Visualizzazione post con etichetta Banca d'Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Banca d'Italia. Mostra tutti i post

domenica 25 gennaio 2015

Quello che nel proclama Sardo si invoca impropriamente, per nostra fortuna (o per mia se mi lasciate solo) è più e meglio contenuto nell'art. 1 "della DELIBERA di C.C. n. 98 del 05/12/1995”. L'ufficio di Lauricella aggiunge improvvidamente " s.m.i.". Se questi vi stanno perché non me li notifica, se non vi stanno che senso hanno, a generica salvaguardia del loro culo?

Se mi si domanda: ma tu sei andato a firmare l'atto ribelle di SARDO&C.? rispondo assolutamente NO!

Perché? superfluo per Emilio, dannoso per noi contribuenti, salvifico per Lauricella, bassaniniamente  responsabile di tutto e di più.

Si parte proprio col piede sbagliato. Citazione ad minchiam; elogio all'asilo infantile della squadra  assessorile. Al mio paese si dice: cu si curca cu li picciliddri agghiorna cacatu.

I nostro maggiori guai vengono proprio da loro; nessuna competenza, nessuna autorevolezza, nessuna personalità, nessuna illibatezza nel precorso tragitto politico.

A capo l'esile avvocato cassazionista. Credo di conoscerlo molto bene: timido introverso pauroso ma obbligato a fare il riccardo cuor di leone in una fossa dei serpenti come Racalmuto. E' pericoloso perché quando prende una decisione poi non lo smuove nessuno.

La sua forsennata lettura di questa pirandelliana faccenda monnezzara racalmutese è tutta chiara ed  evidente nel proclama assolutorio diramato ieri e che io credo di avere contestato.

Ma è inutile, nessuno lo smuove più. Andiamo all'ex caserma dei carabinieri al Monte a rappresentare le nostre ragioni e chi troviamo all'altezza? Nessuno in grado di capire i nostri sottili ragionamenti se vogliamo liberarci dei lacci e laccioli che il Lauricella,  dalla fisarmonica alle pandette, ci ha teso.

A meno che non avete qualche compiacente parente che abbocca alle vostre false ragioni, siete fottuti.

E' la loro ragnatela tecnico contabile amministrativa giuridica che va smontata.

Dove? Io penso che non ci resta altro che la procura della Repubblica.

Per quali ragioni? Io nel mio caso ne posso ordire un fottio. Molte vi riguardano, ma se seguite questi falsi profeti apocalittici dai cappelli a larghe falde siete fottuti.

Intanto, vedete si attaccano all'art. 1 del Decreto legislativo  15 novembre 1993 n. 507.

Anche il più sprovveduto sente puzza di muffa. L'ufficio Tributi deve prescindere da quella legge e da altre successive se sono s.m.i. di quella desueta del 1993.



Questi grandi ufficiali tributari di palazzo Matrona sono poi scivolati su una buccia di banana non rendendosi conto che si sono castrati. E quindi hanno commesso una serie di errori false applicazioni tentate estorsioni pubbliche da subire processi penali a non finire e soprattutto imponendo al sindaco di fare lui una inchiesta su di loro, accertare le loro responsabilità, prendere provvedimenti e a sua tutela mandare tutto alla corte dei conti perché appuri se si è operato in eccesso di favor fisci che all'atto pratico significa grave danno per l'erario.

(Sappiano Lauricella e C. che se commettono per tutelarsi un errore a  mio danno perché tanto agiscono a favore del Fisco, ora per sentenze consolidate vanno soggetti a gravi sanzioni).

La pubblica amministrazione per dettato costituzionale deve essere saggia, equa, prudente e in dubiis pro reo (o contribuente nel nostro caso).

 Quella storia capitata a me, nel dubbio noi facciamo finta di avere ACCERTATO, se il malcapitato ha regione noi gliela diamo. Non si può. Ma Emilio ha parenti o affini lì dentro e credo che mai si indurrebbe a fare la dovuta inchiesta interna. Che posso farci? Pagherà lui per loro.


E' chiaro che qui non mi metto a svelare le mie armi segrete, e ce ne ho tante. Se in separata sede mi chiama il sindaco e vuol sapere il mio pensiero, dove sono arrivato con questa mia che in fondo è una ispezione tributaria all'ufficio tributario come pagato dallo Stato  per sette anni al SECIT, sarei collaborativo. Ma Emilio, se lo voglio un bacio in piazza, me lo dà, ma niente di più.


Quello che nel proclama Sardo si invoca impropriamente, per nostra fortuna (o per mia se mi lasciate solo) è più  e meglio contenuto nell'art. 1 "della DELIBERA di C.C. n. 98 del 05/12/1995”. L'ufficio di Lauricella aggiunge improvvidamente " s.m.i.". Se questi vi stanno perché non me li notifica, se non vi stanno che senso hanno, a generica salvaguardia del loro culo?


Le due foto che qui metto valgano come rinvio ricettizio.

domenica 17 febbraio 2013

Sono riuscito a farmi echeggiare persino nel più esclusivo gineceo romano www.womeninthecity.org. ovviamente mi sono diavolo. L'inferno val pure una messa!


