venerdì 8 giugno 2018

martedì 14 ottobre 2014

Contro Horozco


12. - Il detto hà huomini di malissima vita, li quali lo consigliano; hanno campato et campano come secolari, tenendo puttane in casa et extra, facendoci figli maschi et femine. Li quali li maritano publicamente, essendoli detti sacerdoti et constituti in dignità. Et esso gl’ha fatto visitatori di monasterij moniali, mandandoli lupi tra li pecore et delli monaci cui è guardata di quà et di là, cosa certo pessima ad intendersi da tutti, et le povere monache parlando sopra di questo che non conveniva nè tampoco era buono, furno poste carcerate come appare nel monastero grande di Girgenti, et quelli tenevano le chiavi di dette monache hor cogitate.
13. -
 Usurpatore.
Il detto hà tenuto et tiene l’intrate et pensioni che deve alla chiesa, non curandosi di scommunica, di poi ch’è venuto. Et quella detta chiesa stà per cadere per essersi fatte alcune fessure, come hanno dichiarato i capi mastri del Regno che caderà frà poco tempo con scritture publiche fatte di sue proprie mani, che non basteranno, se lei cade, da numero di sessanta mille  scudi. Et esso non n’hà  voluto far niente anzi c’hà  tenuto li sudetti et poco si cura di questo et chi ni parlasse gl’era nimico capitale et lo poneva carcerato.

14. -
 Usurpatore.
Il detto, havendosi ricuperato 300 et tante oncie dalla Regia Corte per la morte del q- Don Francesco del Pozzo della pensione dell’Episcopato che deve 500 scudi, l’hanno applicati alla detta fabrica ecclesiastica, il detto sol l’hà pigliato senza scrupolo di censuirla et spenderseli à suo modo et alla detta Chiesa senza spenderci un quattrino, come appare per polize fatte al Thesoriero di tali dennari.

15. -
 Usurpatore.
Il detto si prese un thesauro ecclesiastico  dove stavano le robbe della detta Chiesa et lo volsi “loco mutui” per un’anno sinchè si faceva il suo studio et hora son passati tanti tempi, onde la Chiesa patisce rt hà patito tanti danni, perdite et maltrattamenti di robba, essendo gittati trà lochi stretti et non conviene maltrattare detta robba stando con bona conscienza, pigliandosi giucali, tovaglie, paramenti di calici, candilori, calici et  patene d’oro, pigliandosi reliquarij aprendoli auctoritate propria del Thesauro  oro, argento; levandole messe della Chiesa dell’obligo per sparagnare non tenendo capellano et se la fà dire entro il suo Episcopato.

16. - Li suoi creati et praecisè il suo confessore passato, huomo di grandissima malavita, essendo monaco fuori della sua Religione, che non potendo havere (sendo carnale) donne per sfogare il suo male appetito quelle faceva processare li riduceva carcerate in una carcere et ivi redotte sotto l’auttorità della giustitia le violavano publicamente la notte e’l giorno.


17. - Il detto suo confessore frà Giovanni era tanto lascivo della carne ch’era la notte incontrato con la mula di Mnsignore che andava un di Petra sua puttana et quella attaccava dietro la porta. Diceva la messa ogni mattina con grandissimo scandalo. Di più lo detto teneva li dennari dell’elemosina et li poveri andavano un di esso et esso per fama publica si diceva per la città haver profanato molte vergini figliole ch’andavano à domandarci l’elemosina. Come s’è visto che una donna povera di conditione nobile andò al detto frà Giovanni et espose la sua necessità che teneva una figliola;  quel tempo era d’haverla collocata et per non potere per essere povera donna supplicò sua Reverenza trattare con  Monsignore li volesse dar la charità. Il detto Episcopo li mandò à dire che ci voleva dare oncie 5. et il buon Padre le disse: «ho fatto quanto havete voluto. Monsignore vi dona oncie cinque et oncie cinque vi dono io et lasciatemi colcare con vostra figlia inanti che si marita, altrimenti non haverete nè l’uno nè l’altro.» Et la donna lo incominciò à riprendere et lo seppe Monsignore dallì à tempo et non ne fece niente, anzi disse che non era vero come fù  vero, essendoci testimonij degni di fede.

