sabato 26 dicembre 2015


Calogero Taverna

 

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“STORIA RELIGIOSA DI RACALMUTO”

Studi e ricerche

 

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PRIMA DELLA STORIA


Racalmuto si affaccia sulla ribalta della storia - quella almeno documentata - molto tardi: bisogna attendere il 1271 per imbattersi in un diploma angioino ove il casale della diocesi di Agrigento è segnato in termini tali da non lasciare troppi dubbi sulla esistenza del paese. Prima, affiorano solo cenni o spunti che soltanto in via congetturale possono portare a questo centro dall’incerto nome arabo di Racalmuto.

Il toponimo “Racel ...”, ad evidenza corrotto ed incompleto, che trovasi nelle cronache del Malaterra, è da riferire secondo alcuni a questo  entro dell’agrigentino: di conseguenza esso sarebbe uno dei dodici borghi arabi soggiogati, violati e ricristianizzati dai lancieri di Ruggero il Normanno, nell’aggiramento per la conquista della Ghirgent di Kamuth. E Racalmuto nient’altro sarebbe che “Racal-Kamut”, Borgo o Fortezza di Kamuth - come del resto lascia trapelare la grafia del toponimo nel diploma del XIII secolo che si custodiva a Napoli, negli archivi angioini.

Altri si ostina a collegare una delle località descritte dal geografo Edrisi, Gardutah, con Racalmuto (come se si trattasse di una corrotta trascrizione del fonema dialettale “Racarmutu”). Altri come Eugenio Messana, invece, reputa che il toponimo Al Minshar sempre dell’Edrisi non sia nient’altro che il Castelluccio.

Non manca certo l’erudizione, ma ci troviamo di fronte solo a vaghe congetture.

Noi, invece, restiamo presi da quanto afferma un archeologo del valore di Biagio Pace che, forse un po’ troppo avvalorando il nostro Tinebra Martorana, propende per la tesi secondo la quale le Grotticelle, sotto la contrada del Giudeo, sarebbero state adattate, nei tempi bizantini prossimi al papa Gregorio Magno, ad ipogeo cristiano.

E sulle ali dell’entusiasmo archeologico, avremmo voglia di ritenere che quella crocetta che è marcata in una Tegula Sulphuris, di cui parla qualche archeologo, stia ad indicare una presenza cristiana a Racalmuto addirittura sotto l’imperatore Commodo. Quelle Tegule - così approssimativamente denominate dal Mommsen - venivano fabbricate e vendute nel quartiere ellenico di Agrigento, ma il loro uso riguardava di sicuro le miniere di zolfo di Racalmuto - quelle della zona di Quattro Finaiti e dintorni. Secondo studi attendibili, questo avvenne sotto l’imperatore Commodo. Forse un liberto cristiano fu inviato nelle officine zolfifere imperiali della nostra terra e nelle sue Tegulae - le antenate delle moderne ‘gavite’ - fece incidere il segno della sua fede: la piccola croce che non è sfuggita agli archeologi della nostra epoca. Se è così, la presenza cristiana a Racalmuto è antichissima, quasi una predestinazione, un pionierismo i cui meriti si sono protratti nei millenni. Racalmuto è stata una chiesa salda nella fede: giammai vi ha attecchito la mala pianta dell’eresia: qualche presenza massone alla fine dell’Ottocento ha rappresentato semplicemente lo snobismo di qualche ex seminarista alla ricerca di intime rivincite o di moti liberatori da psicoanalitici complessi. Diversamente che da Grotte, qui da noi mai si sono avuti fomiti scismatici e giammai si sono espanse sette eretiche. La vicenda emblematica di Fra’ Diego La Matina ci appare un fervido parto letterario del pur grande Leonardo Sciascia. Lo scrittore diede enfasi alle dubbie affermazioni di un cronista secentesco e prese alla lettera accuse palesemente rigonfiate. Un Fra’ Diego La Matina autore di libelli eretici è ipotesi infondata e comunque non potuta documentare dallo Sciascia. A noi risulta, invece, che un chierico di tal nome dimorasse nel 1660 e rigorosamente assolvesse al precetto pasquale. Lo attesta la più antica ‘Numerazione delle Anime’ che gli Archivi Parrocchiali della Matrice hanno tramandato sino a noi.