mephistophelica - mephistophelica
Lettera a un banchiere di buona volontà

di Mephisto *  

Sabato 16 Febbraio 2013 00:00






Esistono? No! Solo vi è in Italia  un banchiere dei banchieri che vi si può iscrivere. Ma, Tremonti e la BCE gli hanno tagliato non solo gli alberi del prestito di ultima istanza (un certo risconto “sottofascia” che era una delizia e consentì all’Italia contadinella, quella bonomiana, di divenire la settima potenza industriale del mondo), ma anche i praticelli della vigilanza propulsiva (si chiamava controllo quantitativo dell’ordinamento  sezionale del credito),  e pure il sottosuolo tuberoso da cui fiorivano moral suasion, misure di ristoro, riserve obbligatorie assistenziali, anticipazioni al tesoro (almeno prima del divorzio) e via discorrendo.
Il povero banchiere dei banchieri oggi è così malridotto che manco conto economico più riesce a fare, tanto da privarci a noi frotte di dipendenti in servizio e in quiescenza anche della agenda  quasi coreacea che tenevamo in bella mostra nelle credenze di casa nel suo succedersi annuo. E di questo passo comincio davvero a temere che prima o poi anche l’integrazione pensionistica se ne vada in fumo.
Al signor governatore ho già scritto e pur eretico irredimibile mi ha risposto e persino con toni gentili. Ma si guarda bene dal chiamare queste cariatidi che il Padre Eterno lascia ancora su questa terra per una consultazione riservata e cauta come peraltro siamo stati educati a fare in decenni di affinamento morale e culturale sotto l’egida di palazzo Koch.
La Banca d’Italia avrebbe bisogno di un manager d’ispirazione ligia al glorioso istituto, né banca né stato, ma che sia esperto in cose di banca, quelle della prassi e non quelle del Kamasutra del Servizio Studi. Istituzionalmente questo manager – io che non ho figli né nipoti del genere un figlio di ispettore superiore che queste caratteristiche ce le ha tutte, potrei segnalarlo - potrebbe venire nominato dalla sera alla mattina quale vice direttore generale aggiunto, il quarto uomo del Direttorio, insomma.  E potrebbe  e dovrebbe essere contornato da un Consiglio di Saggi, come nell’Iliade che provenienti dalla stessa Banca d’Italia oggi sono in quiescenza ma non in liquefazione mentale. Ovvio che come dicono in chiesa prima caritas incipit a me ( ma possono scartarmi); non mi offendo e faccio nomi che non tutti sono nei miei ardori amorosi: De Sario (che a dire il vero consigliore lo è di diritto), Grossi, Giardino, De Robbio, Lamanda e nessun altro.
C’è da fare conto economico, facendo banca: articolo 19 o non articolo 19, i compiti istituzionali quelli sono: se non stampare (più) almeno prestare i soldi. Dove prenderli: mi ricordo Carli con i cosiddetti prestiti compensativi appoggiati alle enormi, neghittose riserve. La Markel non permette? Mandiamola a quel paese.
Ora che anche il papa tedesco lascia, reagiamo.
A proposito, avevo scritto già qua l’altro giorno sulla vicenda MPS come la vedo io e l’IOR vi è gravemente coinvolto tanto da far temere oltre Tevere qualche sparata giudiziaria. Dopo le elezioni qualcosina i giudici anche lì dovranno mandarla. Meglio che questo canutissimo vecchietto  vada in convento. Come in qualche tragedia inglese: nobile Ofelia, vai in convento! perché vuoi generare altri peccatori?
Così la mia autocandidatura a consigliere di Visco è bella e frantumata. Non per nulla mi sento un eretico iconoclasta, manco la bedda matri di lu munti di Racalmuto rispetto. Andrò all’inferno!. A mia moglie la corteggiavo così: è il giorno del giudizio, i morti risorgono all’eterna gioia o all’eterno dolore, ma abbracciati insieme non ci curiamo di nulla: né di INFERNO né di PARADISO (Heine).
Ho sghignazzato l’altro giorno per i condoni di Berlusconi. Aggiungo oggi una chicca: ieri uno di questi professionisti poliglotta dell’alta finanza, mi ragguagliava su come si svolse il condono del 5 per cento. I capitali stavano in Italia, quei capitali per gran parte dei politici erano. Avevano inventato l’anonimato per evitare i guai di cui dissi ieri. Bastava un attestato di banca estera. Lussemburgo, Vaduz, banche olandesi fecero i soldi (extra 5%) per attestare i desiderata.  Tutto falso dunque, o quasi. Perché i signori magistrati invece di perdere tempo con i prescritti accordi di trent’anni fa con la mafia di Brusca e Provenzano, non acclarano?  Potremmo evitare che qualche colpevole anche ex biancofiore acceda persino al colle più  prestigioso di Roma.   


* Mephisto è un signore di una certa età, non è un pro-femminista ma apprezza certe battaglie di donne,  non sappiamo se sia un libertario ma ci pare di sì, non è un giornalista e sta dalla parte dell'informazione libera e indipendente.  Ama le parole, la struttura della frase,  adopera gli infiniti strumenti del narrare con gusto  antico venato di voluttà  per il dizionario. women in the city gli dà spazio, con questa piccola libera rubrica a sua firma.  E' un punto di vista non necessariamente nostro, ma   racconta un altro mondo, tutto maschile, - e questo è un dato, non un giudizio -, per capire il mondo.


Tags:Mephistophelica
Ultimo aggiornamento Sabato 16 Febbraio 2013 00:11

mercoledì 6 febbraio 2013

Inizia la mia requisitoria contro (o a favore?) della Banca d'Italia


Sogghigno: leggo ora un vecchio esordio della Banca d’Italia inteso ad illustrare la (sua) attività di Vigilanza in armonia delle “norme comunitarie  e delle intese di cooperazione internazionale”;  ci si era prodigati nello sforzo di “completare il processo di armonizzazione comunitaria della NORMATIVA PRUDENZIALE”. Questa parola PRUDENZA inizia a martellare in scritti, pensieri, norme, disposizioni, istituti, organi di controllo, nella CONSOB, nella Banca d’Italia nella sua VIGILANZA AMMINISTRATIVA (un tempo in via Nazionale 127) e in quella ISPETTIVA (nel simpatico palazzotto di Santo Spirito in Via Milano, dismesso per un infinocchiamento  parsimonioso). Sotto mano ho per il momento la relazione del 1995. Chi erano i dioscuri di Palazzo Koch?