18.- Vi fù un monaco suo theologo dell’ordine di S. Augustino il quale si chiamava P.dre Honofrio, quale Monsignore mandava spessisime volte delegato. Arrobava publicamente essendo essaminatore con il Vicario generale. Passò certi ignoranti che à pena sapevano leggere della Licata et se ne presero oncie dodici facendo simonia. Et da certi altri ordinanti certi cantari di formaggio et cascicavalli. Et facendosene parole di questo intrà la sala sopravenne Monsignore. Volse sapere ciò si trattava; li fu detto il tutto et Monsignore disse: «io tengo carta che quelli ci lo diranno in faccia», et  dicendo tiri spagnuoli tra essi l’un l’altro si posero molto à ridere et non se ne trattò più.
19. -
Gio: Dios
Di più, portò un huomo con esso da Spagna, chiama[to] Gio: Dios, il qual di subito ch’arrivò à Girgente, lo fece visitare et sopra di delegato in Diocesi. Et si partì et conferisi nella città di Sambuca. Incominciò ad arrobbare publicamente che furno costretti ricorrere all’Arcivescovo di Palermo, et in fine al Vicerè, onde venute molte lettere che Monsignore ci lo mandasse in Palermo acciò desse conto del tutto: come stava che buoi, giomenti, muli, porci, frumenti, orzo, formagio et robbe tutte queste così rubbatole. Et vedendosi così affrontato il detto Monsignore lo fece imbarcare per Malta per non essere affrontato. Et doppò che fù arrivato in Spagna il detto Gio: Dios incominciò à dir male de l’ Episcopo che ci fece fare in sua diocesi, et doppò non fù  habile favorirlo, onde lo seppe suo cognato; fattoci lettere di riprensioni grandissime; se queste cose havessero arrivato all’orecchie, di subito l’haveria prohibito del suo beneficio, ond’esso con grandissima malitia investigò et scrisse che Jan Dios non è venuto per esso chiamato da S. E.; ma fù mentita perch’esso l’haveva prosecuto.  Essendo qua esso sindi fuggito, il che non fù vero et havendo havuto questa nuova, di subito voleva dare testimonij alcuni canonici con dire che Jan Dios era adultero et si godea Donna Petronilla sua criata. Li fù detto che non ne sapevano niente et se esso lo sapeva lo doveva castigare et proseguire quando era qua et non hora che è andato.

20. -
Gio: Dios
Senza nulla saputa del Capitolo fece fare una una lettera approbatoria del Consiglio falsa per la risposta, fatta di Spagna et curò ? con diligenza che Monsignore si prese il sigillo del Capitolo; sigillò la lettera confidandosi al Cancellere. Et questo si fece per non si sapere sua malavita. S’ha accompagnato con questi huomini delli quali sindi spagna (?) et lo portano dove vogliono essi che hanno rovinato questa povera Diocesi; che li poveri preti non possono più; se ne vanno fuori ad altra diocesi, finchè N.S. li provederà dal Cielo, cosa che non s’ha saputo à tempi antichi quello che si fà oggi.
Il detto frà Giovanni et frate Honofrio, per le gran lettere che vennero di Palermo dall’Arcivescovo et da S.E. che li volesse mandare di sua casa, che non conveniva à Prelati tener huomini così di mala vita, come non li mandò.

