domenica 16 dicembre 2012

Io non sono Maometto


Visto che qualcuno ha avuto sorriso scettico per la mia benemerenza, pubblico qui il diploma. Firmato: Pertini e Fanfani. Non adoro Pertini (mi piaceva solo la sua reboante voce) ho apprezzato Fanfani (all'Agricoltura, ed anche per affinità altitudinale sic!).






A dire il vero, un piccolo imbroglio c'è: il 27 dicembre 1982 ero già giovanissimo pensionato della Banca d'Italia; l'avevo lasciata tra sulfurei olezzi d'eresia; le avevo persino inflitto una super sanzione tributaria per inadempimento dell'art. 18 della precedente Legge Bancaria (articolo che l'ABI voleva desueto). 
Tale enorme potere mi veniva dal fatto che ero divenuto superispettore tributario del SECIT di Reviglio. Ma non come tale venni "ufficializzato": mesi prima ero ancora "ispettore" BI ed era arrivato il mio turno per la segnalazione a "Cavaliere Ufficiale" da parte della Banca d'Italia. Burocraticamante, in BI mi segnalarono ed ecco l'onorificenza. Cose della Repubblica Italiana.
L'altro giorno vado in IBS (libreria romana leader nel procurare libri fuori commercio); vado a ritirare IL SOGNO di FOUCAULT e così mandarlo al mio amico ergastolano ostativo Alfredo Sole che ha deciso di tornare ai prischi studi di psicanalisi. Ritiro anche il secondo volume del teatro di Rosso di San Secondo (introvabile) ma di ciò parlerò in altra occasione. 

Mi aggiro tra i libri a metà prezzo e prendo "sulle regole" di Gherardo Colombo. Lo sbircio: non è un gran libro. Paratattico come a me non piace, descrive in esordio un paese immaginario humus pare di rei dediti ad ordinaria delinquenza. Per farla breve il succo è tutto qui "senza il rispetto delle regole non potremmo vivere in società". Già, perché "la giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall'incomunicabilità. La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole."




Le REGOLE? Il perché delle REGOLE? Troppo semplice detto così: ma se dietro hai letture che vanno dallo Schmidt, allo Forsthoff. a Max Weber, ai nostri Bobbio e Tony Negri (perché, no?) resti deluso e butti via il testo gherardiano. Invero, anche l'art. 18 l.b. era una regola e che razza di regola. Si diceva, tu Banca d’Italia fai le ispezioni alle banche ma devono essere queste a sopportare le spese. All'ABI non conveniva e le spese se le accollò tutte Via Nazionale 91. Dissi,  fate come volete ma tu soggetto Irpeg BI quelle spese non puoi sottrartele nella dichiarazione dei redditi: sono non inerenti. La mia contestazione finì con uno scandaloso condono; 



in seguito si redasse un nuovo testo unico di legge bancaria e quella regola sparì, senza che alcuno osasse contestare o criticare. Per Colombo, "una legge è giusta quando è emanata dal parlamento". Resta giusta quando confligge con altra norma che ci si dimentica di abrogare esplicitamente? La regoletta della successione delle norme nel tempo fa molta acqua; anche perché il conflitto fra norme non è mai così solare da far dire questa non vale più perché ormai c'è quest'altra che di fatto l'abroga. Non per nulla abbiamo chilometri quadrati di leggi e regolamenti da far disorientare anche il più provetto dei pandettisti. Mi chiedo: il varo del nuovo testo unico della legge bancaria (cui inutilmente cercarono di opporsi fior di magistrati del Consiglio di Stato distaccati presso la consulenza del Presidente Berlusconi) è costituzionalmente idoneo ad abrogare il vecchio art 18 della legge bancaria? Pruriti da legulei, si dirà e sarebbe anche vero se sotto non si nascondesse una grossa vulnerazione delle risorse del nostro per ora non felice Fisco.



Ma un'altra storia tortura la mente di questo qui scrivente UFFICIALE della Repubblica Italiana. Il nostro ex sindaco - magari per livore personale - ci affligge con la buona uscita milionaria (in euro) del figlio della socia onoraria del Circolo Unione, la Ministra Cancellieri. Gnudi lo difesi quando non sapevo quello che assolutamente mi ha voluto far sapere Monti circa la dichiarazione dei redditi di codesto ministro. Ma ancor di più mi stanno facendo pensare in proposito certe confessioni di banchieri di cui stampa, televisioni e persino l'Annunziata si stanno occupando.







Quando dicono che sono a posto con le tasse, ho voglia di sapere come la pensa l'Agenzia delle Entrate (in cui ora militano giovanissime forze universitarie mica tanto tenere). Se contratti non tra dipendenti ed aziende prevedono di ripagare anzianità maturate altrove, la tassazione è ripartibile? Non mi fermo qui: ai miei tempi vi era l'art. 2389 del codice civile secondo il quale "i compensi degli amministratori ... sono stabiliti nell'atto costitutivo o dall'assemblea.". Buona regola alla Colombo, a mio avviso. E chi non la rispettava si beccava il santo carcere ai sensi dell'art. 2630 c.c. secondo comma n° 1. 

Andate a trovarle ora quelle "regole": non ci stanno più; li hanno abrogate nel 2002 Berlusconi, Castelli ed altri e nessuno se ne è accorto o ha fatto finta. Certo ora si parla di compensi "stabiliti all'atto della nomina". Da vecchio ispettore francamente mi riesce difficile comprendere come si possa con onestà, ponderazione, equità "stabilire compensi milionari (in euro)" per un rapporto che già si sa che si scioglierà subito o anzitempo; ed anche  ti riliquido anzianità già lucrosissimamente pagate da altre “aziende" da te apicalmente "amministrate". Non mi risulta che questa nostra agguerrita magistratura - spesso distratta da processi istituzionali di un trentennio fa - abbia avuto mai almeno il gusto di mettere il naso in queste cose qui. Non sarà certo un mio post nel mio profilo di FB a smuovere la montagna e non sono certo Maometto che prende il sacco del pellegrino e va alla montagna.


                                                                               









Nessun commento: