sabato 15 aprile 2017

Il generale Egidio Macaluso da Racalmuto
Se, dove, quando   intestare una strada a Racalmuto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Temporibus illis fui molto irritato quando dopo una storia non virgiliana di Eurialo e Niso, non so chi era Niso, arrabbiatissimo con colui che era stato il suo Eurialo, il desso mi  cambia la mia plurisecolare via natia, Via Fontis, via Fontana in una via di difficile grafia e così la mia diletta via Fontana divenne Via Gramsci.
 
"Ma lu sapi iddru chiaru/ ca li frosci vannu a paru", cantava Totu Marchisi. Solo che per la prevenzione omofoba, nulla sapendo, di un padre di codesti due giovinastri in vena di devianze, scoppia fra i due sodali una ira funesta.  
 
Prima Biancofiore, poi  uno divenuto incredibilmente ultra rosso e riuscendo costui a divenire sindaco, toglie il nome vetusto alla strada del portone dell'odiato ex amico e vi appioppa il nome di quel  grande martire del Fascismo che fu Antonio Gramsci.
Allora io ero "parrinaru" e la cosa mi dispiacque assai.
Ora sono vetero comunista tutt'altro che pentito ma questa faccenda di sapore omofilo non mi va neppure adesso giù: non confondiamo il sacro con il profano.
E per di più, avendo abitato per tanto tempo di fronte alla BARUNA temo che data l'indecifrabilità  ortografica della piazza, a qualcuno prima o poi salterà in mente di fare un'altra peciata viaria.
 
Se poi penso ai modi della denominazione di una scuola elementare, che il fratello podestà in epoca fascista, non contento di essersi sistemata
 le proprietà periferiche facendone terra edificabile, impose una intestazione dei due plessi scolastici al fratello ufficiale di carriera.
 
Quel sornione del dott. Prof. Petrotto nel 2001, quando era di minori bollenti spiriti, così tratteggia la figura cui si dedicò quello spurio toponimo.
 
"La saga di quegli uomini di tenace concetto a Racalmuto annovera un'altra insigne figura, quella di un ufficiale gentiluomo, si potrebbe dire più modernamente, anzi un eroe dall'indomito coraggio.
"Un nobile  servitore della Patria, la cui immagine cristallina rispecchia fors'anche quell'orgoglio tutto racalmutese nell'accezione più sciasciana possibile. 'Né con lo Stato né con le brigate rosse' fecero dire a Leonardo Sciascia. Quello Stato dagli eccessi e dai rigurgiti ideologici totalizzanti degli anni '60 e '70.
"E' così per la storia del Generale Macaluso fedele alle istituzioni dell'epoca, eroe non per caso, ma per il suo alto valore civile e militare, perseguitato dai repubblichini di Salò, sbeffeggiato e torturato, condotto velocemente verso una frettolosa morte. Non la meritava proprio in quel modo!
"Caduto il fascismo, rimase fedele alla monarchia che aveva onorato e servito perché quella era la massima istituzione di un'Italia che, solo qualche anno dopo la Sua morte scelse, con un referendum, la via repubblicana.
"E che fece di male? Disse ad un certo punto: 'né con i fascisti, né con i comunisti'.
"Riecheggia quella doppia  negazione  che rivela un profondo equilibrio. Rimase il giusto difensore di un'Italia che era tutt'altro che desta. Né con gli invasori Tedeschi, né con gli invasori Americani, ma solo con la Patria, con l'Italia che aveva onorato e servito".
 
Ma l'astuto Totò da dove smunge siffatte abili contorsioni concettuali e politiche? "Al giornalista Giuseppe Troisi il merito di avere fatto affiorare la storia di un uomo vero, che noi tutti conoscevamo per avere frequentato la Scuola elementare che porta il Suo nome e la strada dove ancora c'è la villa dei suoi fratelli, ma mai avremmo pensato che si trattasse di avere a che fare con un 'eroe-martire'. "
 
Manco io l'avrei mai pensato, a dire il vero, che pure quella bella scuola la frequentai nei primi anni 'Quaranta', non sapendo mai chi era e che meriti poteva avere codesto generale, magari a me noto più per la villa alla Culma che per i suoi attributi eroici.
 
Il Giornalista Troisi, noi l'abbia ben bene conosciuto, coetaneo e per anni compagno di università a Palermo.
Bravissimo di penna, amico di Sciascia, fornitore di notizie degli anni del Seicento palermitano, non amava questo suo parente di nome Egidio Macaluso.
 
 
Ruggini di famiglia ataviche.  Ma come leggiamo nella pubblicazione esaltata da Petrotto. Enzo Sardo preme, e lui scrive.
 
Non c'era bisogno di dilungarsi in brutti fatti estremi. Ma Peppi vi indulge, nessuno di noi ne sapeva nulla, e penso per un'intima celatissima vendetta ci racconta quanto segue:
"... l'8 settembre  ... coinvolge, Istrana [la lussuosa villa ove il Generale si era trasferito 'al Rientro a Venezia ... nell'autunno del '42 ... la villa dalle numerose stanze che può accogliere tutti'.]"
 
"Il 25 luglio del '43 giunge come un fulmine, causando sconforto e sofferenza!"
 Insomma "l'arrivo dei reparti tedeschi della Wermatche "  ...  e quindi "la polizia fascista che sfonda la villa ", "causando gravi danni".  "Un rapido inventario dimostra che sono stati asportati valori, oro, argenteria, quadri, libri preziosi, pellicce e rare bottiglie di vino 'Albana' riposte in cantina".
 
A noi qui sorge un dubbio: certo molto ricco è il generale. Ma costui era il sesto degli otto figli di Salvatore Macaluso (1829-1895). Nato povero a Racalmuto insomma. Come ha fatto ad accumulare tanta ricchezza!
 
"La sera del 5 agosto 44 ... giunge alla villa una Fiat 1500 nera di Venezia. Degli uomini armati si schierano in vari punti. Il [generale] viene invitato a seguirli: si cambia e porta con sé solo lo stretto necessario. Viene trasportato a Ca' Littoria a Venezia e subito sottoposto a stringente interrogatorio." Lo stesso generale ci dice di che lo accusano: "di far capo del Comitato di Azione dei ribelli e partigiani, di essere in relazione con elementi terroristici ed un terzo capo che non ricord[a] come fosse formulato. Naturalmente con forza - dice  il generale - 'ho respinto tutti i capi di accusa'. Dissi che da più di nove mesi AVEVO LASCIATO VENEZIA CHE NON SAPEVO NE' POTEVO SAPERE  quello che padre e figlio Alfi (custodi della casa del Generale, a Venezia) facessero".
 
E noi gli crediamo sulla parola: niente lotta partigiana dunque. Niente atti eroici.
 
"Da parte dei militari tedeschi - confessa sempre il generale - che fanno servizio nella mia cella mi vengono usati molti riguardi. Ogni mattina mi fanno il letto, mi servono i pasti in cella. ... ". Amico loro, insomma. I suoi nemici sono "le guardie nere": "i militi della brigata nera che dovevano custodire la casa e gli averi in essa contenuti, hanno fatto man bassa di tutto quello che fece loro comodo. Per trasportare tutta la refurtiva si sono serviti di tre valigie di cuoio di cui una di molto valore. Che bella disciplina, che senso di onestà e di purezza!"
 
Ma quanto era ricco questo generale, nato povero!
 
La rabbia con le guardie nere non ha nulla di "ideale", solo perché toccato nel "portafogli. Non facciamone un eroe, per cortesia.
 
Chi ha voglia di approfondire questi ed altri analoghi episodi non certo luminosi si legga il testo del nipote, il giornalista Giuseppe Troisi, autore de "il Generale Egidio Macaluso, Vita di un eroe- martire", si fa per dire.
 
 
In quest'epoca di ripensamenti e rivolgimenti etico-politici racalmutesi, queste intestazioni della scuola elementare e del bel viale sotto la Fondazione Sciascia sino all'imbocco di via Filippo Villa a tale ormai dimenticato generale, specie dopo le vicende sindoniane dei fratelli Macaluso. sta entrando in contestazione.
 
Niente più scuola intestata al Macaluso: ovvio, la soluzione a portata di mano: Intestazione a Leonardo Sciascia.
 
Mi coinvolgono. Non so che pesci prendere. C'è qualcuno qui che vuol darmi una mano? La vicenda del Generale Macaluso ha molti tratti eguali a quella dell'Ispettore Generale di PS, dottore Ettore Messana, gr. uff., comm. di san Lazzaro e san Maurizio (di estrazione sabauda), collaboratore però poi di De Gasperi, come dire della Democrazia Cristiana, fino alla fine dei suoi giorni.
 
Però, il Messana sgangheratamente calunniato dal comunista Licausi, dopo il comunista, allora, Montalbano e quindi da Danilo Dolci e il suo discepolo Casarrubea, un giorno di galera non se l'è mai fatto e nessuno mai giudiziariamente l'ha mai accusato di nulla.
 
Malgrado Tutto mi sta crocifiggendo perché all'esordio delle mie ricerche storiografiche mi ero posta la domanda "si isti et istae cur non ipse". Malgrado Tutto foglio anche di figli di fascistissimi racalmutesi  ora mi aggredisce perché in fin dei conti il Messana fu anche FASCISTA. Avrebbe quindi delle ombre.
 
Io ho paura del buio e perciò desisto dal persistere nella incertezza se intestare o meno una strada a Messana, più meritevole di tanti intestatari di vie, anche per volontà del sindaco baby di formazione sciasciana (quando cominciò a convenire).
 
Intanto mi fermo qui. Sulla assillante questione delle intestazioni viarie a Racalmuto tornerò e come. Ce n'ho di materiale!
 
 
 
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