LE PROBABILI ORIGINI BENEDETTINE DI RACALMUTO


Non v’è dubbio sull’origine araba dell’attuale Racalmuto: il suo nome lo attesta inconfutabilmente, anche se non significa sicuramente Paese Morto o Distrutto o simili assonanze funeree. I modernissimi arabisti (Giovan Battista Pellegrini, in Dizionario di Toponomastica - I nomi geografici italiani - UTET 1990) sconfessano la vecchia lugubre etimologia ma si avventurano in una infondata interpretazione: Racalmuto - dicono - “deriva dall’arabo Rahl al Mudd = uguale Casalis Modi (Cusa 24, 25 e 221) ‘sosta, casale’ del Mudd <latino modium ‘Moggio’ “. “Paisi di lu Munnieddu”, dunque, alla siciliana. Ma di modii e mondelli Racalmuto non ha la configurazione. L’immagine potrebbe valere per il vicino Monte Formaggio di Sutera. Del resto, può escludersi qualsiasi vecchio fonema che suoni simile a Racalmuddo o Racalmullo ed analoghi. Nell’antico diploma, quello angioino che abbiamo citato all’inizio, la grafia - per noi molto eloquente - è quella di rachalchamut. 

Uscendo dalle secche della toponomastica, sappiamo di sicuro che per un paio di secoli a Racalmuto ebbero il sopravvento i musulmani. Questi introdussero sistemi di coltivazione degli ortaggi alla stregua di quanto avviene ancor oggi. Certi autori riportati dall’Amari descrivono la  coltura delle cipolle con porche e zanelle come tuttora si usa negli orti sotto l’attuale Fontana. (Michele Amari: Biblioteca Arabo-Sicula, Torino 1880 - pag.  305-306: dal Kitab ‘al Falah (Libro dell’Agricoltura di Ibn ‘al Awwam). I secoli dal Nono all’Undicesimo sono sicuramente secoli arabi per Racalmuto. Ma ebbe davvero a sparire il cristianesimo radicato nelle ‘massae’ attorno all’asse Casal Vecchio-Montagna dell’epoca bizantina? Pensiamo di no. Vi fu convivenza tra le due religioni e i due popoli, anche se mancano testimonianze per comprovarlo. Ma non ve ne sono neppure di segno contrario. Forse le tante lucerne funerarie ed i resti archeologici rinvenuti nelle zone del Giudeo potrebbero risalire a quei secoli arabi, e sembrano testimonianze cristiane.

Propendiamo a credere che gli indigeni bizantini di Racalmuto rimasero sul luogo al tempo della conquista saracena; essi continuarono a coltivare grano e vite nelle zone alte del territorio. I vincitori, intere famiglie di coloni, si assestarono nelle valli, vicino alle fonti d’acqua della Fontana, del Raffo ed anche di Garamoli e della Menta, in zone appunto propizie alle loro colture d’ortaggi, in cui erano maestri e che i Rum (i Cristiani) ignoravano. Dai Rum, l’emiro di Girgenti esigeva la tassa capitaria della Gezia, il soldo per mantenere il culto dei Padri e la fedeltà alla propria religione.

Un documento greco del 1178, se per avventura si dovesse veramente riferire a Racalmuto come autorevolmente sostiene il Garufi, proverebbe appieno queste nostre ipotesi.

In effetti, in quel documento greco  del  1178 abbiamo il  primo attestato storico sul toponimo di Racalmuto, e già siamo ai tempi di Guglielmo II, il Buono. Ebbe a pubblicarlo nel 1868 il grande paleografo siciliano Salvatore Cusa (cfr. I di­plomi greci ed arabi di Sicilia, Palermo 1868, pag. 657-658 e pag. 729): vi si parla di una vendita a Berardo, priore di S. Maria di Gadera, di un fondo sito in   rahalhammut, per il prezzo di 50 ta­rì. A venderlo, nel settembre di quell’anno, fu tale Pietro di Ni­cola Gudelo, insieme alla moglie Sofia ed ai figli Tommaso e Nicola.

Il toponimo  Rachal Chammoùt ( ammu) figura scritto in greco e la vendita del terreno viene fatta al lontano monastero di S. Maria di Gadera, sito nei pressi di Polizzi Generosa. Per alcuni studiosi locali, affetti di laico attaccamento alle loro pretese origini musulmane, vi sarebbero le stigmate della sofferenza post-araba di Racalmuto. Terra ormai di schiavi, il suo circondario sarebbe stato spartito tra chiese e conventi e già dal 1093 avrebbe, per di più,  subito l’onta  dell’assoggettamento alle decime del Vescovo di Agrigento, di cui per volontà dell’invasore normanno era stato ridotto a territorio diocesano subalterno.

