lunedì 13 novembre 2017

Zolfo di Sicilia


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(SCN) « ...Scìnninu, nudi, ‘mmezzu li lurdduma
di li scalazzi ‘nfunnu allavancati;
e, ccomu a li pirreri s'accustuma,
vannu priannu: Gesùzzu, piatati!...
Ma ddoppu, essennu sutta lu smaceddu,
grìdanu, vastimiannu a la canina,
ca macari “ddu Cristu” l'abbannuna...[1] »
(IT) « ...Scendono, nudi, in mezzo alla sporcizia
cadendo in fondo dalle scalacce;
e, mentre si avvicinano agli spietratori
vanno pregando: Gesù mio, pietà!...
Ma dopo, essendo sotto quello sfracello,
gridano, bestemmiando come cani,
che anche “quel Cristo” li abbandona...[2] »
(Alessio Di Giovanni)
Lo zolfo di Sicilia è stata una delle più importanti risorse minerarie della Sicilia, non più sfruttata. L'area interessata dai grandi giacimenti è quella centrale dell'isola ed è compresa tra le province di Caltanissetta, Enna ed Agrigento: L'area è anche nota ai geologi come altopiano gessoso-solfifero. L'area di sfruttamento minerario si estendeva tuttavia anche fino alla Provincia di Palermo con il bacino di Lercara Friddi e alla Provincia di Catania, di cui faceva parte fino al 1928 una parte della provincia di Enna; essa è quella nella quale nell'ultimo quarto di millennio si è svolta l'estrazione, la lavorazione e il trasporto dello zolfo. Per un certo periodo ha rappresentato anche la massima zona di produzione a livello mondiale.
Cristalli di zolfo dell'agrigentino


Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il prelievo dello zolfo di affioramento avveniva anche in tempi molto antichi, si sono infatti trovate vestigia minerarie risalenti al 200 a.C.; questo veniva usato in medicina da tempo immemorabile ma i Romani lo utilizzarono anche a scopo bellico mescolandolo ad altri combustibili.[3]
A metter in moto lo sfruttamento su larga scala dello zolfo siciliano fu la scoperta del metodo Le Blanc (1787) per la fabbricazione su scala industriale della soda. Lo zolfo, ingrediente fondamentale anche per la produzione della polvere da sparo, assunse allora un'importanza strategica pari a quella ricoperta nell'era moderna dall'uranio. Durante le guerre napoleoniche numerosi capitalisti britannici cominciarono ad interessarsi delle zone minerarie a cielo aperto che si trovavano in prossimità dei porti della Sicilia meridionale. Dopo la pace e la Restaurazione del 1815 anche varie imprese francesi iniziarono la loro attività nel settore in virtù dello sviluppo della produzione e della richiesta dell'acido solforico che ebbe un'ulteriore effetto propulsivo sull'estrazione del minerale siciliano[4].
In seguito alla Restaurazione si ebbe finalmente il decollo dell'industria zolfifera tanto che nella seconda metà degli anni Trenta del XIX secolo le esportazioni all'estero di zolfo si ritrovavano già al primo posto tra quelle dell'Isola con un valore annuo di 1.671.500 ducati[5].
Negli anni tra 1828 e 1830 l'esportazione di zolfo verso gli opifici di Marsiglia per la produzione di soda e acido solforico raggiunse e superò le 35.000 tonnellate[6]. Vari motivi contingenti, tra cui la sovrapproduzione, fecero sì che dal 1830 in poi l'industria zolfifera avesse alti e bassi con oscillazioni dei prezzi piuttosto sostenute anche per la concorrenza delle piriti estratte nel centro Italia, e lavorate in loco, il cui costo di trasporto era inferiore. I tentativi di stabilire industrie produttive di acido solforico e soda in Sicilia non ebbero per varie ragioni molto successo[7]; nel 1838 Ferdinando II aveva concesso il monopolio dello zolfo siciliano alla società francese Taix & Aycard che in cambio prometteva lo sviluppo di industrie di trasformazione e la costruzione di 25 km di strade carrozzabili l'anno. Tuttavia questa scelta non condusse ai risultati sperati, poiché i prezzi di mercato salirono eccessivamente, le iniziative industriali non ebbero seguito, e si manifestò la dura opposizione della Gran Bretagna che minacciò addirittura il sequestro delle navi siciliane, così nel 1846 gli accordi in tal senso vennero revocati.[8][9] Il più grande importatore, nel 1849, era rappresentato dall'Inghilterra, ma lo zolfo era venduto in grandi quantità anche agli Stati Uniti.
Lo sviluppo di metodi di utilizzazione delle piriti (di costo molto più basso) al posto dello zolfo nella produzione dell'acido solforico assieme alla diffusione del metodo Solvay per produrre soda artificiale furono determinanti nella progressiva perdita di quote di mercato, in particolare in Germania e Inghilterra, con conseguente crollo dei prezzi dello zolfo siciliano. La produzione continuò fino alla fine dell'Ottocento ma il crollo dei prezzi di vendita mise in crisi tutto il settore.
Nel 1896 venne costituita a Londra la Anglo-Sicilian Sulphur Company Limited una società di cui faceva parte Vincenzo Florio, che ne era il procuratore per la Sicilia, e un gruppo di investitori interessati tra cui gli inglesi Benjamin Ingham e Agostino Porry; lo scopo era quello di rilanciare la commercializzazione di acido solforico e derivati dello zolfo[10]. Gli accordi stipulati con la Anglo-Sicilian-Sulphur Co. permisero ai produttori l'accesso al credito per il finanziamento di impianti industriali più moderni migliorando le strutture delle miniere[7]. Per un certo periodo il settore solfifero siciliano venne risollevato dalla crisi in cui era precipitato; i prezzi che nel 1895 erano scesi a 56 lire a tonnellata già qualche anno dopo si erano stabilizzati a 90-95 lire.
A rilanciare la richiesta di zolfo fu anche la seria diffusione di una malattia delle piante, l'Oidio; un fungo parassita della vite colpì i vigneti di tutta Europa devastandoli. L'unico rimedio per prevenirne la diffusione era l'irrorazione delle piante con polvere di zolfo in soluzione acquosa. La raffinazione e la macinazione dello zolfo divennero quindi di nuovo redditizie con la nascita di raffinerie e impianti molitori in varie località costiere del licatese fino a Porto Empedocle e nella città di Catania.
Uno dei problemi alla base delle varie crisi del settore era la carenza infrastrutturale nei trasporti,[11] mancanza di strade di comunicazione, mancanza di porti che permettessero l'approdo delle grosse navi da carico, assenza di mezzi meccanici e ferrovie[12] che i vari governi avevano trascurato e che il nuovo Regno d'Italia affrontava con poca determinazione. Nei primi anni settanta del XIX secolo il sindaco di Catania Tenerelli, finanziere e imprenditore del settore zolfifero, denunciava il ritardo con cui si procedeva nella costruzione della Ferrovia Palermo-Catania come motivo principale di paralisi dell'industria zolfifera.[13] Infatti, solo dopo l'apertura della tratta fino a Villarosa (1876), realizzata in subappalto da Robert Trewhella (anch'egli grosso imprenditore zolfifero del catanese) lo zolfo poté giungere celermente alle raffinerie della città e al Porto di Catania. Tale fatto portò la città ad assumere un ruolo preminente nel settore,[14] perché abbatté a quasi la metà il prezzo unitario di trasporto, fino al tempo realizzato per mezzo dei carramatti, sorta di carri da carico tirati da robusti cavalli da tiro.[15]
Carusi all’imbocco di un pozzo della zolfara;1899
Verso la fine del secolo XIX erano presenti e attive oltre 700 miniere con un impiego di forza lavoro di oltre 30.000 addetti. Le cui condizioni di lavoro tuttavia rimanevano al limite del disumano. Gli anni di fine secolo videro quindi la nascita e lo sviluppo delle prime organizzazioni sindacali e l'inizio degli scioperi per ottenere più umane condizioni di lavoro.[16] Gli zolfatari furono quelli che più di tutti parteciparono alla costituzione dei Fasci dei lavoratori: nel maggio 1891 si costituì il Fascio di Catania, nell'ottobre 1893 a Grotte, paese minerario in provincia di Agrigento, si tenne il congresso minerario. Al congresso parteciparono 1.500 fra operai e piccoli produttori. Gli zolfatari chiedevano di elevare per legge a 14 anni l'età minima dei carusi di miniera sfruttati fin'allora come schiavi, la diminuzione dell'orario di lavoro (che era praticamente dall'alba al tramonto) e il salario minimo. I piccoli produttori chiedevano provvedimenti che li affrancassero dallo sfruttamento dei pochi grossi proprietari che controllavano il mercato di ammasso ricavandone, loro, tutto il profitto. I Fasci tuttavia vennero sciolti d'autorità dal Governo Francesco Crispi all'inizio del 1894 dopo che negli scontri con l'esercito erano morti oltre un centinaio di dimostranti in un solo anno.[17] Il settore era entrato in crisi negli anni novanta e la società anglo-siciliana aveva spostato i commerci su Porto Empedocle dove i costi erano inferiori provocando serie ripercussioni sull'economia catanese.[18]
Nel 1901 le unità lavorative raggiunsero il livello massimo di trentanovemila con 540.000 tonnellate di minerale di zolfo estratto.[7]
La società anglo-sicula continuò ad operare ma cessò l'attività in conseguenza della diffusione del nuovo metodo di estrazione il processo Frasch diffusosi negli Stati Uniti che, abbassando drasticamente i costi di estrazione, rese non più competitive le miniere di Sicilia alle quali il metodo non era applicabile a causa della differente conformazione e composizione dei giacimenti.
La prima guerra mondiale aumentò le difficoltà di approvvigionamento dei materiali per l'industria e diminuì i minatori in conseguenza della chiamata al fronte della gran parte della forza lavoro. Alla fine della guerra l'industria dello zolfo americana si accaparrò gran parte del mercato mondiale. Nel 1927 il fascismo demanializzò il sottosuolo minerario creando l'Ente Nazionale Zolfi Italiani con sede a Roma accentrandovi tutte le attività estrattive, commerciali ed economiche non riuscendo tuttavia nell'intento di risollevare il settore. La produzione siciliana di zolfo riprese un po' di fiato solo dopo il 1943, a guerra finita (in Sicilia), ma solo fino ai primi anni cinquanta dato che l'America impegnata nella guerra di Corea canalizzava verso l'industria bellica le risorse.[7]
La successiva ripresa della produzione industriale americana rastrellò di nuovo tutti i mercati bruciando la concorrenza con bassi prezzi nonostante il protezionismo italiano sia a livello di Governo centrale che regionale (che nel 1962 aveva creato allo scopo l'Ente Minerario Siciliano). I provvedimenti adottati non fecero altro che prolungare inutilmente la lenta agonia del settore zolfifero isolano fino a quando la liberalizzazione del mercato voluta dal Mercato Europeo Comune non ne ha decretato la fine. Nel 1976 la produzione di zolfo isolano non aveva superato nel complesso le 85.000 t.[19] A partire dal 1975 varie leggi hanno prodotto la progressiva chiusura delle miniere Musala, Zimbalio, Gaspa La Torre, Baccarato, Giangagliano, Floristella, Grottacalda, Giumentaro per citarne le maggiori; oggi non ne rimane nessuna in attività.