21.
Ho voluto usare la lingua castigliana per entrare più in sintonia con la storia di quattro personaggi spagnoli, di cui parlerò, che nel bene e nel male ebbero grande importanza nel tessuto connettivo della nostra storia e principalmente nella diocesi di Agrigento: un tripode con al vertice santa Teresa Sono: - Don Juan Horozco de Covarrubias y de Leyva - Don Diego de Haedo - Padre Maestro Jeronimo Graciàn. - Santa Teresa d’Avila “Gli storici devono avere la verità per primo scopo, e non lo spirito di parzialità. L’interesse, il timore, l’odio e l’affezione non devono sviarli dal sentiero della verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni umane, testimonio del passato, esempio e specchio del presente, e ammaestramento per l’avvenire. Ed io so che in questa si troverà tutto quanto di gradevole si possa desiderare”. Questo lo ha scritto un certo Miguel De Cervantes Saavedra, cinque secoli fa, in un poderoso volume di mille pagine stampato la prima volta in castigliano a Madrid dal titolo: “Quijote”. Ho riportato volutamente queste parole del famoso Spagnolo perché chi volesse scrivere, a suo rischio, qualche pagina di storia, fosse spinto a fare un esame di coscienza prima di cominciare. Io credo di non avere trovato in me colpa alcuna in queste fatiche. Ho scritto prima di tutto per me stesso, credendo, così, di fare meglio il mio compito di prete 4 e, man mano, nascendomi il desiderio di comunicare queste cose ai miei paesani coltivatori di pesche, di frumento, di viti, di ulivi e di ciliegie, di stamparle, per quanto le mie modeste risorse permettessero. Le cose dette qui non sono mie, anzi di mio non c’è niente. Sono cose dette da studiosi, professori, pensatori, pubblicisti. Io ho fatto solo un lavoro di ricerca accurata e, per la verità come sempre, un poco faticosa, per comprendere, sistemare, in modo che tutto fosse chiaro alla mia mente un poco lenta, per evitare di avere capito male o di citare male, come qualcuno ha fatto dei miei scritti. (dalla premessa al mio ultimo libro: Carmelitani in Sicilia del 1600). Entreremo con modestia aprendo un piccolo spiraglio con discrezione per prendere viepiù consapevolezza, di una piccola parte della grande storia, piccolo rivolo, che collegandosi ad gran fiume, s’apre all’orbe terraqueo. Ma faremo il cammino inverso: dal mare grande per arrivare al ruscelletto delle nostre terre. Questo metodo potrebbe contribuire a sfatare la parvenza d’isolamento culturale e dell’emarginazione, rendendoci, di un tutto, un po’ protagonisti, e contribuire a far più bella e santa la terra che ci ricetta. Oggi si privilegia la cooptazione di manovalanze di robusta cromatura superficiale, di cultura imparaticcia, montanara, arrampicatrice, insufficiente, che aborrisce la ricerca scientifica, per nulla erudita. Questo vale tanto per le tante attuali gestioni del “patrimonio” chiesastico, per tanti “laici di chiesa”, opportunamente obbedienti e docili, di facile connivenza, quanto per le gestioni pubbliche, dove un certo potere “laico” deresponsalizza il servizio e s’accompagna di una servitù che alloggia al piano di sotto del piano nobile del “palazzo” del potere, infingarda e indolente che privilegia il cortile alla piazza. * Giovanni Horozco de Covarruvias de Leyva fu vescovo di Agrigento dal 1594 al 1606. Era nato a Toledo nel 1544 da nobile famiglia. * *Opere: -Diego vescovo“Veterum numismatum collatio cum his, quae modo expendiuntur” (1591), ma la sua opera principale è: “Variae resolutiones ex iure pontificio, regio et caesareo” (1552). -El Greco Il pittore ritrasse diego e Antonio più volte. Nell’Entierro del Conde de Orgz (1586). -Sebastian fratello di Giovanni sacerdote (1539-1613) autore di un’opera famosa, il “Tesoro de la lengua castellana o española” (1611), (dizionario) dedicata a Re Filippo III che ne era orgoglioso e, come suo fratello, degli “Emblema”. 5 -Sebastian padre di Giovanni scrisse una trentina di opere -Alonso Beato. Toledo, 1500 -Madrid 1591) agostiniano, consigliere di Carlo V e di Filippo II, scrittore di singolare fecondità e purezza di lingua. Nipote di don Diego e Antonio Covarruvias, grandi giuristi, che dalla Spagna si recarono al Concilio di Trento, dove Diego brillò per la sua dottrina accanto al cardinale Buoncompagni, poi diventato papa col nome di Gregorio XIII. Nel 1565 seguì lo zio Diego Rodrigo Covarruvias, vescovo di Segovia. Lì ebbe la ventura d’incontrarsi con S. Teresa e S. Giovanni della Croce. Quando S. Teresa, a Segovia, volle fondare il monastero, le fu vicino e quando il 19 marzo del 1574 le monache presero possesso della casa fu proprio lui a celebrare la prima messa, comunicando S. Teresa e le sue compagne. Santa Teresa lo ricorda nel Libro delle fondazioni: “Faceva quanto poteva per noi”. Per due anni dal 1588 al 1591 ospitò nella sua casa i padri carmelitani a Segovia, per la fondazione di un convento. Si confessava da San Giovanni della Croce e “Un giorno manifestando l’aspirazione a diventare vescovo, il santo padre Giovanni gli rispose che non stava bene…Poi lo fecero vescovo di Agrigento dove ebbe molte sofferenze...”. La testimonianza è di suor Maria di S. Giuseppe diretta a Segovia dal Santo Ad Agrigento il vescovo tentò una radicale riforma, ma gli interessi economici, di prestigio e di parte lo ostacolarono: “por ser gente aspera et incorreggibile! ”heretici!” Il vescovo Giovanni tornò in Spagna nel 1606. E qui casca l’asino Il 20 maggio 1609 mandò al Generale dell’Ordine del Carmelo un documento nel quale descriveva la relazione che ebbe con Santa Teresa. Questo fu il suo ultimo scritto importante rimasto inedito per quasi 200 anni. Morì l’anno dopo, il mercoledì 23 giugno 1610, dopo 4 anni un mese e 20 giorni di episcopato dal suo ritorno in Spagna. Aveva sessantasei anni “L’amore per le lettere sarà un tratto caratteristico del vescovo durante la sua permanenza in Sicilia” (Manduca, vedi: Mongitore, Mirabella, Mazzuchelli) Scrisse: - Tratado de la verdadera y falsa prophecia 1588 - Paradoxas christianas contra las falsas opiniones del mundo , 1592 - Consuelo de los affligidos, Agrigento 1605 - Doctrina de principes enseneada por el santo Job Valladolid 1605 - Origines et principios delas letras - Arte de la memoria - Emblemas morales 1589 importante, tradotta anche in latino. 