Governava Antonio Fazio, “ragionava” Vincenzo Pontolillo (squisitissima persona, letterariamente erudito, ma credo che non avesse mai visto in vita sua un testo magari di ragioneria scolastica).  Andiamo oltre : Dini se n’era andato Ministro (buon per lui) ed al suo posto Vincenzo De Sario (oh, dio! L’uomo più onesto del mondo ma grinte manageriali non gliene riconosco e quanto ad imprenditoria bancaria, lasciamo perdere; si ignora che la Banca d’Italia è sempre banca, la banca delle banche e non è con il rigore formalistico che la si può amministratore: il direttore generale deve dirigere  come capo di un moderno management;  il Governatore .. in alto “governa”.  Pier Luigi Ciocca accede alla carica di Vice Direttore generale (un eccellente accademico – dopo – dei Lincei). Vanno in Consiglio Superiore  il dottor Alberto Zapponini, il dottor Angelo Barovier. Consiglio Superiore, che cosa sarà mai? Mi richiama il Gran Consiglio del Fascismo. Ed ora come allora questa fiera dormiente all’improvviso sa svegliarsi per creare sconquassi. Vi ricordate il 25 Luglio? Beh, di recente anche questo sosia di un supremo organo collegiale senza poteri si è svegliato ed ha mandato (in senso buono) la Tarantola alla RAI (godetevela) e Ignazio Visco al Governatorato. Insomma un fendente che può essere esiziale a Berlusconi e un ritorno ad un comunismo radical-chic anche se stavolta (me lo auguro) senza spruzzatine massoniche.

*  *  *

Ho messo questi tre asterischi e chiudo per il momento il mio abbrivio nato per irridere all’attuale Banca d’Italia, ai vicedirettori in gonnella con teste chiomate oltre il credibile, agli ispettorini che ai mie tempi manco esistevano. Volevo infilzarli ma mi fermo d’improvviso alla lettura informatica di questa perla di saccente disinformazione.

Un teste che ora dovrà vedersela con certi servizi che il servizio se vogliono sanno farlo in modo letale cerca di sgattaiolare e di rifugiarsi a Trani.

Dice il desso: «Non sono io il supertestimone ma la dottoressa Tarantola» - dice Rizzo -, l'ex vicedirettore generale della Banca d'Italia che nel novembre 2010 lesse la relazione dei propri ispettori su Mps non trovando nulla da eccepire. Di diverso avviso sembra essere la Procura di Trani, orientata all'archiviazione della posizione dell'attuale presidente Rai.»

Non amo la Tarantola, è cattolica, porta nel sacrario maschilinissimo di Palazzo Koch la gonnella, credo di averla solo sfiorata (per cose di Vigilanza s’intende) nell’estate del 1980.

Imposimato in un tunnel sotterraneo di un palazzo poliziesco, da servizi segreti, in quel dell’EUR mi aveva impallinato. Con grazia e gentilezza a dire il vero, diversamente dal quel Falcone là in quel di Palermo che a Sciascia aveva inferto flagellazioni morali che lo portano alla morte. Si trattava del caso Sindona, ma non è qui la sede per parlarne. Avevo le ore contate come ispettore della Vigilanza della Banca d’Italia con sede nel palazzotto (oggi alienato) di via Milano, a sinistra andando in sù.

Alla Banca d’Italia venivano anche allora uzzoli paraispettivi senza capo né coda: dovevamo controllare i limiti di accrescimento: non ispezioni vere e proprie dunque, ma “mirate” un termine a dire il vero appreso dalla Gialla  al SECIT di Reviglio, ai tempi miei quelle visite senza capo né coda alle banche si chiamavano “ispezioni parziali”. Vedo che oggi il dr. Vincenzo Cantarella (non so cosa ne pensassero i dottori De Varti, Di Veglia, Rivieccio. Pierbon e credo il mio fratello di razza dr. Omar Qaram) ci copia a noi del FISCO e si autolimita dichiarando quello che fa: nient’altro che un “accertamento mirato”.

Lo confesso lo volevo sansebastianare ma quando ho letto quella decade di ciò che un tempo si chiamavano ”rilievi”, ho lasciato perdere. E’ un compito da esame di ammissione alla nuova carriera direttiva della Banca d’Italia: vi ho contato 54 termini inglesi (media di 5,4 per ogni rilievo) e una mezza dozzina di acronimi di assurdo accumulo di ignoti e forse anglicani lemmi. Non ci ho capito niente (o fingo). Con orgoglio mi ricordai della mia intima soddisfazione quando nell’autunno del 1974 arrivò finalmente il mio rapporto sulla Banca Privata Finanziaria (alias SINDONA) sul tavolo del governatore Carli. Questi dopo averlo letto mi dissero che ebbe ad esclamare: Oh! finalmente un rapporto che si capisce. Si vendicava forse con Montanelli che incomprensibili dichiarava le sue “mariane” CONSIDERAZIONI FINALI.

E quanto alla sostanza, rammento ancora il bofonchiare napoletano di Occhiuto che al giovane porgitore di un rapporto ispettivo dispensava in preambolo il suo ammonimento: ccì sono arrubbamienti ca del resto nun ccì nni frega nenti!

Orbene se io non ho capito, ancor meno poteva capire la brava dottoressa Tarantola, perché quella parte aperta nulla dice di significativo, di “sanzionabile” di “denunciabile”. Lo proverò in un secondo tempo.