Miniere di zolfo[modifica | modifica wikitesto]

Alcune tra le centinaia di zolfare divise tra le provincie della Sicilia centrale:

Provincia di Agrigento[modifica | modifica wikitesto]

Imbocco di miniera abbandonata a Cianciana
Minerale greggio di zolfo; provenienza, Agrigento
Zolfo frammisto a bitume, proveniente dalle miniere di Cozzo Disi, Casteltermini, in provincia di Agrigento
Ultime vestigia a Catania del grande apparato industriale di lavorazione dello zolfo: una ciminiera e il fabbricato attiguo, oggi sede del Centro fieristico le Ciminiere.

Provincia di Caltanissetta[modifica | modifica wikitesto]

Provincia di Catania[modifica | modifica wikitesto]

Provincia di Enna[modifica | modifica wikitesto]

Provincia di Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Estrazione del minerale[modifica | modifica wikitesto]

Imbocco di una miniera di zolfo
Secondo i ricercatori il ritrovamento archeologico di una scritta a rilievo su tavoletta di argilla in contrada Puzzu Rosi, nell'area mineraria comitinese in Provincia di Agrigento, testimonia dello sfruttamento del minerale sulfureo in epoca imperiale romana. Sembra comunque, da reperti del Monte Castellazzo, che già nel 1600 a.C. vi fossero commerci del prodotto con popolazioni Egee.[20] Si trattava in genere di minerale di affioramento e di cave a cielo aperto presenti un po' dovunque in tutta l'area nisseno-agrigentina. Il metodo di scavo, rudimentale, con pale, picconi e ceste per il trasporto rimase pressoché lo stesso fino alle soglie del XIX secolo. La richiesta sempre più alta di zolfo, per la produzione di polvere da sparo, acido solforico e soda, soprattutto da parte di Francia e Gran Bretagna, nel Regno delle due Sicilie venne soddisfatta incentivando l'apertura di nuove miniere, nelle quali il minerale veniva estratto seguendone il filone e scavando nuovi pozzi e gallerie sempre più in profondità. Il lavoro di minatore in Sicilia nacque proprio in quel periodo e pur essendo un lavoro durissimo venne visto come un'ulteriore occasione di lavoro per i contadini che vi si adattarono senza grosse difficoltà. Si formarono delle categorie vere e proprie come quella dei pirriaturi (o picconieri) che staccavano il minerale e i carusi, spesso bambini di 7-8 anni. La relazione Franchetti - Sonnino, "La Sicilia nel 1876" riporta: Comunque sia di ciò, o che il padrone della miniera tratti direttamente coi picconieri, oppure coi partitanti, è sempre il picconiere che pensa a provvedere i ragazzi necessari per eseguire il trasporto del minerale da lui scavato, fino a dove si formano le casse. Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 ragazzi. Questi ragazzi detti carusi, s'impiegano dai 7 anni in su; il maggior numero conta dai 10 ai 16 anni. Essi percorrono coi carichi di minerale sulle spalle le strette gallerie scavate a scalini nel monte, con pendenze talora ripidissime, e di cui l'angolo varia in media dai 50 agli 80 gradi. Non esiste nelle gallerie alcuna regolarità negli scalini; generalmente sono più alti che larghi, e ci posa appena il piede. Le gallerie in media sono alte di circa metri 1,30 a metri 1,80, e larghe da metri 1 a metri 1,20, ma spesso anche meno di metri 0,80; e gli scalini alti da metri 0,20 a 0,40; e profondi da metri 0,15 a 0,20. I fanciulli lavorano sotto terra da 8 a 10 ore al giorno, dovendo fare un determinato numero di viaggi, ossia trasportare un dato numero di carichi dalla galleria di escavazione fino alla basterella che vien formata all'aria aperta. I ragazzi impiegati all'aria aperta lavorano 11 a 12 ore. Il carico varia secondo l'età e la forza del ragazzo, ma è sempre molto superiore a quanto possa portare una creatura di tenera età, senza grave danno alla salute, e senza pericolo di storpiarsi. I più piccoli portano sulle spalle, incredibile a dirsi, un peso di 25 a 30 chili; e quelli di sedici a diciotto anni fino a 70 e 80 chili[21] e lo trasportavano in superficie con dei contenitori sulle spalle risalendo gli stretti cunicoli centinaia di volte[22][23]. Il tutto era guidato dai sorveglianti o capumastri[22]. Il sistema di sfruttamento prevedeva la cessione in gabella della miniera da parte del proprietario al capo picconiere (che aveva interesse a produrre il massimo per potere spuntare un guadagno); la gabella veniva pagata in natura in ragione del 40-50% della produzione ottenuta[22]. I metodi di estrazione tuttavia rimasero sempre antiquati; questo fatto unito all'estremo sfruttamento del lavoro dei minatori furono spesso causa di terribili incidenti[22] per tutto il periodo di attività, fino ai giorni nostri.

Incidenti in miniera[modifica | modifica wikitesto]

Le già difficili condizioni comuni a tutti i lavoratori minerari erano aggravate in Sicilia da una condizione lavorativa di tipo feudale simile alla servitù della gleba. Unita ai metodi antiquati e rudimentali mantenuti in atto dalle compagnie sia straniere che siciliane per evitare onerosi investimenti nelle infrastrutture provocò frequenti incidenti gravissimi con perdite umane enormi. Alcuni dei più gravi eventi conosciuti sono:
  • 1867, Miniera Trabonella: scoppio di gas in galleria e incendio con 42 vittime accertate.[24]
  • 1881, Miniera Gessolungo: il 12 novembre un'esplosione di grisou all'interno della miniera, generata dalla fiamma di una lampada ad acetilene, fa strage di 65 minatori. Tra le vittime si contarono 19 carusi, di cui nove rimasero senza nome e il loro cimitero, detto "dei carusi", è ancor oggi visitabile in prossimità di Gessolungo;
  • 1882, Miniera Tumminelli: 41 vittime per asfissia[25]
  • 1911, Miniera Trabonella: scoppio di gas e incendio durato 10 giorni con 40 vittime.[24]
  • 1916, Miniere Cozzo Disi - Serralonga (Casteltermini): Il 4 luglio ebbe luogo nelle miniere Cozzo Disi e Serralonga, poste tra loro in collegamento, uno dei più gravi disastri sul lavoro dell'intera storia mineraria italiana. Infatti, nel crollo di alcune gallerie e nell'emissioni di idrogeno solforato persero la vita 89 solfatari. Le cause del grave incidente restano incerte anche se oscillano intorno ad un'ipotesi principale: essa ammette una natura colposa nel disastro, che sarebbe stato provocato dal crollo di una parte della miniera dovuto al mancato riempimento con materiale sterile dei vuoti provocati dall'estrazione del minerale.
  • 1957, Miniera Trabia: esplosione di gas, e crollo del pozzo Scordia con molte perdite umane.
  • 1958, Miniera Gessolungo: un'altra tragedia, avvenuta il 14 febbraio, ispirerà Michele Straniero a scrivere il testo della canzone La zolfara (su musica di Fausto Amodei), portata al successo nel 1959 da Ornella Vanoni.

