDUEN. Scomunica per chi vi attenta; benedizioni per chi ne accresce la ricchezza: ' Si quis - aggiunge il vescovo - vero ecclesiam Sancte Margarite  Agrigentine Ecclesie omnino subiectam circa possessiones eius in aliquo defraudaverit, anathema sit; qui vero eam aut de rebus mobilibus aut immobilibus augmentaverit, gaudia eterne vite cum sanctis peremniter percipiat'

Industria, l’Italia resta la settima potenza mondiale

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L’Italia resta al settimo posto nella classifica dei paesi più industrializzati del mondo, in Europa è seconda dietro alla Germania (la top ten completa: Cina, Usa, Giappone, Germania, Corea del Sud, India, Italia, Francia, Gran Bretagna e Messico). Il rapporto Scenari Industriali 2017 di Confindustria conferma che l’industria italiana, dovendo rispondere a un mercato interno in contrazione, ha imboccato la strada dell’internazionalizzazione: dal 2010 ad oggi l’export è aumentato del 3,2% medio annuo, un ritmo appena inferiore a quello tedesco (cresciuto del 3,3%).

Il segnale è buono, ma il dato da solo non è sufficiente per compensare i limiti strutturali del sistema Italia. Per esempio quello del costo del lavoro, che negli ultimi dieci anni è cresciuto del 15,2% (contro un calo del 3,1 in Spagna, una crescita del 7,5% in Francia e del 10,8 in Germania. Questo dato aiuta a capire perché, nel decennio (2007-2016) il manifatturiero ha perso 800 mila posti di lavoro e sta recuperando a ritmi da lumaca. La svolta è cominciata nel 2015: da allora è cresciuto (molto) il monte ore lavorate (+5,2%), soprattutto a fronte dell’allungamento degli orari ed è cresciuta (poco) l’occupazione, che oggi conta appena 60 mila addetti più di due anni fa.

Non c’è da meravigliarsi se la crescita - anche questo indicatore è in recupero - resta stentata. Nel secondo trimestre 2017 il Pil è rimasto inferiore (dell’1,8%) ai livelli del secondo trimestre 2011 (preso a paragone perché è il picco precedente) e del 6,4% rispetto al primo trimestre 2008 (il massimo raggiunto prima della crisi). Questi numeri, spiega Confindustria, significano che di questo passo il recupero della crisi sarà raggiunto nel 2021.


Nell’immediato gli industriali italiani puntano il dito sul credito: «Nel 2017 resta molto depresso - si legge nel rapporto -: nel manifatturiero è cresciuto dello 0,2% in sette mesi, meglio di altri settori». Però «a causa del calo nella fase precedente lo stock resta inferiore del 19% nel manifatturiero rispetto ai massimi del 2011». All’appello mancano 45 miliardi, più del doppio del valore della manovra di finanza pubblica al vaglio del Parlamento in queste settimane.

Il problema non è di poco conto, perché da solo l’export non basta: lo sviluppo dei «mercati alternativi resta tuttora contenuto, nonostante gli indubbi recenti progressi» con il risultato che «la risalita economica è stata finanziata finora in gran parte dal recupero della redditività delle imprese e quindi dall’autofinanziamento». Non bisogna trascurare il rischio che i margini dell’industria vengano erosi da un rialzo dei prezzi delle materie prime: «È cruciale - conclude Confindustria - che avvenga finalmente la ripartenza del credito bancario alle imprese per rendere durevole il rilancio produttivo».
ALTRO SU MSN:
Ma in Sicilia chi ha perso chi ha vinto?. Il 54% dei miei concittadini non ha ritenuto di recarci alle urne. E non per assenteismo o per disgusto. Ora come cinque anni fa. sempre la stessa musica: questa istituzione sovranazionale che è la Regione Siciliana ha semplicemente annoiato. Geronzi può impunemente confessare che ha consumato LO SBARCO IN SICILIA oltre 100 anni dopo quello di un certo masnadiero strumentalizzato da orde inglesi che volevamo accaparrarsi le mostre risorse minerarie solfifere. Come a livello nazionale ha straperso la SINISTRA per mancanza della materia prima: la classe operaia. Qui a Racalmuto non faccio altro che sentire, un c'è nuddru, un c''è nuddru. Insomma non ci sono più lavoratori e quelli immigrato cominciano ad esigere la giusta paga altrimenti con quello che passa la Comunità possono starsene tranquillamente nelle panchine a fumare e bere, sino a quando qualche ragazzina audace o qualche spudorata signora in fregola non se li porta a casa, a fare l'amore o nel lettino della casta fanciulla o nel talamo coniugale ormai disertato da un marito in piena noia e abbacchiamento.