Certo se tutto si limitò alla “parte aperta”  chissà chi ci vuole addottrinare. Qui dovere della magistratura è anche quello di appurare quale diavoletto ebbe piacere di farci recapitare codesti  sette fogli disponibili negli uffici esecutivi del MPS. Mancano però gli allegati. Creduti forse insignificanti. Ed invece no!
La parte aperta si sa bene è vetrinetta. C’è ben altro, ma sta nelle carte che finiscono seduta stante agli atti per dire che sono inesistesti a quelle autorità esterne che avessero titolo a richiederle. Ma sta nelle elaborazioni che i collaboratori (li abbiamo citati) redigono e spesso stridono con i bocconi amari delle due  successive mannaie  censorie che il povero capo missione è costretto a subire (solo il sottoscritto può vantarsi di essere riuscito a dribblarli; ma voglio vedere quando rinascerà più un eretico ispettore come me nelle felpate stanze dell’Ispettorato Vigilanza – ma non ho fatto eccelsa carriera: sono stato sanzionato da Ciancaglini.

Chiudiamo per il momento questa puntata: la Tarantola – buon per lei – non è colpevole di nulla signor Rizzo, nulla seppe perché nulla le è stato detto (di significativo). Se si ignora, ci si deve star zitti, diversamente è giusto che si paghi.  

domenica 23 dicembre 2012

Lettera a Ignazio Visco


Pregiatissimo Signor Governatore, dottore Ignazio VISCO,



Dopo trentun’anni di pensionamento dalla Banca d’Italia, ricevo per la prima volta un gentilissimo biglietto augurale. Me lo invia il novello Governatore dottore Ignazio Visco. Segno anche questo di una mutata visione dirigenziale al vertice della Banca d’Italia. Non sono certo così ingenuo da pensare che si tratti di un atto di personale attestato magari per le mie recenti battaglie di stampa a favore di una rinnovellata e rinnovellabile Banca centrale.
 Sono sicuro che ormai il mio nome è finito tra gli anonimi e anodini tabulati dei tanti, troppi pensionati di vecchia data. Certo, interruppi il mio rapporto di lavoro subordinato con la Banca d’Italia nel 1982 dopo atteggiamenti a me ostili ed anche ingrati. Non posso avercela, però, con l’Istituzione cui sono indefettibilmente legato, ma con certi uomini di apicale supremazia, sì. Nutrivo un dissidio che portò anche a qualche indispettita decisione non apprezzata all’esterno: non credo che la Banca d’Italia, intemerata nella sostanza quanto a correttezza fiscale, si potesse indurre ad un non esemplare condono tributario se, come superispettore del Secit di Reviglio, non avessi sollevato una grossa questione di elusione tributaria. Portavo con me una competenza di prim’ordine acquisita all’interno del mio Istituto di appartenenza. Tanto da essere segnato dal dottor Sarcinelli come uno dei tre validi – a suo avviso – ispettori di Vigilanza.
Era momento cupo nei rivolgimento direttoriale della Banca Centrale ed uomini non proprio eccelsi erano subentrati per i vuoti determinati anche da indebite ingerenze politiche, e - se si vuole - anche da acredini  magistratuali.
Ma veda, signor Governatore, io avevo dato lustro e decoro alla Banca d’Italia: cito mie ispezioni rimaste esemplari: Banca Fabbrocini, Banca Privata Finanziaria,  Cassa di Risparmio di Rimini (perché no?), e soprattutto Cassa di Risparmi di Livorno (e qui certo non fui tenero neppure con colui che poi divenne quello che divenne). Allora, perché il signor Cerciello mi frastornò sino a farmi credere che se andavo al Secit era per conto della BI e quale riconoscimento dei meriti acquisiti sul campo, se la sera prima del commiato il dottor Ciancaglini stabiliva che andavo per mia personale scelta e quindi era sin troppo generoso l’istituto se mi accordava soltanto una integrazione del più basso stipendio del mio nuovo Ente ministeriale che si sarebbe avvalso della mia professionalità?
Mi dirà – e lo ripeto anch’io – che son faccende personali e tutto sommato insignificanti. Ma ripeto queste mie rimostranze solo per affermare che il mio attaccamento all’Istituto ove sono entrato quasi cinquantadue anni fa, non è mai venuto meno. E troppo ho sofferto nel notare devianze che sono solo di singoli uomini e  troppo mi fa male vedere soggetti che sono venuti sù dalla Banca d’Italia accordare interviste che sanno di allusivi coinvolgimenti e per la mia Vigilanza ispettiva di misconoscimento irriguardoso.
Di sicuro, tanti prima cresciuti e prosperati in BI , ne hanno approfittato per arditi collegamenti. Vi è stata una deriva che ha prodotto un non simpatico effetto alone. 
Mi auguro che Ella sappia arginare. Ne ha tutti i tratti di rigore congiunto anche a signorilità.
Le ho inviato una missiva – che stampa e Articolo 21 hanno pubblicato – in ordine alla non saggia chiusura della Filiale di Rieti. Non ha ritenuto di darmi cenni di ricezione. Ne ha tutto il diritto e non sarò certo io a contestarglielo. Ma guardi che le ragioni che adduco sono valide e scottanti. Vi è stata una gestione del personale che va corretta. Non vedo perché soggetti quali chi scrive ed altri come lui, non debbano essere ascoltati: hanno esperienza, integrità, intelligenza, insospettabilità. Tutte doti acquisite in quella vera grande scuola che è una militanza nella carriera direttiva della Banca d’Italia, e che per giunta  trattasi di dirigenti che hanno avuto suggello di superiore livello in tanti anni di attività ispettiva nella Vigilanza bancaria. E ciò in una fase di grande crescita culturale, giuridica e tecnica, in cui mi vanto di aver dato – insieme ad altri -  un originale apporto persino tuttora ricordato ed apprezzato.
Non me ne voglia, signor Governatore per questo mio dire. Faccia dare, per cortesia, uno sguardo a quanto scrivo in Articolo 21, nel mio blog Contra Omnia Racalmuto  : si accorgerà che certo mio livore è contro la profanazione del tempio, di quel tempio in cui mi sono formato. E noterà  che la mia stima nei Suoi confronti è massima, anche per certe affinità culturali.
Per le prossime feste Le giungano i miei fervidi auguri. Ma anche l’auspicio che Le consentano di dare il meglio di sé che è sconfinato ed incomparabile.