Metodi di raffinazione[modifica | modifica wikitesto]

  • Calcarelle (metodo di fusione per combustione; più antico e rudimentale)
  • Calcarone (un tipo più evoluto di fornace)
  • Forno Gill (forno di fusione a recupero di calore)
  • Flottazione (metodologia di preparazione del minerale prima della raffinazione)
  • Metodo Frasch (non utilizzabile in Sicilia)

Trasporto del minerale[modifica | modifica wikitesto]

Il trasporto dello zolfo venne effettuato fin quasi alla fine del XIX secolo per mezzo di carriaggi a trazione animale fino agli approdi di imbarco siti per lo più nella costa mediterranea della Sicilia tra Licata e Porto Empedocle. Verso la fine del secolo iniziò la costruzione di tranvie e piccole ferrovie minerarie e le miniere principali ebbero anche sistemi di trasporto all'uscita delle gallerie principali costituiti da vagoncini spinti a mano su rotaie che convogliavano il minerale verso i vagoni delle ferrovie a scartamento ridotto costruite in gran numero ma in ritardo sull'occorrente.
Nel periodo 1893-1894 nacquero ad opera di privati la Tranvia Raddusa-Sant'Agostino e la Porto Empedocle-Lucia. Nel 1898 fu realizzata una tranvia a cavalli, lunga 3 km, per collegare la miniera Trabonella alla stazione di Imera. Nel 1904 fu attivata una teleferica della lunghezza di 10 km tra il complesso di zolfare Trabia-Tallarita alla stazione di Campobello di Licata. Nel 1908 una tranvia a vapore per il trasporto dello zolfo dalle miniere Pagliarello e Respica alla stazione di Villarosa. Nel 1915 ancora una travia a vapore collegò anche le miniere Juncio-Stretto alla stazione ferroviaria di Imera.
Solo nel 1902, in seguito alle conclusioni di un'apposita Regia Commissione e di una legge varata nel corso dell'anno, venne definita la modalità di costruzione e di finanziamento delle linee interne siciliane che però potevano essere costruite solo in economia e a scartamento ridotto. Anche le prime ferrovie essenziali che congiungevano le aree di produzione ai porti d'imbarco furono costruite con molto ritardo[26] e solo a partire dal 1866 e raggiunsero da Palermo il bacino di Lercara Friddi solo nel 1870 e collegarono Catania e il suo porto con Caltanissetta solo nel 1876[27]. Anche i porti di imbarco della Sicilia meridionale erano poco più che semplici approdi e le navi più capienti ormeggiavano al largo costringendo al doppio trasbordo su chiatte dalla riva e al carico poi sulla nave[28]. La mancanza di strutture efficienti di trasporto realizzate a rilento e con molto ritardo è vista da molti come uno dei motivi del tracollo economico dell'industria dello zolfo siciliano. Nel 1904 per trasportare il minerale dalla miniera Trabia-Tallarita fino alla stazione di Campobello di Licata venne realizzata una linea teleferica di 10 km, mentre un'altra teleferica collegava la miniera di Trabonella alla stazione ferroviaria di Imera, tra Caltanissetta ed Enna. Ma la costruzione della rete ferroviaria vera e propria ebbe inizio soltanto dopo che lo Stato ebbe riscattato la Rete Sicula[29] e quindi dopo il 1906 vennero costruite:

La cultura dello zolfo[modifica | modifica wikitesto]

Strutture museali[modifica | modifica wikitesto]

Arte e letteratura[modifica | modifica wikitesto]

L'essere stata per oltre due secoli una delle attività più dure ma più diffuse nella Sicilia ha fatto della zolfara uno degli argomenti più toccati da poeti, scrittori, romanzieri e cantastorie. Uno dei poeti e scrittori maggiormente toccanti ed espressivi è senz'altro Alessio Di Giovanni, nativo di Cianciana uno dei centri zolfiferi dell'agrigentino, che nei suoi Sunetti di la surfara, in lingua siciliana, ha espresso il tormento e la disperazione dei lavoratori-schiavi delle miniere.
Anche Luigi Pirandello, la cui famiglia gestiva delle zolfare, nella sua raccolta Novelle per un anno scrisse sul duro lavoro, soprattutto minorile nelle zolfare con le novelle Il fumo e Ciàula scopre la luna. Il tema dello zolfo si interseca infatti in varia maniera nella sua produzione letteraria come motivo ispiratore di parecchie novelle nelle quali è presente il mondo che gravita attorno alla zolfara. La miniera gestita dalla sua famiglia che egli chiama la Cace, la zolfara grande è presente nel suo celebre romanzo I vecchi e i giovani finito nel 1913.
La Racalmuto-Regalpetra di Leonardo Sciascia, terra di zolfare e zolfatari, risuona nella sua produzione letteraria come in Le parrocchie di Regalpetra.
« Pròvati, pròvati a scendere per i dirupi di quelle scale — scrive un regalpetrese — visita quegli immensi vuoti, quel dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestifere esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente, giovani stanchi, che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti, quasi fanciulli, a cui più si converrebbero e giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l’esile organismo all’ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi. E quando dalla notte della zolfara i picconieri e i carusi ascendevano all’incredibile giorno della domenica, le case nel sole o la pioggia che batteva sui tetti, non potevano che rifiutarlo, cercare nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo. »
(Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Aldelphi, 1991)
La strage di carusi avvenuta nella Miniera Gessolungo il 12 novembre 1881 (il cui cimitero, detto dei carusi, è ancor oggi visitabile in prossimità di Gessolungo) è stata il tema ispiratore del testo della canzone La zolfara di Michele Straniero portata al successo nel 1959 da Ornella Vanoni:
« Otto sono i minatori
ammazzati a Gessolungo;
ora piangono i signori
e gli portano dei fiori.
Hanno fatto in Paradiso
un corteo lungo lungo;
da quel trono dov'è assiso
Gesù Cristo gli ha sorriso. »
(Michele Straniero, La zolfara)
I terribili e frequenti incidenti nelle zolfare hanno ispirato poeti e scrittori: uno di questi, avvenuto nel 1951 nelle miniere del bacino di Lercara, venne documentato dallo scrittore Carlo Levi nel libro Le parole sono pietre:
« il 18 giugno, un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, un "caruso" che lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì. È un fatto frequente: anche il padre del morto aveva avuto una gamba schiacciata da una frana. nella zolfara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un'ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò. »
(Carlo Levi, Le parole sono pietre)
Nel suo romanzo La Signora della Ruota (La Ruotaia) (in inglese), scrittore statunitense Angelo Felice Coniglio descrive come una famiglia di Racalmuto, per avere i soldi per comprare da mangiare, deve inviare un figlio alle miniere di zolfo come un "caruso" per un misero "soccorso di morte", e gli orrori che i ragazzi giovani, quasi-schiavi, sottoposti nelle miniere.
Il 13 settembre 1895 a Catania si tiene la prima dell'opera teatrale "La Zolfara" di Giuseppe Giusti Sinopoli[30].

Parco minerario[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: parco minerario di Floristella-Grottacalda.
Nel 1991 una legge regionale ha istituito l'ente Parco minerario di Floristella-Grottacalda, in provincia di Enna, la cui miniera di Floristella, risalente alla fine del XVIII secolo ha svolto attività fino al 1984. Nel Parco è presente anche la solfara Grottacalda e il pregevole palazzo del barone di Floristella, Agostino Pennisi, geniale imprenditore che ivi fece dimora con la propria famiglia.
Con due decreti del 1994 e del 1996 l'Assessorato regionale ai beni culturali ed ambientali della Regione Siciliana ha sancito l'interesse etno-antropologico delle dismesse zolfare di Lercara Friddi.
A Catania la cittadella dello zolfo, l'area industriale sorta per la lavorazione dello zolfo, a nord-est dell'attuale Stazione di Catania Centrale da tempo abbandonata è stata recuperata negli anni settanta integrando nuovo e antico e creando Le Ciminiere un'area fieristica, espositiva e per convegni. L'agglomerato di stabilimenti di raffinazione e molitura e ciminiere occupava una superficie pari all'intero centro storico testimoniando dell'importanza del settore zolfifero per l'economia catanese del tempo.
Il 26 settembre 2007 alla Camera dei deputati (XV Legislatura) è stata presentata la proposta di Legge N. 3067 d'iniziativa dei deputati Lomaglio, Aurisicchio, Buffo, Burgio, Burtone, Cacciari, Crisafulli, Daro, Di Salvo, Dioguardi, Fumagalli, Maderloni, Orlando, Rotondo, Samperi, Spini, Trupia, Zanotti per la Istituzione del Parco nazionale geominerario delle Zolfare di Sicilia.[31]; il del è decaduto con la fine della legislatura nel 2008. Nel 2010 è stato inaugurato il Museo delle Solfare di Trabia Tallarita, allestimento permanente presso il sito minerario di Trabia (Riesi), che ospita un ricco percorso storico-tecnico sull'epopea delle solfare siciliane.[32]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Alessio Di Giovanni: da Sonetti di la surfara.
  2. ^ Traduzione in lingua italiana di Antonino Taverna
  3. ^ G. Salmeri, Sicilia romana-Miniere di zolfo in Sicilia e in Grecia nell'età imperiale
  4. ^ Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, pagg.510-511. Editori Laterza ,1976
  5. ^ Cangila, p. 22
  6. ^ Giovanni Evangelista Di Blasi, Storia cronologica dei viceré luogotenenti e presidenti del Regno di Sicilia, pag. 827-829, Palermo 1867
  7. ^ a b c d Marianna Di Bilio Morana, Cenni storici sullo zolfo, vivienna.it. URL consultato il 27/03/2008.
  8. ^ Rivista contemporanea,Vol 26,a pag 429,Torino-1861
  9. ^ Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, pagg.512-513. Editori Laterza ,1976
  10. ^ Orazio Cancila, I Florio, storia di una dinastia imprenditoriale, pp. varie, Bompiani, 2008.
  11. ^ Federico Squarzina,Produzione e commercio dello zolfo in Sicilia nel secolo XIX,ILTE 1963
  12. ^ Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, pagg.511/512. Editori Laterza ,1976
  13. ^ Giuseppe Giarrizzo,Catania a pag. 60. Laterza editore, Bari,1986
  14. ^ Giuseppe Giarrizzo, Catania, Laterza editore, Bari, 1986, p. 75.
  15. ^ Giuseppe Barone Le vie del Mezzogiorno,Donzelli Editore,2002
  16. ^ itinerario minerario, regalpetra.it. URL consultato il 27/03/2008.
  17. ^ i fasci dei lavoratori, centroimpastato.it. URL consultato il 04/04/2008.
  18. ^ Giuseppe Giarrizzo, Catania, Laterza editore, Bari, 1986, p. 149.
  19. ^ Jean Huré, Storia della Sicilia, Brancato Editore, Brugherio (MI), 2005.
  20. ^ Comitini:la storia mineraria, irsap-agrigentum.it. URL consultato il 28/03/2008.
  21. ^ Franchetti, Sonnino, pp. paragrafo 132
  22. ^ a b c d Il Politecnico, p. 52
  23. ^ I carusi e le patologie gravi, azsalute.it. URL consultato il 03/04/2008.
  24. ^ a b notizie e dati-sommatino, sommatino.net. URL consultato il 03/04/2008.
  25. ^ Angeli senza volto, itasrusso.it. URL consultato il 03/04/2008.
  26. ^ Romualdo Giuffrida,Lo Stato e le ferrovie in Sicilia (1860-1895), Ed.Sciascia, Caltanissetta-1967
  27. ^ Carbone–Crispo L'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-76)–Bologna 1968, pag. 1084
  28. ^ Paolo Grappasonni, Problemi economico-sociali della Sicilia dopo l'unità-cap.4, webalice.it. URL consultato il 16 settembre 2016.
  29. ^ Nico Molino,La rete a scartamento ridotto della Sicilia
  30. ^ Giarrizzo, p. 128
  31. ^ La Camera dei Deputati - XVI Legislatura
  32. ^ Un viaggio nella Sicilia delle solfare: è nato il Museo di Trabia-Tallarita