martedì 7 novembre 2017

Dicono che Renzi ha distrutto un partito: è un partito che che distrutto Renzi. Venuta meno la classe operaia, i voti si volatizzano. Non c'è più spazio per la sinistra, comunque la si chiami. Io odio Renzi ma il mio collega e spera che mi permetta di chiamarlo amico Umbretta mi dice che il rapporto debito pubblico/ PIL qust''anno non solo non splafona ma si dovrebbe attestare entro l'1,9%. Tutti a dire quattro anni fa al tempo di Letta che saremmo andati oltre il 3%- Ci sono infatti Spagna e (come godo) Francia ma noi all'1. 9% . Merito di chi? Mica mio o di Salvini o di Berlusconi o di Musumeci o di Meloni (figurati) e manco di Gentiloni e neppure di Mattarella, ma del sagrista Tosco. Il partito di sinistra si sfascia perché le cose si mettono bene e il sagrista tosco paga. Classico nelle democrazie classiche; si veda l'Inghilerra del dopo guerra. L'anno venturo entrerà trionfante Berlusconi e figurati gli applausi. I meriti del derelitto sagrista tosco se li prende lui. Speriamo che sappia almeno tenere le posizioni. Al solito prenderà il bleso tremonti e quello andrà a sfasciare di nuovo la Banca d'Italia. e la Comunità Europea cela farà pagare. Allelluia però, tornerà in auge la SINISTRA (moderata comunque). Così vanno le cose di questo mondo. 
IL COMPAGNO GIOVANNI ANTONIO RINALDI





Santa Lucia di Fiamignano. Questa diremmo la sua periferia. Vi ho casetta. Sopra monti aspri estesi. Vi è Rascino con il suo proteiforme laghetto. E ancor più sù il CORNINO, come inaccessibile, anche se di recente hanno ottenuto fondi per dire di avere riesumato una strada francigena che dal Nord Europa arriverebbe sino a Capo Passero in Sicilia. Pur di far soldi, anche qui, non si va per il sottile.

Ma gente onesta qui, proba, scevra da violenze, senza mafia pur essendo stata
terra annessa nel  Regno delle Due Sicilie. Confina con lo Stato Pontificio. Possibilità un tempo per i briganti di farla franca. Ricercati in Baronia fuggivano nello Stato Pontificio. Inseguiti dagli scherani di Papa Sisto facile trovar ricovero in grotte come quella che si dice dimora del famoso bandito Viola, o in grotte sparse in questi monti tra il Velino e la Duchessa. Celeberrima Val dei Varri con guerriero longobardo tumulatovi. Pigorini trovò quell'avello se lo portò a Roma. Finì ben ricostruito nell'omonimo mueo all'EUR. L'ho ricercato pochi anni fa. Sparito. Sto cercando di spingere le locali autorità a recuperarlo e magari ricostruire quella tomba all'interno della fascinosa caverna di Val di Varri: una infernale grotta da grandi speleologi;  davvero SUBLIME in senso pittorico e filosofico.

In questa maliarda terra del Cicolano ho avuto la ventura di conoscere un grande uomo Giovanni Rinaldi, classe 1925, deceduto alquanto tragicamente dopo una scivolata sulla terra ghiacciata il 17 febbraio 2015.

Compagno per antonomasia,  per quarantanni abbiamo confabulato  in  Santa Lucia, concordi anche se lui fu e rimase comunista ortodosso sino alla fine dei suoi giorni, mentre chi vi parla ha tanto ondeggiato ideologicamente nella sua ormai lunga vita ma sempre ancorato a sinistra, all'estrema sinistra.