Calogero Taverna.  



domenica 16 dicembre 2012

Io non sono Maometto


Visto che qualcuno ha avuto sorriso scettico per la mia benemerenza, pubblico qui il diploma. Firmato: Pertini e Fanfani. Non adoro Pertini (mi piaceva solo la sua reboante voce) ho apprezzato Fanfani (all'Agricoltura, ed anche per affinità altitudinale sic!).






A dire il vero, un piccolo imbroglio c'è: il 27 dicembre 1982 ero già giovanissimo pensionato della Banca d'Italia; l'avevo lasciata tra sulfurei olezzi d'eresia; le avevo persino inflitto una super sanzione tributaria per inadempimento dell'art. 18 della precedente Legge Bancaria (articolo che l'ABI voleva desueto). 
Tale enorme potere mi veniva dal fatto che ero divenuto superispettore tributario del SECIT di Reviglio. Ma non come tale venni "ufficializzato": mesi prima ero ancora "ispettore" BI ed era arrivato il mio turno per la segnalazione a "Cavaliere Ufficiale" da parte della Banca d'Italia. Burocraticamante, in BI mi segnalarono ed ecco l'onorificenza. Cose della Repubblica Italiana.
L'altro giorno vado in IBS (libreria romana leader nel procurare libri fuori commercio); vado a ritirare IL SOGNO di FOUCAULT e così mandarlo al mio amico ergastolano ostativo Alfredo Sole che ha deciso di tornare ai prischi studi di psicanalisi. Ritiro anche il secondo volume del teatro di Rosso di San Secondo (introvabile) ma di ciò parlerò in altra occasione. 

Mi aggiro tra i libri a metà prezzo e prendo "sulle regole" di Gherardo Colombo. Lo sbircio: non è un gran libro. Paratattico come a me non piace, descrive in esordio un paese immaginario humus pare di rei dediti ad ordinaria delinquenza. Per farla breve il succo è tutto qui "senza il rispetto delle regole non potremmo vivere in società". Già, perché "la giustizia non può funzionare se il rapporto tra i cittadini e le regole è malato, sofferto, segnato dall'incomunicabilità. La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole."




Le REGOLE? Il perché delle REGOLE? Troppo semplice detto così: ma se dietro hai letture che vanno dallo Schmidt, allo Forsthoff. a Max Weber, ai nostri Bobbio e Tony Negri (perché, no?) resti deluso e butti via il testo gherardiano. Invero, anche l'art. 18 l.b. era una regola e che razza di regola. Si diceva, tu Banca d’Italia fai le ispezioni alle banche ma devono essere queste a sopportare le spese. All'ABI non conveniva e le spese se le accollò tutte Via Nazionale 91. Dissi,  fate come volete ma tu soggetto Irpeg BI quelle spese non puoi sottrartele nella dichiarazione dei redditi: sono non inerenti. La mia contestazione finì con uno scandaloso condono; 



in seguito si redasse un nuovo testo unico di legge bancaria e quella regola sparì, senza che alcuno osasse contestare o criticare. Per Colombo, "una legge è giusta quando è emanata dal parlamento". Resta giusta quando confligge con altra norma che ci si dimentica di abrogare esplicitamente? La regoletta della successione delle norme nel tempo fa molta acqua; anche perché il conflitto fra norme non è mai così solare da far dire questa non vale più perché ormai c'è quest'altra che di fatto l'abroga. Non per nulla abbiamo chilometri quadrati di leggi e regolamenti da far disorientare anche il più provetto dei pandettisti. Mi chiedo: il varo del nuovo testo unico della legge bancaria (cui inutilmente cercarono di opporsi fior di magistrati del Consiglio di Stato distaccati presso la consulenza del Presidente Berlusconi) è costituzionalmente idoneo ad abrogare il vecchio art 18 della legge bancaria? Pruriti da legulei, si dirà e sarebbe anche vero se sotto non si nascondesse una grossa vulnerazione delle risorse del nostro per ora non felice Fisco.



Ma un'altra storia tortura la mente di questo qui scrivente UFFICIALE della Repubblica Italiana. Il nostro ex sindaco - magari per livore personale - ci affligge con la buona uscita milionaria (in euro) del figlio della socia onoraria del Circolo Unione, la Ministra Cancellieri. Gnudi lo difesi quando non sapevo quello che assolutamente mi ha voluto far sapere Monti circa la dichiarazione dei redditi di codesto ministro. Ma ancor di più mi stanno facendo pensare in proposito certe confessioni di banchieri di cui stampa, televisioni e persino l'Annunziata si stanno occupando.







Quando dicono che sono a posto con le tasse, ho voglia di sapere come la pensa l'Agenzia delle Entrate (in cui ora militano giovanissime forze universitarie mica tanto tenere). Se contratti non tra dipendenti ed aziende prevedono di ripagare anzianità maturate altrove, la tassazione è ripartibile? Non mi fermo qui: ai miei tempi vi era l'art. 2389 del codice civile secondo il quale "i compensi degli amministratori ... sono stabiliti nell'atto costitutivo o dall'assemblea.". Buona regola alla Colombo, a mio avviso. E chi non la rispettava si beccava il santo carcere ai sensi dell'art. 2630 c.c. secondo comma n° 1. 