Racalmuto normanna ivi citata, invero, è terra piuttosto frazionata: il fondo in vendita confina con parecchi proprietari di terreni che non dovevano essere molto estesi: chorafion è il termine greco usato proprio per significare un  fondo non vasto. I nominativi sono: a) Basilio Burrello, b) Martino di don Guglielmo; c) il fu Michele di Rosaneto, sacerdote; d) Niceforo Lipta; e) Rinaldo figlio del chierico Baldi; f) Nicola figlio del prete Michele; g) il fu  Giovanni genero di Filax;  h) Basilio  Gu­dela.

La preminenza dei ceppi sembra greca, ma i Rinaldo ed i Baldi  con i Martino fanno pensare a casati latini e normanni. Una mistura dunque di gente che sembra essersi ripartito il territorio saraceno del nostro paese. Vi si possono leggere i segni dei grandi sommovimenti feudali dei tempi di Margherita e di suo cugino Stefano Le Perche. Racalmuto che non figura mai nei diplomi della Chiesa Agrigentina, appare ora pertinenza di quel priore Berardo che ha tutta l’aria di un monaco benedettino. Forse ebbe ad impossessarsi per soli 50 tarì - cifra sicuramente esigua - di va­sti possedimenti cui erano addetti  i saraceni del luogo in condizioni di quasi schiavitù;   tutto fa pensare che dopo vi mandò i suoi monaci per  ergervi un convento e sfruttare le locali culture granarie. Nel   1308, a pagare le decime al Papa per Racalmuto abbiamo due nomi che nulla hanno a che fare con la nostra località, ma che proprio possono collegarsi con i monaci benedettini: Martuzio de Sifolono, titolare della chiesa di S. Maria, chiamato  a corrispondere un’oncia per le decime di due anni (1308 e 1310), ed il prete  Angelo di Montecaveoso, tassato per nove tarì  in re­lazione all’ufficio sacerdotale che esplicava nel Casale di Racalmuto. Sono testimonianze postume che però sembrano condurci all’erezione del convento di S. Maria, divenuto francescano solo nel secolo XVI.

All’importante e fondamentale diploma  del 1178  ci ha portato, dicevamo,  il GARUFI, il grande storico cui fa ricorso Sciascia nella ‘morte dell’inquisitore’. Nel suo studio sui ‘Patti agrari e comuni feu­dali di nuova fondazione in Sicilia’ (cfr. Carlo Alberto Garufi, parte II dell’articolo, in Archivio Storico Siciliano, anno 1947, pag. 34) troviamo, infatti, questa illuminante nota: «soggiungo che l’unica e più antica notizia di Racalmuto, che ci permetta d’indagarne l’origine al di fuori delle cervellotiche etimologie di R a h a l m u t, casale della morte, si ha nella pergamena greca originale conservata tuttavia nel Tabulario di S. Margherita di Polizzi, la quale contiene l’atto di compra-vendita, dell’a. m. 6687, e. v. 1178, feb. ind. XII, di un fondo sito in Rachal Chammout. Sin dalle sue origini il casale fu denominato da Chammout, nome codesto di persona che per due volte ricorre fra i  g a i t i  testimoni saraceni nel diploma originale, greco-arabo, di Re Ruggiero dell’a.m. 6641, e.v. 1133 feb. ind. XIa ».    

Purtroppo l’autorevole storico non ha avuto al riguardo nessun seguito. Non raccolse la tesi su Racalmuto Leonardo Sciascia e non seguono il Garufi storici come il Bresc o arabisti come il Pellegrini (come si è visto prima). Noi abbiamo tentato di confrontare questo documento con altro di analoga portata, alla luce di quanto scrive il Di Giovanni (ARCHIVIO STORICO SICILIANO - 1880: Memorie Originali - Vincenzo di Giovanni: Il Monastero di S. Maria la Gàdera  poi Santa Maria de Latina esistente nel secolo XII presso Polizzi. - Pag. 15 e segg.), e francamente siamo rimasti molto dubbiosi sull’effettivo riferimento alla terra di Racalmuto.