Guovanni Antonio Rinaldi naacque a Fiamignano ma la sua travagliata vita la visse in frazione di Santa Lucia , una frazione che odia Fiamignano con tutte le sue forze. Santa Lucia, è piuttosto  rossa mentre il capoluogo pende  a destra, se non fascista di sicuro nutre   sentimenti reazionari, tipo biancofiore ma dalla parte dell'estrema destra.


Il compagno Giovannuzzo  come dicevan qui si industriò molto nell'arte casearia. Geniale, aveva valentìa impareggiabile. Quando mancavano le sofisticate tecnologie, lui usava le due dita congiunte per misurare la giusta temperatura. Meglio di un termometro. Ricordo una volta tra il miagolare di tanti gatti qualcuno anche nero  a parlare a parlare per spiegarmi la sua  abilità  casearia. I suoi formaggi andavano a ruba. Venivano da lontano a comprarsi il suo cacio  nelle classiche  forme. Aveva armenti in montagna. Mandria di rustica complessità cdi gfronte alla Fonte dell'Ospedale, con acqua altamente diuretica.

Non proprio giovanissimo sposa una avvenente  ragazza di Genzano, zona rossa, Approda a Santa Lucia la compagna Emma Trinca: intelligente, sagace, gentile,affezionata. Rende felice per decenni il compagno Giovannuzzo.

Il compagno Giovanni a Santa Lucia è capo naturale, la classe operaia lo segue, lo adora, pende dalle sue labbra dalla sua cultura proletaria. Santa Lucia è terra sostanzialmente traumatizzata dal fascismo. Grossi gerarchi vi avevano dimora. Ma Giovanni più che avere a che fare con i vetero fascisti deve vedersela con i sognorotti del luogo, proprietari terrieri vessatori- Lotte contadine che si susseguono con Giovanni alla guida tenace dura contrappositiva, irriducibile.
 Ma con i Balduzzi e con i Lugini i contrasti si attenuano: scatta l'umana simpatia. La reciproca stima.

Delle sue lotte contadine Giovanni molto mi parlò. Credo però che l'esaltazione mnemonica talora lo portasse a qualche esagerazione. Comunque grande uomo, sagace politico, temerario, combattente, inflessibile, coerente, impegnato.
 Morì tra la stima e l'affetto di tutti. Salve compagno  Giovanni.