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Carbone, Crispo, L'inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-76), Bologna, 1968.
  • Nico Molino, La rete FS a scartamento ridotto della Sicilia, Torino, Edizioni elledi, 1985, ISBN 88-7649-037-X.
  • Angelo Felice Coniglio, The Lady of the Wheel (La Ruotaia), 2012, Legas, Mineola, ISBN 1-881901-86-6.
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  • Jean Huré, Storia della Sicilia, Brugherio (MI), Brancato Editore, 2005.
  • Romualdo Giuffrida, Lo Stato e le ferrovie in Sicilia (1860-1895), Caltanissetta, Ed.Sciascia, 1967.
  • Francesco Roberti, Il Legendario "Surfararu", 2012, Barrafranca, Ed.Bonfirraro, ISBN 978-88-6272-043-4.
  • Ignazio Nigrelli,"La crisi dell'industria zolfifera siciliana in relazione al movimento dei Fasci", in Movimento Operaio, rivista di storia e bibliografia, nuova serie, n. 6, "I Fasci siciliani", nov.-dic. 1954 (a.VI), edito a cura della biblioteca G.G. Feltrinelli, pp. 1050 - 1066.
  • Giuseppe Giarrizzo, Catania, Bari, Editori Laterza, 1986, ISBN 88-420-2786-3.
  • Denis Mack Smith, Storia della Sicilia medioevale e moderna, vol. 3, Bari, Editori Laterza, 1976.
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  • Luigi Costanzo Catalano, Sulle strade ruotabili da Catania a Caltanissetta e le ferrovie sino a Palermo, Catania, La fenice, tipografia di Musumeci, 1862.
  • Orazio Cangila, Storia dell'industria in Sicilia, Bari, Editori Laterza, 1995, ISBN 88-420-4609-4.
  • Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, La Sicilia nel 1876, Condizioni politiche e amministrative, appendice, La Barbera, 1876.
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

MICHELANGELO MARAIA battezzato in matrice a Racalmuto è figlio del pittore veneto Angelo Maraia e della racalmutese puro sangue Isabella Vinci.

Il pittore Maraia in questo torno dell'Ottocento ebbe a far fortuna effigiando tanti galantuomini racalmutesi. Col boom dello zolfo tanti si erano fatti 'commodi' ed oltre a cominciare a fare una affossatura nel circolo di conversazione (poi CIRCOLO UNIONE e letterariamente Circolo della Concordia) ebbero manie principesche e ad un bel ritratto ad olio per il pennello di un pittore venuto da lontano non seppero rinunciarvi.

Sarei sicuro che in quel vezzo di dare in sub appalto lauti lavori comunali e teatrali il Maraia dell'Ottocento ebbe modo di farsi sfruttare: lui ad affrescare, altri a firmare e farsi foraggiare.

Comunque il Maraia pittore qui a Racalmuto non se la passava male. Sposata la figlia di galantuomini ecco che il suo primo figlio maschio viene battezzato con padrini eccellenti. Perché subito dopo emigra mi dicono a San Cataldo? non lo so e mi piacerebbe saperlo.
Calogero Taverna


 
L'ingegnere MICHELE CURCURUTO è l'autore impareggiabile della seguente carrellata sulla miniera di Gibilillini e sulle vicende storiche che la contraddistinsero



