venerdì 8 febbraio 2013

Racalmuto chiaramontano

La questione feudale racalmutese

 
Si attaglia perfettamente a Racalmuto quanto ebbe a teorizzare Francesco De Stefano nel 1948, [1]  specie allorché afferma: «.. nemmeno, ci fu in origine, un baronaggio esigente ed esorbitante, perché né Ruggero I, né Ruggero II lasciarono impiantare la grande feudalità.» Se è vero che in Sicilia vi fu un processo inverso rispetto all’organizzazione feudale anglosassone, e se questo processo inizia con un baronaggio “tarpato”, baronaggio che solo dopo il 1154 poté sfrenarsi, altrettanto deve congetturarsi per il nostro paese. Ed a ben vedere, bisogna aspettare la metà del Cinquecento per vedere Racalmuto quale centro totalmente feudale, con un barone prima, e un conte dopo, veri domini, forti ormai del mero e misto impero (invero ambiguamente comprato a suon di once attorno al 1550).
Quando nel 1282, Racalmuto è una “universitas”,  è proprio come asserisce il De Stefano[2]: faceva  parte delle “universitates” cioè a dire di quegli organismi riconosciuti come tali nel diploma del 1268, per cui «ai giustizieri era ordinato che “magistri iurati” e “judices in singulas partes regni creari debeant” e che le universitates delle terre demaniali judices, e le feudali ed ecclesiastiche iuratos “in magistros juratos de communi voto omnium eligant.”» Alla luce di tale insegnamento, dai diplomi dei Vespri possiamo desumere questa veste giuridica del casale di Racalmuto: esso era demaniale, non aveva baroni ed eleggeva i suoi giudici (judices) con voto unanime dei suoi abitanti. Eccone una fonte: ci riferiamo al passo del 26 gennaio 1283 ind. XI, sopra illustrato, in cui «scriptum est Bajulo Judicibus et universis hominibus Rakalmuti pro archeriis sive aliis armigeris peditibus quatuor». Se il paese ha giudici e non giurati, vuol dire dunque che non è ancora feudale, oppure, per la latitanza di quel Negrello di Belmonte napoletano, il casale da baronia è stato derubricato in terra demaniale.
La dizione del documento è anche tale da suggerirci l’ipotesi che il “castrum” (il castello) non fosse ancora sorto. E ciò porta acqua alla tesi del Fazello che vuole le due torri feudali edificate da Federico Chiaramonte poco prima del 1311. 
Come e perché Federico Chiaramonte si fosse impossessato di Racalmuto e che cosa l’abbia spinto a costruire quelle due inutili torre cilindriche è sinora un mistero. L’Inveges, lo storico secentesco che ci tramanda testamenti e cenni al riguardo, è relativamente attendibile, avendo più interesse ad accattivarsi il favore dei potenti del tempo che voglia di rispettare la verità storica. Ebbe o non ebbe gli originali di quegli atti notarili che dichiara di possedere? O non si trattò di una falsificazione, visto che nessuno è riuscito dopo a rintracciare quelle fonti?
Federico Chiaramonte va comunque considerato il primo feudatario di Racalmuto, almeno dopo il trambusto avvenuto a cavallo dei Vespri. Da espungere dalla verità storica le varie apocrife baronie dei Malconvenant, degli Abrignano, dei Barresi ed ancor di più di Brancaleone Doria che lo pseudo Muscia fa nostro barone addirittura prima di essere nato e cioè nel   1296.
Il primo riconoscimento ufficiale della baronia di Racalmuto è del 1396 e riguarda un diploma dei Martino a favore di Matteo del Carretto. Al di là delle incertezze delle fonti diplomatiche del XIV secolo - che si avranno modo di scandagliare - il nostro paese è incontrovertibilmente terra feudale baronale solo a partire da tale data: prima sono solo fantasie e sprovvedutezze di autori e scrittori locali, ivi compresi il sommo narratore di Regalpetra e gli avveduti ecclesiastici dediti alla storia paesana.


[1] ) Francesco De Stefano, Storia della Sicilia dall’XI al XIX secolo, Bari 1977, pag. 10 e segg.
[2] ) ibidem, pag. 18.

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