Calogero Taverna


lunedì 6 novembre 2017

devi sapere che mio nonno paterno è morto in guerra in Slovenia il 25 maggio 1917. Esattamente cento anni fa. Ancora le autorità militare si ostinano a dichiararlo 'disperso'- Mio nonno aveva 37 anni. Aveva comprato una mula, voleva diventare coltivatore diretto, sganciandosi dal padre. Aveva sposato un bella donna dal viso ampio e gradevole. Avevano fatto già fatto cinque figli. Credo che a mio nonno piacesse molto fare all'amore. A mia nonna non tanto visto che rimasta vedova molto giovane poi non si sposò mai più e non ebbe ne son sicuro altri uomini.
Cadorna aveva bisogno di carne umana, molta carne umana. Si inventava persino che gli Austriaci crudeli lanciassero le bombe di gas sui nostri mal nutriti, mal vestiti, male armati soldati lì al confine, sul Carso, in Slovenia. Dovevano liberare a tutti costi Trento e Trieste.
Fu così che presero questo contadinotto di mio nonno che si chiamava esattamente come me. Non potevano non dovevano. Mio nonno era molto anziano per la guerra specie nelle lontane inaccessibili ostili montagne alpine. Aveva già cinque figli. Tra fratelli cugini e cognati molti quella dannata guerra ne aveva sfracellati. E mentre i figli di papà la facevano franca perché 'riformati' per difetto di cassa toracica, mio nonno che credo mai si era allontanato da Racalmuto o magari dai due o tre paesoni vicini, si vide portato ad Adornò a fare una burletta di addestramento militare.
Ad Adernò, goffo per scarpe smisurate, pantaloni ridondanti, buffo e largo elmo, ed altro raffazzonato vestiario militare, un pesante fucile lungo e malagevole, giberna e ciò che doveva farne un fante da terrorizzare i bene amati austro-ungarici, fecero finta di addestrarlo alla mira omicida. Tanto gli dissero non si preoccupasse. Finiva in sussistenza o in fureria (ignoro il linguaggio militare). Mio nonno era analfabeta. Gli diedero delle cartoline militari. Si prestarono alcuni con qualche infarinatura in scrittura e mio nonno iniziò a farsi scrivere ingenue allarmate note di corrispondenza alla 'amata' moglie e tramite lei alla sua amata mamma. Dava del voi. Al figlio maggiore, mio padre. Continua
Domanda: Mi sbaglierò forse, ma non capisco quali obiettivi tu voglia conseguire !
Sto scrivendo un libro di ferocì accuse al sindaco al comando militare al ministro a Gentiloni
No, Mio nonno e altri suoi 30 commilitoni 'dispersi' ancora dopo un secolo, non hanno lapide, non hanno commemorazioni. I soldi tanti soldi il Sindaco Messana li spreca per ben altro.
Ti stai impegnando con tutte le tue forze e io spero che tu possa ottenere qualche soddisfazione come meriti
Li trafiggerò tutti con una grignuola di male parole che so poi possono essere pietre. Bombardo da due anni. E loro mi ripagano con l'indifferente silenzio.
Che non abbiano pensato almeno a una lapide per commemorare i dispersi, è una vergogna!
Voglilo essere il più cattivo possibile. E quindi la notte, non disturbato da nessuno o da nessuna faccio ricerche storiche, affino le mie accuse, voglio strali acuminati e devastanti come le granate che fecero di mio nonno in Slovenia, un DISPERSO, sospetto magari di diserzione.
Ecco perché sino alle quattro alle cinque sto qui davanti al computer- Leggo studio appuro confronto copio per fare questo libro sulla grande guerra che ha disintegrato mio nonno ed altri 30 poveri cristi racalmutesi, mentre i galantuomini, gli antenati di questi che ancora qui a Racalmuto neghittosamente ci comandano, magari pagando Cucco che accecava di un occhio, se la scansavano bellamente. Ira la mia, ira irrefrenabile. Maledetti!
Calogero Taverna

domenica 5 novembre 2017

senatores boni viri senatus mala bestia ma se i boni viri sono della taglia di questa ragliante senatore meglio chiudere l'intero senato.

















senatores boni viri senatus mala bestia  ma se i boni viri sono della daglia di questa ragliante senatore 


meglio chiudere l'intero senato.

senatores boni viri senatus mala bestia  ma se i boni viri sono della taglia di questa ragliante senatore meglio chiudere l'intero senato.Bankitalia, Gasparri: Visco ha anteposto il potere alla dignità

sabato 4 novembre 2017

Vinciguerra
1 di 1  
[Contra Omnia Racalmuto] Niente Azione Cattolica .. solo teatranti
 
gio 13/06/2013, 15:08

 Alle ore 10 del 29 giugno 1950, anno santo, si stinnichiava a panza ‘n terra il non ancora ventiquattrenne (gli anni li farà il 21 novembre) Alfonso Puma Pagliarello di Calogero (per tutti lu zzi Caliddru):adosso gli piombava un prolifico Spirito Santo nella fastosa cattedrale di Giurgenti. Officiava il principesco mons. Peruzzo (invero di bassa nordica famiglia). Bastò un veni creatar spiritus cantato invero da una apprezzata schola cantorum del vescovile seminario al suono di un organo imperioso ben suonato da padre Cucciara, e subitò fu Sacerdos secundum ordinem Melchisedech.  Insieme a lui Vincenzo Burgio, Andrea Cammilleri, Giuseppe Ciaccio, Sebastiano Gentile , Luigi Pellitteri, Michele Polizzi, Antonino Vinciguerra e Salvatore Volpe. Io a quella cerimonia c’ero e sia pure frastornato dalla mia labile memoria  posso arrogarmi il diritto di ragguagliare e testimoniare. Mi pare che vi fosse qualche altro, ma se l’annuario non li riporta più qualcosa sarà successo: la santa morte non è che risprmi preti e manoche in giovane età, ma purtroppo – per i fedeli – dopo ad Agrigento vi fu eretica area ed anche per quel divieto di non potersi sposare, tanti gà preti finirono mariti, al solo stato civile ‘sintende.  E per quelli che ricordo furono i migliori, quelli più colti  o che passavano per tali.