Nel già citato volume di Luigi Butera sulla storia di Riesi, ho trovato un passo che accenna alla presenza della mafia nelle zolfare sicilane nei primi decenni del Novecento. In effetti mi sono stati raccontati diversi episodi su questo tema, da alcuni figli dei direttori, che pur essendo a quei tempi molto giovani, avevano avuto sentore di visite notturne in miniera di persone poco raccomandabili, alle quali i loro genitori erano stati costretti a dare ospitalità, cibo e soldi. Questi fatti avvennero certamente nelle miniere Grottacalda e Trabia, ma senz’altro si saranno verificati in tante altre zolfare siciliane. A Gessolungo, infatti, quando arrivava don Calogero Vizzini (che fu gestore di quella miniera dal 1919 fino alla sua morte nel 1954), i suoi uomini di fiducia (tutti favaresi!) avvertivano immediatamente le loro mogli, le quali, anche se era notte inoltrata, si alzavano dal letto per preparagli subito un’ottima cena. Ancora di recente una di queste vecchie signore raccontava con tanto orgoglio questo particolare! Nelle miniere del nisseno spadroneggiavano negli anni ’30 due note famiglie di mafiosi, o meglio camorristi, i Todaro e i Bennardo. In quel periodo fascista era usuale a Caltanissetta che gli zolfatai più “malandrini” si riunissero, nei giorni festivi, nei pressi della statua di Umberto I°, al Collegio, dove avvenivavo spesso delle risse fra opposte fazioni, con coltellate mortali, di cui spesso non si riusciva a trovare l’autore, in quanto immediatamente c’erano dei carusi in mezzo alla folla che facevano sparire il coltello, sgattaiolando nel dedalo di stradine laterali al corso Umberto. Gli zolfatai malandrini erano soliti portare nella capigliatura un “ciuffo storto” e un copricapo con un “giummu di latu” come segno evidente del loro carattere mafioso, e camminavano inoltre tenendo sempre una foglia tra le labbra. Don Calogero Vizzini era solito portare uno stuzzicadenti in bocca, con il labbro inferiore volutamente sempre pèndulo, a rimarcare un suo atteggiamento apparentemente modesto. Don Calogero Vizzini «Tarchiato, le gambe esili, la pancia prominente, gli occhi semichiusi, quasi dormienti, lo sguardo inespressivo dietro gli occhiali leggermente affumicati, la bocca eternamente semiaperta, il labbro inferiore pendulo sul quale si adagiava la lingua, don Calò amava prendersi il sole della domenica, riverito da tutti, nella piazza del paese. Quando qualcuno, attraversando la piazza, destava il suo interesse o gli risvegliava antichi ricordi sopiti, egli lo fissava intensamente e lo inseguiva insistentemente con lo sguardo mentre quello si allontanava. Gli altri, quelli che gli MICHELE CURCURUTO 89 facevano corona, capivano e, per permettergli di meglio osservare, aprivano l’ampio cerchio formato dalle loro persone e si disponevano a forma di “V” in modo da lasciargli libera la visuale. Per qualche istante, allora, sulla piazza, si poteva osservare questa scena: don Calò al vertice di due ali di persone che si dipartivano dai suoi fianchi stava fissando qualcuno o qualcosa che aveva destato il suo interesse. Nessuno, tra quanti gli stavano vicino, fiatava. Se don Calò si girava intorno a se stesso per meglio osservare, anche le persone che gli facevano da ali ruotavano, quasi automaticamente, nel medesimo verso dello “zio” in modo che egli potesse avere la visuale sempre libera. La scena durava qualche minuto. La gente, in piazza, osservava, rispettosa, senza disturbare. Quando, poi, “lo zio”, con un gesto lento, si portava la mano verso la faccia quasi a fendere l’aria come se volesse cacciare un fastidioso immaginario moscerino, allora tutti capivano che don Calò aveva visto quello che c’era da vedere; le “ali” si disfacevano, il cerchio, attorno al capomafia, si ricomponeva e tutto tornava come prima. Ora, anche la piazza poteva riprendere il suo abituale trantran del passeggio: avanti e indietro, avanti e indietro». (Luigi Lumia - “Villalba, Storia e Memoria”, vol. II - Edizioni Lussografica, 1990). I surfarari malandrini La tradizione dei surfarari malandrini, ancora presente negli anni del fascismo, di portare un ciuffo ribelle di capelli sotto il berretto, così come mi è stato raccontato da due vecchi minatori, è confermata da un passo di Francesco Pulci, nel suo famoso saggio etno-antropologico “Vita delle miniere in Sicilia” (Palermo, Tipografia del Giornale di Sicilia, 1899): In tempi che sono da un pezzo tramontati qualcuno di questi soggetti sopra accennati facevasi notar per una specialità di vestire e di portamento che indicava l’uomo della mafia.... ...Copriva il capo di un lungo berretto di seta nera a maglia che cadeva sulla spalla sinistra; questo venne in seguito sostituito dal berretto cilindrico di velluto nero (scazzittuni) piegato sul sinistro orecchio da cui pendeva un grosso e lungo fiocco di seta, che egli si piaceva far dondolare camminando. Avea molta cura di tenere tosati i capelli ad eccezione del ciuffo che gli scappava dal berretto cadendo sulla tempia destra. ...I carusi che eran sotto un tal picconiere gli stavano con molta soggezione; trovandosi in paese ne obbedivano i cenni, procuravano d’imitarne il vestire, il portamento, le maniere tutte. Poichè rispettosissimo egli era verso gli altolocati cui baciava devotamente la mano usando le frasi del gergo: “Voscenza è lu me’ patruni; la me’ facci sutta li pedi di Voscenza. Di mia, si voli, ni pò fari racina” ecc., mentre poi esercitava il suo impero verso i deboli imponendo che gli procurassero il ben vivere in tutti i modi, a lui che amava il dolce far nulla. Quando però subodorava che la Polizia gli veniva alle calcagna per pigliarlo come I SIGNORI DELLE MINIERE 90 vagabondo, si presentava al padrone, al gabelloto e più spesso al capomaestro di miniera per avere del lavoro...». Durante gli anni del fascismo, a Caltanissetta c’era un noto commissario di pubblica sicurezza, di nome Petrantoni, che in seguito fu questore a Milano, il quale aveva l’abitudine di tagliare di suo pugno, ai surfarari malandrini, quando venivano presi e condotti in Questura, il “ciuffo storto”, azione che rappresentava il più grave oltraggio al loro comportamento di uomini violenti. Si ricorda che il commissario Petrantoni era cognato di “padre” Palermo, cappellano militare della milizia fascista (e come tale teneva i contatti tra la Curia e la Federazione fascista nissena), il quale era solito farsi fotografare circondato dagli squadristi col pugnale sguainato, durante le adunate di “camicie nere” che si svolgevano alle miniere dello Iuncio, in occasione di esercitazioni paramilitari. Ma un ulteriore episodio, molto caratteristico, risalente agli anni ’30, di “ciuffi storti” tagliati ai surfarari malandrini, mi è stato raccontato da un vecchio minatore. C’era a Caltanissetta, nella via Vespri Siciliani, in un piccolo cortiletto che si affacciava sulla strada che notoriamente conduceva alle miniere dello Iuncio, quasi di fronte alla vecchia caserma dei Vigili del Fuoco, una “putia” di generi alimentari, nella quale si rifornivano, la mattina all’alba, i surfarari che si recavano a piedi a lavorare in miniera, e che com’era d’uso, pagavano a fine settimana, allorquando prendevano la paga. Questa bottega era gestita da una donna molto energica, la Todaro, la quale, allorquando gli zolfatai malandrini ritardavano volutamente a pagare quanto a lei dovuto, non aveva paura di afferrare una forbice e andare in mezzo alla strada a tagliare il ciuffo di capelli al minatore mafioso! Racconta Butera che il famoso mafioso riesino, Francesco Carlino, intorno al 1921, dopo una serie di fughe rocambolesche dalle prigioni, apparve improvvisamente a Riesi. «Durante la sua improvvisa riapparizione a Riesi, fu avvicinato da alcuni parenti ed amici fidati i quali preoccupati della sorte che poteva toccare al loro congiunto collaborarono con lui per procurargli del denaro per un tentativo di espatrio. Eccolo da solo od accompagnato in special modo dal suo fedelissimo zio Fortunato, presentarsi, a sera inoltrata, a dei proprietari che credeva potessero venire incontro ai suoi desideri. Tutti, o per un senso umanitario o per timore, diedero del denaro. La notizia della sua presenza in paese si divulgò, venne informata la caserma dei carabinieri che chiese dei rinforzi. Diverse squadre di agenti furono messe in movimento per la cattura del bandito. Ne seguirono pedinamenti, appostamenti, perquisizioni nei luoghi ove si pensava potesse rifugiarsi, ma del Carlino nessuna traccia. Per parecchio tempo fu tenuto nascosto, nella sua casa, da un capo officina meccanico della miniera Trabia, che come mafioso ebbe l’ardire di presentarlo al direttore di allora, Umberto Cattania, membro del Consiglio MICHELE CURCURUTO 91 Nazionale delle Corporazioni. Questi non mancò di accoglierlo benevolmente, gli diede una discreta somma di denaro e il posto di lavoro in miniera per due suoi fratelli. Durante il fascismo si fece una intensa lotta alla mafia. A Caltanissetta furono celebrati numerosi processi presso il Tribunale, a quei tempi ubicato nel seicentesco palazzo Moncada, nel centro storico della città. I mafiosi, tutti fra loro collegati con catene tintinnanti, scendevano a piedi dal Carcere di Malaspina fino al Tribunale, sotto lo sguardo incuriosito dei cittadini nisseni. Il padre del tenore Pastorello fu uno dei primi ad avere l’appalto del trasporto dei carcerati con un furgone cellulare. Un mancato omicidio nel mondo della mafia delle solfare avvenuto nello storico “Gran Caffe’ Romano” di Caltanissetta ‘‘Era il 28 giugno del 1919’’ Articolo di Michele Curcuruto pubblicato nella rivista ‘‘Incontri’’ del Rotary Club di Caltanissetta nel maggio 2005. Quella sera d’estate del 1919 faceva caldo a Caltanissetta. Era il 28 giugno, e già all’imbrunire i nisseni, nella gran massa zolfatai, si erano riversati nelle strade del centro storico, Strada Grande, Collegio, Badia. Dopo un frugale pasto al ritorno dal lavoro nelle zolfare vicine alla città, avevano lasciato le loro povere abitazioni, rintanate negli antichi quartieri arabi, prive di luce, acqua, fogne, dove sarebbero rientrati a tarda sera, per sfuggire il più possibile all’afa notturna. Soltanto le donne erano rimaste sedute davanti la porta delle case terrene, a prendere un pò d’aria, in attesa che rincasassero i loro uomini avvinazzati, dopo il giro delle numerose bettole sparse nelle viuzze adiacenti alle strade principali. In piazza Garibaldi il Casino dei Nobili si era già riempito della bella borghesia nissena, che abitava pur essa nelle stesse misere stradine attorno al centro della città, anche se in palazzotti di bella fattura in ‘‘pietra sogliata’’. Il marciapiedi antistante il Circolo era stato completamente occupato dalle sedie, dove avvocati, medici, cavalieri e galantuomini stavano a conversare ed a fumare beatamente. Di fronte il palazzo municipale, il Royal Bar Mastrosimone (alloggiato nei locali oggi sede del Gran Caffé Romano) aveva anch’esso invaso con i suoi tavolini una ampia parte del corso Umberto, ed i camerieri avevano un gran da fare nel servire caffé, orzate, gazzose, granite e schiumoni alla numerosa clientela, la quale affollava oltre che l’esterno anche le sale interne. Si erano fatte all’incirca le ore 10 della sera, e tra gli avventori presenti nel bar si notavano diversi esercenti, capimastri, e zolfatai delle più I SIGNORI DELLE MINIERE 92 importanti miniere del nisseno, Trabonella, Gessolungo, Giumentaro, Saponaro. Assieme a loro c’era qualche noto direttore di miniera, e tra una granita di caffè ed un’orzata si combinavano affari più o meno leciti. Ma anche alcuni studenti di bella famiglia e militari del 36° Artiglieria da Campagna, di stanza a quel tempo nella nostra città, se ne stavano a chiacchierare allegramente seduti ai tavolini. Tra gli zolfatai moltissimi erano originari di Favara, paese minerario dell’Agrigentino, tristemente noti per il carattere violento e l’abitudine di portare sempre in tasca una rivoltella o un coltello dalla lunga lama tagliente. A Favara anche le donne erano solite portare armi, nascoste sotto le lunghe vesti, eternamente di colore nero. Erano le ore 22,15, allorquando echeggiarono nel corso Umberto vari colpi di arma da fuoco provenienti dalle sale interne del Royal Bar. Tra il fuggi fuggi generale, tavolini rovesciati a terra assieme a schiumoni e gazzose, accorsero subito alcuni funzionari di Polizia, mescolati tra la gente che passeggiava in piazza Garibaldi. Davanti la porta del Royal Bar, impugnando una rivoltella, pronto ad impedire l’ingresso a chiunque, si riconosceva un tale Failla Calogero. I poliziotti, disarmato l’energumeno dopo una breve collutazione, entrati all’interno del bar trovarono giacente a terra, con una profonda ferita