Andate a trovarle ora quelle "regole": non ci stanno più; li hanno abrogate nel 2002 Berlusconi, Castelli ed altri e nessuno se ne è accorto o ha fatto finta. Certo ora si parla di compensi "stabiliti all'atto della nomina". Da vecchio ispettore francamente mi riesce difficile comprendere come si possa con onestà, ponderazione, equità "stabilire compensi milionari (in euro)" per un rapporto che già si sa che si scioglierà subito o anzitempo; ed anche  ti riliquido anzianità già lucrosissimamente pagate da altre “aziende" da te apicalmente "amministrate". Non mi risulta che questa nostra agguerrita magistratura - spesso distratta da processi istituzionali di un trentennio fa - abbia avuto mai almeno il gusto di mettere il naso in queste cose qui. Non sarà certo un mio post nel mio profilo di FB a smuovere la montagna e non sono certo Maometto che prende il sacco del pellegrino e va alla montagna.


                                                                               









giovedì 6 dicembre 2012

Malinconica Solitudine

Ecco quel che scrivevo 4 mesi fa su ARTICOLO 21. Tutto valido ancora? Purtroppo, no! A Fazio è stata inflitta una condanna dalla Cassazione che lo relega ad una malinconica solitudine, peggiore del carcere. Ormai per un decennio almeno non può sperare in un ritorno agli incarichi pubblici d'alto profilo. A mio avviso, difesa e consiglieri hanno troppo presunto, troppo sbagliato. Certo i fatti di fondo sono macigni smuovibili solo con difese a rettifica di inusitata intelligenza. Non forze fresche perché cultura e cultura giuridica non si hanno con slogan tipo "largo ai giovani" e in questo campo ad essere rottamati sono i giovani arroganti e loquaci. Quanto agli altri profili, ci sarebbe molto da dire. Per ora basta un mio solito REMEO.


Irvap e Covip ed Angelo De Mattia

di Calogero Taverna

Lo confesso: a leggere la nota su MF del mio amico Angelo De Mattia su IRVAP e COVIP mi è venuto il capogiro. Pubblicata il 3 agosto, la recupero solo stamattina e un ribollire di cattivi pensieri si addensa nell’ultra mia canuta testa. Sono vecchio, lo so e sono desueto per lo meno da trent’anni, dopo certi miei Vaffa’ a Ciampi e Sarcinelli, a Somma e per converso a Pomicino ed anche a Cesare Geronzi se ci metto in mezzo la poco gloriosa Banca Mediterranea di irpinia memoria. Dovrei aggiungerci l’ingloriosa AIMA (sic!) di Via Palestro, 60.
Da trent’anni e più mi curo solo di microstoria racalmutese, magari per fare le bucce al defunto Leonardo Sciascia. Sono diventato un modestissimo, incolto, ignoto cittadinuzzo di questa gloriosa Repubblica a nome Italia. Se scrivo certe erratiche “lettere al direttore” né Belpietro né Ferrara mi degnano di un sia pure distrattissimo sguardo: eppure quando rifilavo veline e fotocopie – di per sé incomprensibili – nel settembre-novembre 1979 a Lotta Continua, cribbio se avevano successo persino in parlamento. Con quella foto del corrucciato La Malfa junior. E quando poi Feltrinelli incautamente mise in libreria Soldi Truccati – a firma Lombard, certo; ma al 70% tutto mio -, cribbio se ebbe successo quel volumaccio: in tre giorni esaurito. Dopo se ne persero le tracce e sarebbe piacevole sapere perché dopo quel primo gennaio 1980 la signora Feltrinelli censurò la pubblicazione, e dire che di soldi per finanziare Lotta Continua ne aveva dovuti sborsare tanti pur di editare lo sconcio pamphlet.

Sì, tutto questo è vero. E se mi mancano intelligenza e conoscenza per afferrare del tutto il senso recondito della stroncatura demattiana di questo malaccorto governo, la colpa è tutta mia. Ma come modestissimo cittadino di questa ancora repubblica democratica, ho diritto di capire persino cosa davvero significano Covip e Irvap e perché mai governo camera e senato giochino a farsi i dispetti e a quanto pare persino tra gli stessi membri del governo. A prima battuta, a me sembra che gira e rigira si tratti sempre del solito Tremonti che nella sua megamania dissolvente della Banca d’Italia del cattolicissimo governatore Antonio Fazio, volle far proliferare vacue superfetazioni istituzionali per sgraffignare tutto sotto l’egida del “suo” TESORO. Se ora Angelo De Mattia tira fuori i suoi esiziali aculei (istituzionali) e mette in imbarazzo Monti e Saccomanni tanto da spingerli ad incazzate quanto ingenue smentite, beh! gatta ci cova.

Lo dico da giorni: state attenti a quello lì. E’ giunta l’ora della sua (giustissima) vendetta. Ma a Berlusconi interessa tanto difendere l’operato del suo delfino (pro tempore)? A riparazione perché non impone una grande commissione di ex grand commis alla Antonio Fazio, all’Angelo De Mattia, a Mario Sarcinelli, a Cesare Geronzi (sì, proprio lui, perché dite quel che volete, fu abile falso speculatore agli ordini della Banca d’Italia nell' ingrato compito di fare vera ed efficace controspeculazione), a qualche silurato vice direttore generale, fatto anzitempo trasmigrare ai LINCEI, per citare solo quelli che conosco io, commissione atta a suggerire al parlamento una legge risanatrice di tutte le devastazioni, amputazioni, umiliazioni che Tremonti & C. hanno inferto alla più grande, prestigiosa, legalitaria tecnostruttura pubblica di cui può vantarsi l’Italia?