Padre Puma era stato un buon teologo ma non eccelso. Quello che aveva voglia di primeggiare, in contesa con padre Pirrera,  era il nostro padre Calogero Salvo, consacrato un anno prima, proteso – sembrava – ad alte cariche, ma per suoi smarrimenti nelle astuzie clericali, finì in depressione  funzionale, non fu manco monsignore, neppure parroco decente, alla fine solo rettore del Collegio e quandosi permise di stigmatizzare il mestiere della recente defunta Moana Pozzi si prese su Malgrado Tutto tante di quelle male parole da Fofu Sciè da restare esterrefatti.

Padre Puma venne subito requisito dall’arcigno Arciprete Casuccio , lo vedete qui longilineo serio ma sereno, dignitoso, diciamo altero. Se ne sta tra il nostro quasi liliale padre Puma e l’impagabile Giugiu di Falco, personaggio ancora vivo e vegeto per doverlo adulare oltre il decente in questa sede.

Padre Puma è qui in prossimità del natale del 1950. Dico questo perché questa che vedete nulla ha che fare con azioni cattoliche, con clericali assemblee, con vicende pentacostali: è solo la foto ricordo di un dramma tutto al maschile a titolo: ho ucciso mio figlio!

Insomma, mi dispiace prr il mio caro amico dottor Carmelo Rizzo, questa è solo una delle tante foto ricordo della filodrammatica a suo tempo potuta allignare properio nel teatrino della sacrestia della matrice, in occupazione di parte del giardino.  A quei tempi, al verde attrezzato non si badava.  Ed ovvio, l’arciprete Casuccio non era tipo da fare o da avere a che fare con dei teatranti sia pure dilettanti. Ma una presenza in una foto ricordo non la disdegnava come a fine anno scolastico in occasione della prima comunione.

A quella filodrammatica mi appiccicai pur io  magari  in veste da seminarista che però aveva ormai deciso di buttare alle ortiche la tonachina coi bottoni rossi anche per via di un cappellaccio a larghe falde che rendeva inesorabilmente ridicoli e che allontanava gli sguardi puritani fuori ma ardenti dentro delle ragazzine di allora che non erano quelle petturute e longilinee stanghe di adesso ma un qualche vezzo femmineo lo avevano: Ma neache noi maschietti a dire il vero potevano chiamarci in anteprima giovani “Fico”.

Eppure, io che ho sempre avuto il complesso della non avvenenza fisica a riguardarmi adesso non ero, a 16 anni, da buttar via: sto a fianco di un mio coetaneo, poi compagno di liceo al Pirandelo di Agrigento, Angelo Morreale. Angelo Morreale diverrà poi il marito di una bella nipote di padre Puma, ma allora manco a pensarci. Lo vi suole qui invecchiare con un pizzetto appiccicaticio che lo rende alquanto buffo ma era uno dei belli del paese, bene messo in carne e a confronto dei lilliput del luogo quasi un gigante. Io e lui siamo entrambi seduti e quindi non sfiguro.

Angelo Morreale.  diciamo che era un giano bifronte: frquentava ambienti parrinara ma non disdegnava di far comunella con la nuova jeunesse doré, quella dei Nestore Falletta,  Alfonso Scimé, Peppi Troisi, Carminu Piazza ed altri pochi, di professione “studenti”, figli di papà, come dire di soci del Circolo Unione, già protesi a verniciare di rosso (ma un rosso più che socialista, socialdemocratico) l’essere  già candidati alla crestomazia paesana. Succedendo ai vari Nalbone, Scimé, Alaimo, Sciascia, Fucà e quant’altri già potevano assidersi nelle poltrone del già lodato Circolo Unione.  A questa nuona schiatta di aristocratici social popolari si aggregava soprattutto il poliedrico Totò Marchese e il suo inseperabil amico Elia Avenia.  AngeloMoreale era della casta nobile a pieno titolo ma non ci disdegnava a noi parrinara.  Se mi si dice che c’era già aria di Azione Cattolica, rispondo: non ricordo.