da arma da fuoco alla spalla sinistra, un noto esercente di miniere, il commendator Antonio D’Oro, che fino a qualche attimo prima era seduto in un tavolino a discutere di affari assieme al cavalier Angelo Lo Pinto, a Pasquale Cortese e all’ingegner Alfonso Cardella. Tali personaggi erano molto famosi nella città, perché dopo aver fatto una veloce carriera, da semplici carusi erano divenuti importanti imprenditori minerari, e da pochi anni avevano rilevato l’esercizio dell’importante miniera Trabonella. Tutta la gente presente in quel momento all’interno ed all’esterno del Royal Bar dichiarò subito alla Polizia che l’autore di quel mancato omicidio era stato Failla Antonio, fratello dell’energumeno trovato con una rivoltella in mano davanti la porta del bar. Costui era un militare e, vestito in divisa, sedeva in compagnia di altri quattro individui, in un tavolino a qualche metro di distanza da quello ove Antonio D’Oro se ne stava a chiacchierare assieme agli altri tre industriali zolfiferi. Lo stesso fu visto fuggire dal bar immediatamente dopo aver sparato al D’Oro. Fu accertato che altri tre colpi d’arma da fuoco furono sparati dalla rivoltella del cavalier Angelo Lo Pinto, in direzione del soffitto del bar, subito dopo il ferimento del D’Oro, al fine di chiedere soccorso. Questi i fatti avvenuti, apparentemente chiari ed inconfutabili, che determinarono l’arresto immediato dei due fratelli coinvolti nel mancato omicidio, Calogero ed Antonio Failla. Ma allorquando si vanno a leggere gli atti processuali, dopo circa 90 anni da quando avvenne il misfatto, spulciando i documenti ingialliti dal MICHELE CURCURUTO 93 tempo depositati presso l’Archivio di Stato di Caltanissetta, non ci si raccapezza più! Tutto ed il contrario di tutto emerge da quelle carte. Nessuno vide niente, nessuno era presente quella sera d’estate del 1919 a bere un’orzata al Royal Bar, tutti erano a casa a dormire, come testimoniarono le mogli, ...compresa la stessa vittima Antonio D’Oro! Chi fu il mandante di quel mancato omicidio? Tante furono le illazioni... tante le lettere anonime! Ma chi erano i personaggi di questa vicenda pirandelliana, o meglio ancora «alla Camilleri»? Ebbene, dietro quel tentato omicidio c’erano il mondo violento della zolfara, le lotte all’ultimo sangue per l’accaparramento dei cottimi migliori ed il predominio sulla gestione delle miniere di zolfo... che passavano anche sulla pelle di un familiare. I personaggi di questa vicenda erano infatti tutti originari da Favara, e tutti in stretto grado di parentela fra loro! Un mafioso chinava il capo ed un nuovo mafioso assurgeva agli onori del comando nell’«Infernu Veru» delle zolfare di Sicilia. Il commendator Antonio D’Oro era costretto a lasciare la gestione dela miniera Trabonella ed a trasferirsi per alcuni anni a Messina, a Roma, a Palermo, dove prese la gestione di un noto albergo nel centro storico. In quello stesso anno 1919 don Calogero Vizzini entrava prepotentemente nel mondo delle zolfare di Caltanissetta! In questo breve articolo per la Rivista del Rotary Club di Caltanissetta preferisco fermarmi qui. Il seguito di questa avvincente storia, con tanto di nomi e cognomi, così lontani nel tempo... ma così vicini alla bella borghesia di oggi della nostra città, lo leggerete, forse, un giorno in un mio prossimo romanzo! I SIGNORI DELLE MINIERE 94 Alla miniera Gibellini Don Genco Russo e le “giammelle” delle suore Orsoline Un caratteristico aneddoto, riferentesi ad un episodio realmente accaduto alla miniera Gibellini negli anni ’50, mi fu raccontato alcuni anni fa dal perito minerario Alessandro Tuzzolino. Questa importante ed antica zolfara, sita nel territorio fra Montedoro e Racalmuto, per tanti anni fu gestita da don Calogero Vizzini e dal commendatore Pietro …... Ambedue tali personaggi in quegli stessi anni gestivano anche la miniera Gessolungo. Ebbene, a Gibellini spesso veniva posto in vendita il “ginese”, ovverossia i rosticci di zolfo provenienti dalla fusione della “ganga” nei calcheroni, utilizzato come ottimo materiale arido di sottofondo per le costruzioni stradali. Direttore della miniera in quegli anni era il perito minerario Francesco……., cognato del comm……., il quale aveva avuto ordine da questi di far caricare il ginese nei camion soltanto dietro pagamento alla consegna. Un bel giorno si presentarono in miniera cinque camion, provenienti da Mussomeli, per caricare il ginese. Il guardiano fece immediatamente presente ai camionisti che bisognava pagare a vista la merce, al che questi risposero che erano stati mandati da don Giuseppe Genco Russo, “patriarca” di Mussomeli, e che pertanto era meglio per tutti non fare difficoltà. Il direttore, persona onesta e ligia al dovere, quando il guardiano gli venne a riferire la cosa, si impuntò esclamando che a Gibellini comandava solo e soltanto u’ zì Ciccio, e cioè lui! I camion se ne tornarono pertanto vuoti a Mussomeli, e subito venne informato dell’affronto Genco Russo. Questi, senza scomporsi affatto, telefonò subito al comm……., il quale da uomo vissuto, immediatamente ordinò al cognato di far caricare gratuitamente agli uomini inviati dal “boss” di Mussomeli, tutto il ginese di cui avevano bisogno. E così, l’indomani, dieci camion (e non più cinque, come il giorno precedente!) si presentarono in miniera per caricare il ginese, e u’ zì Ciccio questa volta fu costretto ad accoglierli con tanti ossequi. Alla fine delle operazioni di carico, uno dei camionisti, con tanto di “coppola storta”, si presentò al direttore con un pacchetto di biscotti ed esclamò: questo glielo manda don Genco Russo, sono “giammelle” (ciambelle) delle monache del convento delle Orsoline di Mussomeli... “si facissi la vucca duci”! E fu così che ancora tanti anni dopo, a Gibellini tutti ricordavano le “giammelle delle Orsoline”! MICHELE CURCURUTO 95 La ferrovia per la miniera Trabia I fratelli De Vecchi di Favara Ina Bonaccorsi, figlia del direttore della miniera Trabia-Tallarita, nei suoi ricordi fa menzione di un ingegnere dell’impresa che eseguiva i lavori di costruzione della ferrovia che doveva collegare Caltanissetta e Canicattì con Riesi e Sommatino. Con quest’ingegnere romano e la bella moglie, che abitavano nei locali della stazione ferroviaria già realizzata nei pressi della miniera Trabia, la famiglia del direttore Bonaccorsi aveva stretto rapporti di amicizia. Nel volume di Salvatore Ferro sulla storia di Riesi, pubblicato nel 1934, viene fatta una particolareggiata descrizione di quest’opera ferroviaria, che ritengo interessante riportare in questo saggio. «Mentre scriviamo i lavori della ferrovia sono a buon punto; già la bella stazione è terminata e la linea è quasi ultimata. Questa sospirata linea ferroviaria interna della Sicilia, partendo dalla stazione centrale di Canicattì, dovrà passare per le stazioni e paesi di Delia, Sommatino, Trabia-miniere, Riesi, Mazzarino, San Michele di Ganzeria, San Cono e Caltagirone, proseguendo poi per Catania. Il tronco che dalla Stazione Trabia-miniere viene a Riesi è meraviglioso. Scendendo il treno dalla montagna della miniera Grande di Sommatino, che costeggia fra le gallerie, arriva al vallone detto della Cottonara; passato il ponte fa una curva e dopo 550 metri giunge all’altro colossale ponte Imera sul Salso, accanto a quello interprovinciale. È un’opra d’arte moderna! Il ponte a 10 luci, di 15 metri ciascuna, è lungo m.190, largo m.5, alto m.25, tutto in pietra da taglio. Passato il quale la macchina si ferma alla stazione delle due importanti miniere che sembrano, con le magnifiche casine che vi sono, un ameno villaggio. La locomotiva, messasi in moto nella valle del Salso va verso due viadotti: il primo, lungo m.184 è a 10 luci di cui 8 centrali di m.15 e le due estreme di m.10; il secondo lungo m.86 è a 4 luci di m.15 ciascuna. Ed eccoci ora alla grande, maestosa galleria o traforo della Cammarera, lunga m.1091, con l’altezza di m.30 dal fondo del vallone. Uscendo la macchina col suo fischio, nel guardare il monte Stornello, il treno traversa la contrada della Ficuzza finché, tra ponti e ponticelli, arriva all’ultimo viadotto del Bannuto, lungo m.87, a 5 luci di m.10 ognuna. Con una breve discesa nella contrada Giarratana, la strada ferrata ci porta al simpatico ponte cavalcavia di San Giuseppuzzo e, passato il bel casello, entra nella Stazione del Lago, vedendo il grazioso villino Antonietta del comm. Golisano e la casina del signor R. Jannì. Riesi, finalmente! Sono lavori esatti, opere d’arte, che fanno onore alla ditta dei signori ingegner e colonnello De Vecchi di Favara, alla cui squisita cortesia dobbiamo le informazioni di cui sopra, assunte nei loro uffici. In atto il colonnello cav. Giuseppe, è commissario prefettizio. I SIGNORI DELLE MINIERE 96 La Stazione di Riesi, che sarà di grande utilità per il commercio, è al centro della costruenda linea ferroviaria. Quando si sentirà il fischio della locomotiva, annunziando: “Riesi!” il paese godrà dei benefici della civiltà. Colui che per la prima volta verrà in treno a Riesi, se di primavera, affacciandosi allo sportello, tra l’olezzo dei fiori e le bellezze naturali, resterà meravigliato, incantato a tanto sorriso di Dio e della natura. Il viaggiatore, dopo avere ammirato la lavorazione dello zolfo nelle miniere presso il fiume Imera, ne sentirà il puzzo, e spingendo lo sguardo fino al ponte interprovinciale, ne riporterà una bella impressione e siamo certi che racconterà di aver visto cose meravigliose. Chi l’avrebbe detto che un giorno queste terre sarebbero state allietate dalla ferrovia? Ah se i governi passati fossero stati più benefici verso di noi, quanti guai ci avrebbero risparmiato! Ma, grazie a Dio, le future generazioni saranno fortunate, sentendo il fischio e vedendo arrivare la locomotiva. Il traffico della ferrovia farà allargare di molto il paese verso quella parte, facendo sperare che sorgeranno bei palazzi, belle case, botteghe e alberghi...». Ina Bonaccorsi conservò con amore le foto della sua gioventù alla miniera Trabia, e fra queste, delle affascinanti immagini della visita alla costruenda linea ferroviaria per Riesi, assieme con le mogli degli ingegneri della miniera e dell’impresa De Vecchi. Altre belle foto sulla costruzione della ferrovia mi sono state messe a disposizione dalla signora Evelina Blandino, il cui nonno materno era il per. min. Michele Vullo, originario di Favara, cugino dei fratelli De Vecchi. Fra le carte abbandonate della miniera Ciavolotta, in territorio di Favara, ho trovato diversi documenti a firma dell’ingegner Domenico De Vecchi, risalenti agli anni Venti, dai quali si evidenziano gli interessi imprenditoriali di questa famiglia anche nel mondo delle zolfare. Com’è noto la ferrovia non fu mai inaugurata, perché l’Italia entrò in guerra, ed avendo necessità di ferro per fare cannoni, i binari della ferrovia non vennero più collocati... e tutto quel grandioso lavoro andò in rovina. Fino a pochi anni fà si sognava di riaprire un tratto di quella ferrovia, che congiungeva Caltanissetta con Riesi, Sommatino e la miniera Trabia, per farne un percorso turistico! Oggi è finito tutto. I terreni occupati dalla linea ferroviaria, i caselli ferroviari e le stazioni, tutto è stato messo in vendita all’asta dall’Amministrazione della Provincia di Caltanissetta, a privati che li hanno trasformati in abitazioni per villeggiatura estiva! MICHELE CURCURUTO 97 L’antico servizio di messaggeria postale per la miniera Trabia Nei ricordi di Ina Bonaccorsi, di Maria Giammusso e di Giuseppe Pagano si fa spesso riferimento ai difficili collegamenti stradali della miniera Trabia con i vicini paesi di Riesi, Sommatino, Canicattì, Ravanusa ed anche con Caltanissetta. Con il capoluogo non esisteva ancora negli anni Venti l’attuale strada provinciale, cosicchè per raggiungere Caltanissetta occorreva seguire la vecchia strada statale per Riesi - Canicattì - Serradifalco - S.Cataldo. Carretti, carrozzini, muli, asini, convivevano felicemente ancora a quei tempi con le poche automobili circolanti, e tutti insieme questi mezzi di trasporto affollavano strade piene di fosse, solcate dalle ruote in ferro dei carretti, ricoperte da spesso strato di polvere, da cui le signorine in viaggio si proteggevano tramite soprabiti leggeri, chiamati “spolverini”. Racconta Salvatore Ferro nella sua “Storia di Riesi” che fino a tutto l’Ottocento, mancando un ponte che attraversasse il Salso, quando c’era la piena del fiume gli zolfatai non potevano raggiungere la miniera o, al contrario, erano costretti a rimanere nella stessa per diversi giorni. Nel 1886 accadde che alcuni zolfatai riesini, tornando dal lavoro dalla miniera Gallitano, si trovarono bloccati in mezzo al fiume, su uno scoglio, senza poter più andare né