6 Sebastiano Bagolino (1562-1604) di Alcamo, il traduttore, era un latinista, un disegnatore, un poeta e un musico. Verso la fine del 1595, Horozco chiese a Bagolino di venire ad Agrigento per lavorare alla traduzione degli emblemi e vi rimase un anno. Era stato prima al servizio di Francesco II Moncada, principe di Paternò e conte di Caltanissetta, ma troncò la sua carriera repentinamente per la morte del suo protettore nel 1592. Fancesco Moncada, capitano generale dell’esercito del Regno di Sicilia, morì a 23 anni, nella battaglia de Adernò contro i turchi. Era figlio di donna Luisa de Luna de Vega e padre di don Antonio Moncada d’Aragona. “Rendite di Agrigento: La Mensa Vescovile rendeva 8.800 ducati (2.933 onze = 1.466.500 €) [3 ducati faceva 1 onza che varrebbe oggi circa 500 € ] ENTRATE: 1.466.500 € USCITE: 627.500 € DI NETTO = 839.000 € *HAEDO Fra Diego de Haedo, zio e nipote, ambo monaci benedettini Il primo nato a Santander inquisitore di Aragona, di Catalogna e Valenza, vescovo di Agrigento prima di Horozco Arcivescovo di Palermo gli ultimi 19 anni (1589 – 1608). Palermo fu il privilegiato osservatorio per capire ciò che succedeva nel Nordafrica Si dedicò pazientemente a compilare, con un elenco di testimoni, storia e geografia di Algeri; a indagare sulla vita usi e costumi dei pirati barbareschi e sulla condizione dei prigionieri cristiani e degli schiavi. Fu ragguagliato soprattutto da tre testimoni che furono compagni di sventura di Miguel de Cervantes Saavedra autore del “Don Chisciotte”: Così compose una documentatissima opera su ciò che succedeva in Nordafrica. Fece compilare l’opera a suo nipote che preparava come successore nella sede di Palermo. L’opera, Topographia e historia general de Argel, fu finita nel 1604 ma fu pubblicata nel 1612 (dopo la morte dello zio) En Valladolid. 7 *Girolamo Graciàn Nacque a Valladolid, 1545, suo padre era, segretario di Carlo V e Filippo II , sua madre era Giovanna Dantisco, figlia dell’ ambasciatore di Polonia. Direttore spirituale di S. Teresa di Avila e suo collaboratore nell’opera della riforma carmelitana. Espulso dall’Ordine andò a Roma per discolparsi, non ottenne nulla . Dopo 7 mesi andò a Napoli e di lì in Sicilia. Nell’Isola si fermò nove mesi, novembre 1593 -agosto 1594 (in Italia 8 anni) Per entrare tra gli agostiniani (eremiti di Centuripe) Il 12 agosto 1593 Graziàn presentò al priore degli agostiniani di Catania un documento del Provinciale Agostiniano P. Vincenzo di Marsala del 22 luglio 1593 dato a Caltanissetta dal convento della Grazia. Abbiamo la dichiarazione del Priore degli Eremiti di S. Agostino di Catania, Taddeo Guzman, che riporta il permesso del Provinciale. Graziano pensò prima di indossare l’abito agostiniano, di tornare a Roma dal papa. Imbarcatosi a Geta per Roma, la nave fu assalita da una galea turca di pirati che di notte assalì Gaeta, poi attraccò a Napoli con estrema sicurezza come se fosse a Biserta o Tunisi. “Mi spogliarono e un turco impresse la croce nella pianta dei piedi con un ferro rovente”. “Di notte assalirono Gaeta, poi attraccò a Napoli con estrema sicurezza come se fosse a Bizerta o Tunisi, distrussero molte imbarcazioni poi salparono alla volta di Torre del Greco e di Castellamare del Golfo”. “La resistenza dei cristiani era quasi nulla”; cristiani “che poi si sentono tanto vanagloriosi da dire che le nostre galere non corrono alcun pericolo!”. Razie di pirati 1593 – 1594: In quella fregata 200 anime; dopo pochi giorni 14 Una nave con 30 – uccisero 2 domenicani 15 maggio a Biserta 90; fine maggio 4 fregate con circa 100; pochi giorni dopo una fregata con 120; Inizio giugno 30; da Trapani 4 giorni dopo 20; poco dopo una nave carica di sale con 23 “Mas a poco dias se hiciern los pies a los hierros, las narices al hedos, los hoios a la oscuridad y el cuerpo a e echado sobre un cribente, de donde no podìa lenantarme(allentarmi) sino (se non) para decir misa”. Un commerciante venuto da Trapani, fratello di un rinnegato, maggiordomo del Pascià, sparse la voce che conosceva Graziano - forse lo aveva sentito predicare - e che per lo meno, valeva sei mila scudi. Graziano annotò, più tardi nel suo libro, le parole che andava dicendo: “Il parrino - li chiamano così i sacerdoti in Sicilia - il parrino pensava di tornarsene libero al suo paese, crepi ai ferri, che è spagnolo: gli spagnoli hanno assoggettato la Sicilia, la nostra terra!”. 8 Queste righe che Graciàn riporta fanno intendere che c’era già una larga fascia di siciliani, della borghesia e della nobiltà, che avrebbe fatto a meno del dominio spagnolo. Può essere anche che il malcontento dei siciliani sia venuto alle sue orecchie. Le diverse congiure e rivolte che scoppiarono qualche decennio dopo (1647- 1650) (nel 1650 si accarezzò anche l’idea di coronare per il Regno di Sicilia il duca Luigi Moncada, già di nostra conoscenza), finirono tutte con drastiche decapitazioni e forche. Cfr.: Santi Correnti, La Sicilia del Seicento, Torino, 1976, pagg. 21ss. Fu venduto per 1.500 ducati = 500 onze = 250.000 € L’11 aprile 1595 il Pascià di Tunisi firmò la lettera con cui veniva liberato. Giunse a Genova. Secondo Haedo, nel 1580 ad Algeri risiedevano 6.000 rinnegati. Il francese padre Francois Dan, vissuto ad Algeri nei primi decenni del 1600, ci informa che nella città, su una popolazione di 100.000 persone vi erano 25.000 schiavi e 9.000 rinnegati tra uomini e donne. Tunisi, città con meno abitanti, ospitava 4.500 rinnegati e 10.00 schiavi cristiani provenienti da tutta Europa. Ritroviamo Graciàn ad Agrigento, ospite nel palazzo vescovile del conterraneo Giovanni Horozco. Il 7 novembre 1598 è a Licata, priore del nuovo convento da costruire accanto alla chiesa che custodisce l’arca di S. Angelo. (Capitoli di fondazione) Graciàn dice di avere scritto, assieme per altri santi, una “ Vita di S. Angelo”. Il convento faceva capo alla Provincia di S. Angelo di Licata dove probabilmente fu compilato il testo della Bolla Sabatina che compare proprio in Sicilia nel primo quarto del quindicesimo secolo. Clemente VIII proclama il 1600 Anno Santo e Fra Graziano scrive un volume-guida al Giubileo. A Roma s’incontrerà di nuovo con Giovanni Horozco. Possiamo pensare che, con certezza, Horozco ebbe tra le mani il “vademecum” di trecentocinquanta pagine, pubblicato per l’occasione, dal titolo: “Trattato del Giubileo dell’Anno Santo del P. M. F. Girolamo Gratiano carmelitano…” Questo prezioso e gustoso libro, uscì nel novembre del 1599 in italiano. Per l’edizione spagnola non si fece in tempo. Probabilmente fu composto durante l’ultima permanenza dell’Autore in Sicilia. Partì da Roma per Genova e nei primi di agosto partì verso la Spagna. Nel luglio 1607 andrà alla volta di Bruxelles alternando la vita eremítica con la predicazione, scrivendo e sopratutto lavorando alla beatificazione della Madre Teresa di Gesù, cosa che riuscì a vedere, prima di morire, per Paolo V, il 24 aprile 1614. Morì Bruxelles 21 settembre 1614
Tra la primavera e l’estate del 1919 Ettore Giuseppe Tancredi Messana lascia il noioso studio legale di Racalmuto per approdare al commissariato di Mussomeli. 
Da vice commissario si accinge ad organizzare la vigilanza e la repressione per il mantenimento dell’ordine pubblico in una piazza che se non è ancora quella virulenta alla Genco Russo, non è manco sonnacchiosa dimora di cittadini onesti e remissivi.