Tutta questa paccoltiglia di enti, entucoli, pubblici e semi pubblici, e ci metto anche consob e agenzie varie di controllo finanziario e creditizio, a che serve se non ad avere acconsentito a qualche bleso guru del passato regime di annidarvi propri famigli, che senza tecnostrutture consolidate in esperienze ormai più che secolari stanno solo lì per certe parate televisive, ove sbadigli e sonnecchianti pose si sprecano, a disdoro di tutti, e dovendo controllare ciò che ignorano, nulla controllano. E i danni nei fondi assicurativi, nelle ruberie previdenziali ed assicurative, negli arcani giochi di borsa (giochi speculativi sovranazionali che restano ovviamente incontrastati), nelle ciarlate a tutela della privacy, nei maneggi dei giochi di stato in uno con lotto, lotterie, cartoline ruba soldi e via discorrendo, e i danni – dicevamo – sono agli occhi di tutti.

E così potrei sperare che ritorni vivida e cogente la vecchia legge bancaria a tutela del risparmio, a sostegno dell’esercizio del credito, a moderazione di costosissimi sportelli bancari – pullulanti dappertutto, per procurarsi il favore di questo o quel piccolo satrapo -, che martelli il connotato di “pubblico interesse” in ogni aspetto dell’operare bancario italiano che deve esplicarsi in una insuperabile distinzione tra la vicenda creditizia a breve e quella a lungo, che deve sottostare ad un controllo “atipico” – né qualitativo né quantitativo, a disdoro della pasticcera di Milano – il cui apice tecnico è il Governatore ma il referente è un organo interministeriale di cui peraltro fa parte lo stesso governatore, cui intatta deve restare la sua funzione valutativa anche dei fatti aventi rilevanza penale (ex. Art. 10). E qui non smetterei, ma il resto ad altra occasione. Bando comunque a tanta ciarlataneria che sorge in quell’ottobre del 1974 quando il terrore corse sul filo ed investì soprattutto il direttorio di via nazionale 91, a seguito della furente contesa Carli-Occhiuto per la sconvolgente vicenda Sindona (di cui credo di saperne qualcosa di più degli altri, come si evince dal mio romanzetto LA DONNA DEL MOSSAD, apologo sul caso Sindona, che giustamente ha rarissimi lettori).
7 agosto 2012

venerdì 30 novembre 2012

Fazio condannato: sentenza inappellabile.


Come insignificante e peraltro ottantenne cittadino italiano ho il dovere non solo di rispettare ma anche di plaudire ad una siffatta sentenza. Ma credo di saperne, in questo campo, più e meglio di tutta la cassazione italiana riunita. Ho rispetto assoluto per l’ex Governatore Fazio: lui è cattolicissimo e credentissimo, io assolutamente non credente. Motivo questo che ci divide stellarmente. Lui manco mi volle ricevere quando avevo da presentare mie personali rimostranze sia per quanto attiene alla vertenza della Banca Mediterranea di Potenza, sia per quanto riguarda una vera e propria espoliazione da parte di Ciancaglini nei miei riguardi. E ad essere sinceri, ebbe indifferenze quando il mio inferiore di grado (per poco, però) De Sario mi giubilò con Masera.
Eppure, io ho stima, rispetto, ammirazione per il dottor Antonio Fazio. Strabuzzo gli occhi quando una pasticciera di Milano inventa un sillogismo processuale secondo il quale un inesistente fatto viene infilato irragionevolmente in una estranea norma. Vittorio Emanuele Orlando, il grande giurista di Sicilia, aveva ammonito già negli anni Cinquanta ad avere acume e genio nel coniugare fatto e norma.

 I giudici della Suprema Corte hanno rigettato tutti i ricorsi presentati contro la sentenza emessa il 28 maggio scorso dalla Corte d'appello di Milano. Definitive anche le condanne a un anno e mezzo per l'imprenditore Luigi Zunino e il fiduciario svizzero Francesco Ghioldi (quattro anni e tre mesi). Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di aggiotaggio, ostacolo agli organismi di vigilanza e appropriazione indebita. La sentenza d'appello aveva ridotto per tutti le condanne inflitte in primo grado: il tribunale di Milano, nel maggio 2011, aveva infatti condannato Fazio a quattro anni, Consorte e Sacchetti a tre anni, Fiorani a un anno e otto mesi. Il pg di Cassazione, Oscar Cedrangolo, nella sua requisitoria questa mattina, aveva invece sollecitato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, rilevando "l'incompetenza territoriale" dei giudici milanesi, come lamentato dalle difese degli imputati. Se la Corte avesse accolto le richieste del pg, il procedimento si sarebbe completamente azzerato. La prescrizione, inoltre, sarebbe scattata tra qualche giorno, il 12 dicembre prossimo. La sentenza della Corte d'appello milanese aveva revocato la confisca di 39,6 milioni a Unipol, condannando invece la societa' a pagare 230 mila euro (a fronte dei 900 mila disposti dai giudici di primo grado). La societa' Nuova Parva era stata condannata a versare 100 mila euro (360 mila erano invece stati stabiliti in primo grado).