Non si riferisca pure a Racalmuto, il documento tuttavia illumina sui processi di colonizzazione dei frati benedettini in quel torno di tempo. E benedettino fu certamente il primo convento che sorse a Racalmuto.

 

Un passo della Sicilia Sacra del Pirri testimonia della presenza benedettina a Racalmuto. Stralciando dalle colonne dedicate alla “Agrigentinae ecclesiae” (foglio 758 e segg.), veniamo resi edotti dal Netino che «Coenobium cum Ecclesia S. Benedicti prope viam, qua itur Agrigentum, & Rahyalmutum, de suffraganeis Ecclesiae Agrigentinae invenio excriptum in libro Capibr. Eccl. in Reg. Canc. fol. 211; puto id esse hodie Monalium Annuntiatae Musumellis. Olim enim erat coenobitarum eiusdem Ecclesiae Annuntiatae. Vide ibidem». [1] A dire il vero, l’abate Pirri si avvale dei Capibrevi del Barberi che risalivano ad un secolo prima. La descrizione del convento di monache benedettine sotto titolo dell’Annunziata interessa poco Racalmuto e resta una mera ipotesi quella del Netino che vuol far derivare il convento di Mussomeli da quello, già distrutto nel XVII secolo, che sorgeva nel nostro territorio. Quel che rileva è invece l’accenno ben preciso all’abbazia benedettina di Racalmuto. «Trovo scritto - ci par qui di dover tradurre il passo dal latino - nel Libro dei Capibrevi Ecclesiastici nei Registri della Cancelleria, foglio 211, che si ergeva un cenobio con una chiesa dedicata a S. Benedetto presso la via di congiunzione di Agrigento con Racalmuto e rientrava tra quelli suffraganei della Chiesa Agrigentina. Penso che esso sia lo stesso di quello che è oggi il convento di monache dell’Annunziata di Mussomeli. Una volta  apparteneva a cenobiti della Chiesa dell’Annunziata. Vedi colà.» Eugenio Napoleone Messana colloca, anche sulla scia di alcuni ruderi archeologici di una cisterna, quell’importante abbazia benedettina al vecchio Campo Sportivo.

Siamo franchi, il Pirri nei passi citati non è né perspicuo né convincente. Se un convento benedettino vi fu a Racalmuto, esso dovette essere ben più antico del 1466, diversamente da quanto sembra ritenere lo storico di Noto. Ai suoi tempi - e siamo attorno al 1630 - non vi erano più memorie documentabili. Nella visita pastorale del vescovo Tagliavia del 1542-1543 non è dato di rintracciare alcun riferimento all’abbazia.

Nella prima decade del 1300 rinveniamo, invece, un sacerdote officiante a Racalmuto che ha tutta l’aria di un benedettino, oriundo di Montescaglioso in provincia di Matera. Trattasi delle decime pagate per gli anni 1308 e 1310 ai Papi di Avignone. I tassati di Racalmuto sono due, come abbiamo avuto modo di dire, ed uno di essi è palesemente designato con il suo nome di religioso: Angelo di Montecaveoso

Costui appare come il primo arciprete di Racalmuto, stando almeno ai documenti disponibili.

L’ipotesi, dunque, che Racalmuto si avvii all’attuale conformazione ad opera dei benedettini non è poi del tutto cervellotica. Dovette avvenire la colonizzazione benedettina attorno al Dodicesimo-Tredicesimo secolo, alla stregua di quanto desumibile dal documento greco di S. Maria di Gadera che abbiamo prima revocato. L’opera contadina e civilizzatrice dei frati per tanti versi ebbe a sopperire alla grave crisi determinata dalla repressione dei saraceni da parte di Federico II.

 

GLI ESORDI STORICI


Su interessate segnalazioni dei canonici agrigentini, il Pirri non aveva, attorno al 1630, dubbi che la più antica chiesa di Racalmuto fosse S. Margherita Vergine - che secondo postumi documenti appare contigua e collegata con la chiesa di S. Maria di Gesù - e che essa fosse stata fondata nel 1108 da Roberto Malconvenant. Purtroppo, la notizia si basa su un documento dell’Archivio Capitolare agrigentino, che, come ebbe a dimostrare Mons. Paolo Collura, si riferisce a ben altra località, molto probabilmente sita nei pressi di S. Margherita Belice. Sappiamo di certo che S. Maria di Gesù non è chiesa del XII secolo: dobbiamo risalire alla prima metà del XVI secolo per averne indubbi dati documentali.