La vicenda umana di Mussomeli è molto simile all’appena dismessa Racalmuto. Mussomeli mi ha interessato sia pure marginalmente nella mia mania di ricercatore microstorico della civiltà sicana. Un bel libro di Giuseppe Sorge mi ha fornito ottimi spunti. Ad esempio un privilegio del 1395 che se proprio non Racalmuto riguarda il Castelluccio: trattasi di una delle tante lotterie feudali del Medioevo siciliano. Con privilegio dato in Catania il 15 febbraio IV Ind. 1395, i Martini confermano il Marchesato di Malta e di Gazzo ed altri luoghi, fra i quali Mussomeli, al conte d’Agosta. Fra gli ‘altri luoghi’ emergono la Terra di Naro, il Castello e il feudo di Delia, il Castrum di Sutera, il 'Castrum Musumelis cum terra Manfrele' (sic) e per quel che a noi interessa il feudo Gibillinorum. Indi vengono segnati Castello e Terra di Favara, Castrum et Terra Musarj, Castra Terre et pheuda Montis clarj Guastanella et Misilmeri, Castrum et Terra Miney, Castrum seu fortilicium et feudum de Mungillinii .
Delusione la mia non incontrarvi Racalmuto che a quell’epoca il bel Castrum incoltamente chiamato Chiaramontano c’era, come segnalano le carte vaticane da me consultate. Mi ripago in un certo senso con il ‘conto del segreto Bonfante del 1486’ e siamo in pieno Medioevo sia pure agli sgoccioli. Il Bonfante al punto 11.10 registra ‘lu fegu di Rabiuni lu teni lu Magnificu Baruni di Regalmuto per anni … vinduto per lo Magnifico Signuri Pietro lo Campo unzi trentacincho, uno vitellazzo, una quartara di Burro, e un cantaro di formaggio di pagarisi a Pasqua’. La storia baronale della Racalmuto di questo scorcio del XV secolo è piuttosto buia. Noi non sappiamo chi potesse essere codesto Barone di Racalmuto: forse gli Isfar. Comunque. Le storielle dei Del Carretto che succedono ai Chiaramonte vengono qui smentite. Occorrono studi seri. Le congetture agiografiche che corrono per il momento sono appunto cervellotiche.


Il Bonfante del 1486 recita quanto a Racalmuto al punto 20: 

“Lo fegu di Santo Blasi lu teni Mazzullo di Alongi di la Terra di Regalmuto per anni 3 videlicet quinte Ind. 6 Ind. et 7 Ind. et pri unzi quattordichi quolibet anno uno Crastatu, uno cantaro di formaggio et una quartara di Burru quolibet anno da pagarsi a menzu Septembru et la mitati a la fera di Santu Juliano intendendosi quindi primi poi di Pasqua.”


Ghiotte note di costume e storici squarci dell’economia agreste di quei tempi. Ma non sappiamo nulla di questo ricco racalmutese Mazzullo Alongi. Ad esempio noi non sapremmo che altro aggiungere nei profili prosopografici dei racalmutesi eminenti di ogni tempo. Nessun Alongi pare oggi abitare in quello che tanti chiamano il paese di Sciascia. 

Che Ettore Giuseppe Tancredi Messana si sia lambiccato il cervello in siffatte storie paesane non crediamo: eccelso servitore dello Stato, sì, ma erudito ricercatore microstorico, no di certo.


giovedì 7 giugno 2018

[Contra Omnia Racalmuto] Racalmuto del 1375, assoggettata a tasse papali per liberarsi dell'interdetto che le era stato cominato per la ribellione del Vespro.



dom 08/12/2013, 18:21