giovedì 25 ottobre 2012

Messaggio per Angelo De Mattia


Carissimo Angelo,
faccio seguito all’incontro di oggi. Francamente non avrei dubbi sul fatto che una speculazione valutaria    dell’ordine  di
$ 3.659.511.933; DM: 2.905.097.000; Lgs. 10.000.000; Frb. 175.000.000
di acquisti a termine
contro
$    4.036,975,594; DM. 1.153.650.000;  Lgs.    25.000.000
di vendite a termine, (cfr. pagg. 46-47 del mio rapporto sulla Banca Privata Finanziaria)
finiva col determinare alle scadenze un tale sconquasso valutario e borsistico che non poteva non venire registrato dalla Banca d’Italia e dell’UIC. Infatti, le Autorità sapevano. Tacevano? No. Non potevano che essere gli artefici occulti di ciò che ritengo una contro speculazione del concerto delle Banche Centrali (Unione Sovietica in testa). Ma ciò sarebbe acqua passata se la storia non si ripetesse. Allora le Autorità riuscirono a fare apparire il tutto come una insana diavoleria mafiosa del Sindona. Non era un santo. Se fu suicidato, pace all’anima sua.
Quel che mi interessa è l’attualità. Allora di questa immane speculazione valutaria la magistratura non capì o non le fu fatto capire alcunché. Non vi è un accenno nelle sentenze delle varie condanne. Eppure avevano (tra l’altro) il mio rapporto ispettivo. Eppure potevano leggere il libro (da me ispirato) Soldi truccati, ove l’aspetto valutario del crack Sindona è tutto spiattellato.
Il nostro Presidente dovrebbe non considerare peregrina la mia tesi della contro speculazione, che ovviamente è molto più articolata (e documentata), se non altro per tranquillità della mia coscienza di … storico.

Oggi una domanda si impone: perché allora tanta sonnolenza mentale della magistratura milanese e perché invece oggi si inventano colpe stratosferiche di intelligenti, saggi, avveduti grand commis dello Stato. Il Governatore della Banca d’Italia ha mansioni costituzionali di difesa della moneta, della  avveduta politica bancaria. Il Governatore è anche il banchiere dei banchieri: deve agire in armonia con le peculiarità dei mercati e delle borse, necessariamente aperti alle aggressioni speculative mondiali. Se è impari, perché astretto dai lacci e laccioli di cui parlava Carli, beh! Povera economia finanziaria nazionale.

Ed un Governatore non può non servirsi di banchieri ultra abili e competenti del taglio di un Cesare Geronzi (al quale qualche pizzicotto ebbi a dargli, ma spero me l’abbia perdonato). Sono troppo pirandelliano per non avere il gusto del gioco delle parti. Questo però non mi impedisce di capire e di stimare. Diceva Sarcinelli che solo tre ispettori la Vigilanza era riuscita a forgiare ( e non poteva privarsene). Dell’Uva, De Sario e (bontà sua) Taverna. Solo che quando stizzito avevo voglia di sparare paradossi sghignazzavo: vero, solo che per gli altri due Sarcinelli si sbaglia. La modestia non è il mio forte.

Il mio Dio (o il mio demone) protettore mi perdoni. Se il giornalista Enzo Biagi (colpevole invero di un fallace articolo sul Corrierone del 29 giugno 1974) ebbe a dire che solo io avevo capito il puzzle Sindona , forse una qualche ragione ce l’aveva.

2) Ed allora? Bisogna costituire un gruppo di studio presso qualche prestigiosa Fondazione in grado di ricostruire una verità storica per un ammonimento attuale e per una riparazione di gravissime ingiustizie togate. Se i giudici ignorano, vadano a scuola; se imbecilli, vadano a casa. La politica, i presidenti della Repubblica, la Vigilanza democratica esistono per svolgere anche questa mansione. Un giornalista del calibro di Ferrara, saprebbe bene tuonare i tamburi della giustizia bancaria. Nessun tribunale speciale, sia chiaro, ma tribunali competenti, sì. Il Consiglio superiore della magistratura, esiste per questo. Se occorrono leggi specifiche, siano chiamate a farlo le forze politiche non cialtrone.

3) Ti dicevo dello sconquasso  economico di una terra come la mia: la Sicilia Meridionale. Abbiamo un aeroporto costato decine di miliardi di vecchie lire ed affossato per non dovere chiedere il rendiconto a dissennati amministratori (di ovvia provenienza politica). So che i capitali cinesi sarebbero ben disposti a prendere in mano l’iniziativa e portarla a buon fine magari solo per consentire lo scalo delle loro esportazioni. Un banchiere come il Presidente saprebbe ben parlare ai cinesi dell’ambasciata romana: ha autorevolezza, prestigio, affidabilità. Del pari  ciò vale per una grande impresa cementificia di Campofranco, certo in esordio inquinata da certa mafia palermitana. Basta ripulire il management. Risanarla amministrativamente, recuperare l’immane credito che vanta, superare il gap di liquidità. Ma le filiali bancarie siciliane e quelle racalmutesi in particolare stanno per essere chiuse. Oggi si paga la spregiudicata politica delle concentrazioni volute da governatori che non stimo. . Qui basterebbe forse solo il capitale nazionale. Ma ci vuole un banchiere d’altissimo profilo. Allora? V’è il peso antieconomico del costo del personale. Dico: se si dà oggi in appalto e subappalto tutto, guardare a Telecom o all’Enel per capire, perché non dare in appalto oltre che i servizi per le pulizie anche quelli della gestione bancaria: servizio di cassa. servizio istruttorie, servizio gestioni titoli e via discorrendo. Forse si salverebbero gli sportelli, il finanziamento radicato nel territorio, si avrebbe ili superamento di crisi come quella scaturita dalla cosiddetta trasparenza. Chi ha pratica di banche sa che vi sono le dilazioni dei pagamenti che si incorporano in titoli di credito (volgarmente chiamati assegni postdatati). Sono (o erano) titoli che i direttori delle filiali custodivano nelle loro casseforti a garanzia di apparenti anticipi su fatture e mandati all’incasso a tempo debito. Forse si è stroncata una prassi non lineare (i miei vecchi colleghi ispettori, mai ne hanno trovati perché o non sapevano o – come me – non volevano). Il risultato? Un crollo del PIL che non giova a nessuno.

Mi si dirà: Ma a te chi te lo fa fare? Non lo so: credo solo la voglia di non sprecare una saggezza accumulata in mezzo secolo di attività e di esperienze uniche.

Calogero Taverna