avanti né indietro. Alle loro grida di aiuto, i carusi che erano riusciti poco prima a passare, corsero a dare la notizia a Riesi. Molte persone giunsero sul luogo sia dal paese che dalle due miniere vicine. Era il due febbraio, faceva molto freddo e quei poveri malcapitati trascorsero la notte in mezzo al fiume. L’indomani fu possibile far loro avere del cibo con una corda. Nel pomeriggio l’acqua cominciò a diminuire nel fiume e così poterono passare. Com’era difficile andare a Caltanissetta a quei tempi! La posta non si aveva che ogni due o tre giorni; essa arrivava a basto di mulo, parte da Mazzarino, parte da Ravanusa. E già era stato abolito il “procaccia” che portava la posta a piedi, partendosi da Caltanissetta, attraverso i paesi di Pietraperzia, Barrafranca, Riesi, Butera, Terranova e viceversa! Più tardi si realizzò un servizio postale tramite una vecchia carrozza e sembrò una grande novità. Ma anche questo servizio lasciava molto a desiderare perché, o si sfasciava la carrozza, o i cavalli non potevano andare avanti per la via Sommatino-Delia onde raggiungere Canicattì, a causa della mancanza del ponte sul Salso. Racconta invece Luigi Butera sugli antichi mezzi di trasporto nel territorio di Riesi: «Esiste una contrada chiamata “passo di lettiga” perché in tempi remoti permetteva il transito delle lettighe, che erano i mezzi di trasporto di cui si servivano i signori. Non poche volte i viaggiatori, in quel passo, venivano fermati da malviventi posti in agguato e quindi privati del denaro e degli oggetti preziosi. I SIGNORI DELLE MINIERE 98 Alle ore due del mattino, dalla piazzetta municipale e precisamente davanti all’ufficio postale, allo schioccare della frusta, agitata fortemente nell’aria dal signor Nunzio Russo di Sommatino, partiva una vecchia e sgangherata diligenza. A tirarla stava una coppia di ischeletriti e vecchi cavalli dalle visibili ferite causate dalla bardatura di cuoio. Allora pochissimi erano i viaggiatori. L’interno della carrozza poteva contenere otto persone e un’altra, se voleva, poteva prendere posto all’aperto sulla cassetta accanto al cocchiere. Giunti alla salita in contrada Mintina, per alleggerire il peso ai macilenti cavalli, i passeggeri erano costretti a scendere e fare a piedi quel tratto di strada che li portava verso la zona pianeggiante alle porte di Sommatino. Quivi avveniva il cambio dei cavalli. Si proseguiva per Canicattì ove i passeggeri scendevano per prendere il treno e recarsi verso altre destinazioni. La diligenza sostava fino alle ore due pomeridiane, ora in cui arrivava il treno, prendeva i passeggeri, rifaceva lo stesso percorso e con gli stessi inconvenienti arrivava a Riesi alle ore 22. Quando le acque del fiume Salso permettavano l’attraversamento si ricorreva ai “vardunari”, persone addette a portare in groppa al proprio mulo il passeggero. Si saliva la collinetta “San Giuseppuzzu”, si attraversava la grotta di Baglio, spesso punto d’incontro con scippatori, e dopo cinque ore di buona andatura si arrivava a Caltanissetta. Un’altra breve via di comunicazione, quando il fiume era in magra, era costituita dalla strada mulattiera che attraversava il Salso, in contrada Palladio, per arrivare dopo due ore alla stazione ferroviaria di Campobello-Ravanusa». Le famiglie Giorgio e Chinnici pionieri degli autotrasporti per la miniera Trabia Il signor Serafino Giorgio, da me sollecitato, ha voluto lasciarmi le testimonianze della sua famiglia, che dalla fine dell’Ottocento gestì i trasporti dai paesi di Sommatino e Riesi per Canicattì e Caltanissetta, compresa la miniera Trabia-Tallarita. Le notizie fornitemi dal signor Giorgio sono in parte tratte dal capitolo dedicato a Poste e Trasporti pubblici a Sommatino nel saggio di Filippo Falcone “Calogero Chinnici, un democratico siciliano” (Edizioni Lussografica,1996). «A partire dal 1880 circa, ovverossia da quando furono costruite le prime linee ferroviarie nella Sicilia centro-meridionale, i trasporti di maggiore importanza venivano effettuati tramite ferrovia, e lo scalo di Canicattì era punto di riferimento per i paesi circostanti. Anche la posta veniva prelevata allo scalo ferroviario di Canicattì e veniva distribuita con servizio postale a cavallo che eseguiva il seguente itinerario: Delia, Sommatino, miniera Trabia-Tallarita, ed infine Riesi. MICHELE CURCURUTO 99 Ai primi del Novecento vi erano diverse famiglie che si dedicavano con carri e calessi al trasporto delle persone; di esse possiamo ricordare i Galiano di Delia e i Cigna di Sommatino. Ma il servizio più affidabile era effettuato dai fratelli Giorgio di Delia, che possedevano due carrozze chiamate “postali” appunto perché svolgevano anche il servizio di consegna della posta. La carrozza era di otto posti riservati ai passeggeri, oltre il cocchiere ed il “secondo”. Il traino avveniva tramite quattro cavalli. Il percorso dallo scalo di Canicatti, attraverso i paesi sopradetti, non poteva essere effettuato in un unico viaggio, perché le strade a quei tempi erano solcate dalle ruote in ferro dei carri e delle carrozze. Il fondo era poi tutto dissestato, pertanto i cavalli affaticati venivano sostituiti a Sommatino con altri riposati, e ciò anche perché il secondo tratto da fare era ancora più impegnativo e faticoso, in quanto si doveva affrontare prima la discesa per la miniera Trabia, dove esisteva sia l’ufficio postale che la caserma dei carabinieri, e successivamente la salita attraverso la contrada Palladio, per raggiungere Riesi. Naturalmente lo stesso giorno partiva da Riesi un’altra corsa per Canicattì, ripetendo il percorso in senso inverso. Per avere un’idea del tempo che impiegava tale servizio postale a compiere tutto il percorso, diciamo che nel 1902 la vettura che partiva da Riesi, per raggiungere Sommatino, distante 20 Km, impiegava quattro ore e trenta minuti. Sempre in quell’anno, non essendoci sicurezza lungo le strade, il Comune di Sommatino avanzava richiesta al Prefetto di Caltanissetta di istituire una scorta armata alla carrozza postale lungo il tragitto da Canicatti a Sommatino e Riesi... come ai tempi del Far West, motivando ciò con il fatto “...che lo stradale è battuto anche dagli zolfatai dei paesi vicini...”. La ditta Giorgio iniziò a svolgere il servizio postale fin dal 1886 senza autorizzazione scritta. Nell’anno 1900 il Comune di Sommatino affidò ufficialmente il trasporto della posta ai fratelli Giorgio, tramite carrozze trainate da quattro cavalli, di loro proprietà, Si conserva ancora un atto stipulato tra il Comune di Sommatino e la ditta Giorgio, protocollo N° 1190 del 31 luglio 1908. Nell’aprile 1910 il Consiglio Comunale di Sommatino bandiva l’appalto del servizio di messaggeria postale Canicattì - Sommatino e viceversa. L’appalto a trattativa privata veniva aggiudicato per lire 600 alla ditta Giorgio, per una durata non maggiore di anni due. Nel maggio dello stesso anno finalmente si inaugurava il primo servizio automobilistico sulla tratta Canicattì - Delia - Sommatino - Riesi. In quella occasione ebbe luogo un ricevimento entusiastico con l’intervento di tutte le autorità e sodalizi municipali; la cerimonia avvenne alla presenza dell’onorevole Pasqualino Vassallo, dell’onorevole conte Ignazio Testasecca, del direttore provinciale delle Poste, cav. Martorelli, e di altre autorità. I SIGNORI DELLE MINIERE 100 L’automobile, una Ford Torpedo, nuovissimo modello, che serviva anche da mezzo postale, prese servizio il primo giugno successivo, con una corsa al giorno. Il sussidio chilometrico del Ministero dei Lavori Pubblici era di lire 2000 annui per Sommatino, di lire 1000 per Delia, e di lire 4000 per Riesi. La vettura, elegantissima, con l’interno tutto in pelle, aveva 12 posti, dei quali quattro venivano assegnati a Sommatino. È da ricordare che la famiglia Giorgio, originaria di Delia, per un più razionale funzionamento dei servizi di trasporti, si era trasferita a Sommatino già nel 1898, dove nel corso Roma possedeva una rimessa con sovrastante abitazione. Negli anni successivi la ditta si ampliava con altre linee per Caltanissetta, Enna, Ravanusa, Campobello. Come officina si appoggiava a Canicattì al Signor Accardi Giuseppe (padre del Sig. Vincenzo Accardi, il quale ha gestito la concessionaria FIAT per diversi anni), mentre l’officina della ditta Giorgio si trasferiva da Sommatino a Caltanissetta, nella Via Sallemi, nei pressi della antica fontana, oggi non più esistente. Durante il periodo pre-bellico del ’40 purtroppo le cose andarono male, perché la gente non viaggiava più. Erano divenuti introvabili inoltre il carburante, i pneumatici ed i ricambi per i mezzi meccanici. Già dal 1938 era iniziato per gli italiani il triste periodo dell’autarchia. A causa della penuria delle materie prime (ferro, carbone, carburante, legname) e della carenza di manodopera, richiamata alle armi, le miniere di zolfo rallentarono notevolmente la produzione. Nacque così anche per la ditta Giorgio la necessità di sostituire l’alimentazione dei motori dei mezzi di trasporto da gasolio o benzina a gas. Questo veniva prodotto con la combustione della legna. Si rese necessario eseguire delle modifiche nella zona posteriore della carrozzeria degli autobus, al fine di installare delle voluminose caldaie alimentate a legna, la cui combustione faceva depositare, sul fondo, una sostanza catramosa nerastra. Con l’evaporazione del catrame si originava un gas, il quale aspirato dal motore, attraverso una tubazione che correva sotto il pianale dell’autobus, consentiva il suo funzionamento. Evidenti erano i pericoli d’incendio di un tale marchingegno! Ed infatti in quello stesso anno 1938 un autobus della ditta Giorgio, un “Lancia Pentaiota”, così trasformato a gas, prese fuoco mentre era in marcia, nei pressi del castello di Delia, con grande panico dei passeggeri che riuscirono a salvarsi fuggendo a precipizio dall’automezzo. Inoltre, l’aspirazione del gas da parte del motore era condizionata dalle variazioni dell’orizzontalità dell’autobus, causate dall’andamento planoaltimetrico dello stradale. Si verificava spesso, in corrispondenza dell’inizio di una salita, un vuoto nell’alimentazione del gas, che provocava lo spegnimento del motore. MICHELE CURCURUTO 101 Per conseguenza i passeggeri, ancora una volta come ai tempi delle carrozze a cavalli, erano costretti a scendere dall’autobus e spingerlo fino a superare la salita, quando ciò era possibile! La carenza dei pezzi di ricambio, portò alla necessità di abolire le linee meno redditizie perché meno frequentate, e di smontare nella rimessa gli autobus fermi così da utilizzarli per i pezzi necessari a quelli in servizio. La ditta Giorgio fu acquisita nel 1943, subito dopo l’invasione degli alleati, dal signor Paolo Chinnici, a quel tempo podestà di Sommatino. Questi fu autorizzato dall’amministrazione provvisoria degli americani (al cui comando del presidio di Caltanissetta era il maggiore Smith) ad utilizzare i numerosi mezzi militari abbandonati nelle campagne per il prelievo dei pezzi di ricambio mancanti , così da ripristinare i trasporti pubblici . Paolo Chinnici costituì un equipe di meccanici esperti, tutti con una grande esperienza acquisita in tanti anni di lavoro nelle officine della miniera Trabia. Di essi ricordiamo Vilase Pirrello, Lillo Ottaviano, i fratelli Lillo e Ciccio Grisaffi, Alessandro Giorgio ed il figlio di Paolo, Arcangelo Chinnici, tutti di Sommatino, oltre ad un notevole gruppo di manovali. I lavori di ripristino degli autobus vennero eseguiti nei locali della ex stazione ferroviaria di Sommatino, dove abitava Paolo Chinnici. Questi in breve tempo costituì con il dott. Cammarata ed altre persone una società di trasporti a cui fu dato il nome “ALA-VIT”. L’azienda, dopo diversi decenni di attività, ebbe anch’essa delle traversie finanziarie, ed alcuni anni fà venne assorbita dalla società SAIS di Enna. ...E questa è l’amara fine della gloriosa ed antica ditta di trasporti dei fratelli Giorgio e del comm. Paolo Chinnici!». * * * * * Ed a conclusione del capitolo dedicato alla storia dei trasporti stradali per la miniera Trabia, vi invito a leggere fra i contributi di questo saggio, un bel racconto inedito, pieno di fascino, scritto da Angela Amico (1999), che narra di una notte di paura del “pirriaturi” Arcangelo Pirrello agli inizi del secolo, lungo la strada che portava dalla zolfara alla stazione di Canicattì. È un episodio vero della vita di quel minatore, originario di Sommatino, nonno dell’amico geologo Arcangelo Pirrello, del quale fu protagonista nel tentativo di salvare uno zolfataro rimasto schiacciato in una delle tante disgrazie di quella miniera. Ma Arcangelo Pirrello perì anche lui, nel 1923, sepolto sotto il crollo di una galleria nelle viscere di Trabia! 

domenica 12 novembre 2017

Francamente non ci sto capendo nulla in questa mia Racalmuto. Sarà Regalpetra, sarà il paese del sale. Mi pare davvero il paese della corda pazza così come argutamente annotava un tal Leonardo Sciascia.


Leggo la cronaca del buon cronista Nicolò Guangreco e mi convince. Il sindaco manda a casa tutta la giunta in fondo innaturale con due rappresentanti della minoranza furba che rimpiazza la maggioranza litigiosamente sfiduciante il sindaco Messana.

Leggo la cronaca di Terrana e giù botte alla mala gestio dell'arrogante minoranza che comanda scontro la maggioranza dissidente. Leggo la stessa piagnucolosa confessione d'impotenza del sindaco e non avevo dubbi: volevo tornare alle prische tresche presudo many-penzilliane o caccia-bongiorniane . Sembra che avevo capito male malissimo: invece è pateracchio emil.borselliano già tutto concordato. Una sorta di finger di cambiar tutto per lasciar tutto come prima più di prima. Boh!!!!

RACALMUTO – Azzeramento giunta, lista Borsellino:”Scelta condivisa”
Postato in12 novembre 2017. Tags: azzeramento giunta, lista Borsellino, Racalmuto

La Lista Borsellino ringrazia il Sindaco Emilio Messana per aver accolto l’invito che ripetutamente in questi ultimi nove mesi gli è stato rivolto dal gruppo dei propri Consiglieri Comunali,  e cioè quello di aprire tanto alle forze politiche presenti in consiglio quanto a quelle rimaste fuori nelle ultime elezioni.
Trincerarsi dietro alle proprie coalizioni politiche non porta da nessuna parte.
La leadership condivisa è l’unica chiave di successo , e dopo la sfiducia noi abbiamo inaugurato questo nuovo modello di governo.
I traguardi finora raggiunti sono già tanti ma Racalmuto attende altre importanti risposte.
Fondamentale in questi mesi la collaborazione e la condivisione delle scelte amministrative tra la Giunta e i due gruppi di riferimento politici del PD e della Lista Borsellino, ma il braccio di ferro in Consiglio Comunale rischia di danneggiare pesantemente i cittadini.
La scelta  del sindaco di azzerare è stata una scelta condivisa all’interno della Giunta e concordata.


Adesso è il momento di lavorare nella massima trasparenza, rendendo   partecipe l’intera comunità delle scelte che si intendono fare, all’insegna della pacifica convivenza politica.
Lillo Taverna So solo una cosa, che da tempo ne ho annunciato la morte ... complimenti a chi non l'ha saputo gestire. Questione di welfare? non direi.
Gestire
Francescantonio Lopriore Cariglia Ciao Lillo, da ultimo ho visto da vicino il sodalizio in veste di proboviro per giungere alla conclusione da te intravista da tempo. Dici di nessun collegamento con il Welfare? Cosa in realtà ci sarebbe dietro l'angolo secondo te? Intanto buona domenica e un forte abbraccio.
Rimuovi
Lillo Taverna C'è l'impellente necessità di Visco di non inquinare il suo conto economico con oneri non inerenti, fiscalmente indeducibili. Fazio e Daghi glie ne hanno lasciato in eredità una infinità. Ispettori del fisco quale un fui gliene hanno fatto passare di terrori a Ciampi. Visco sta correndo ai ripari. E mentre Bisanzio brucia i vari Marini Cotttini devo escludere Calandrino discutono sul esso degli angeli.
Gestire
Francescantonio Lopriore Cariglia Vero. E, infatti, la regolarità/trasparenza fiscale è connessa al welfare. Però concludi nominando "nullità" sindacali con i loro vuoti pensieri!. Ti permettono di leggerli? A me no. Marini e Calandrino m'hanno comminato il bando da fb! Secondo te, sono proprio "normali"?.
Rimuovi
Lillo Taverna No non mi permettono di leggerli. Confesso di non sapere cosa sia il welfare. Quello che sta facendo Visco e che un successore farebbe in modo più radicale discende dal forsennato assetto del capitale sociale della BI e dalle rivalutazioni smisurate delle riserve ordinarie e straordinarie. Insomma ordinaria disciplina societaria, obbligo del corretto rapporto costi/benefici come mi scrisse Visco. C'entra questo con il welfare? Non direi. Ma non sono informato in proposito.
Gestire
Lillo Taverna Insomma tutti i fringe benefit salteranno se impostati come sono adesso. Ecco la necessità di una abile e saggia riforma di quanto resta ancora sotto forma di fringe benefit. Ma i sindaci sono impari e per giunta inquinati.