I primi cenni sulla comunità religiosa di Racalmuto risalgono alle decime avignonesi del 1308 e 1310 che abbiamo già richiamate. Nell’abitato racalmutese vi erano almeno due chiese: quella parrocchiale retta dal cennato p. Angelo di Montecaveoso,  e quella forse conventuale dedicata alla Vergine Maria, i cui carichi tributari ricadevano su un tal Martuzio Sifolone (divenuto poi il moderno Scicolone?).

Altra pagina storica insieme civile e religiosa è quella rinvenibile negli archivi avignonesi dell’Archivio Segreto Vaticano sulla presenza a Racalmuto dell’arcidiacono Bertrando du Mazel per numerare i fuochi, stabilirne la capacità contributiva e raccoglierne l’imposta per togliere l’interdetto che si originava dalla rivolta dei Vespri Siciliani. Era l’anno 1375.

Nel 1375 Racalmuto doveva essere un piccolo centro agricolo con non più di 900 abitanti. Nell’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO è reperibile il resoconto delle collette redatto in quell’anno dall’arcidiacono du MAZEL (cfr. Reg. Av. 192). Questi era stato mandato in Sicilia per raccogliere il sussidio che  doveva servire alla rimozione dell’interdetto per i Vespri Siciliani. Il sussidio andava ripartito in ciascun abitato per case, in rapporto alle condizioni economiche: 1 tarì per le famiglie più povere, 2 per le ‘mediocri’, 3 per le agiate  e cioè ‘qualsiasi fuoco di ricchi abbondanti in facoltà’ (cfr. Peri I.: la sicilia dopo il vespro  - Laterza, 1982, pag. 235). Il 29 marzo del 1375, il pio  collettore (o suoi emissari) giungeva a Racalmuto e trovatovi 136 fuochi raccoglieva il ‘sussidio’ e scioglieva l’interdetto  (cfr. AVS - Reg. Av. 162 f.419v). Dato che per ogni fuoco è calcolabile un nucleo familiare medio di 4-5 persone, ne deriva una popolazione di circa 610 abitanti, aumentabile sino a 7-800 se pensiamo ad evasori o a soggetti resisi irreperibili.   In un secolo e tre quarti - dal 1375 al 1548, la popolazione di Racalmuto - se le nostre congetture e i dati del Tinebra-Martorana hanno una qualche attendibilità - si sarebbe accresciuta di quasi tre volte e mezzo. Nel successivo eguale  lasso di tempo, la crescita si è invece limitata solo al  48,32%, che in ogni caso è tasso di sviluppo normale.         

Che cosa sia avvenuto tra il 1375, quando Racalmuto era una modesta terra del potente Manfredi Chiaramonte, e la metà del XVI secolo non è chiaro. Il salto nell’intensità abitativa testimonia comunque un massiccio afflusso di forestieri.

Abbiamo motivo di congetturare che tanti sono giunti dalle terre marine vicine, fuggiti per la paura dei pirati. L’improvviso sviluppo della coltura granaria ha esaltato il fenomeno della immigrazione intensiva. I tanti La Licata  sembrano convalidare la prima ipotesi. I molti cognomi di   paesi e terre del circondario scandiscono la provenienza di numerosi agricoltori accorsi nei feudi racalmutesi che talora sostituiscono e talora si aggiungono ai patronimici. 

Tanti immigrati nel campo dei mestieri, ma ancor più in quello delle mansioni pubbliche, acquisiscono come cognome di famiglia la peculiare attività o funzione svolta. I non pochi Xortino denunciano l’antica carica di maestri di xurta. I maestri xurteri erano al tempo di Carlo d’Angiò i soprintendenti alla sicurezza notturna. Se ne riscontra traccia in documenti del 1270 e se ne ha conferma nel 1282-1283 sotto Pietro d’Aragona.                            

Non è racalmutese il ‘segreto’ addetto alle gabelle, il magnifico Jacomo Piamontisi: il cognome - e l’incarico - lo denunciano straniero. Il ‘segreto’ era l’esattore dei dazi e delle gabelle ed era denominazione che risaliva al 1296. 

Per avere un nome arabo (anche se per noi, il funereo senso di paese di morti andrebbe più gloriosamente cambiato in fortezza di Hammud vuoi in riferimento al mitico condottiero saraceno della caduta di Girgenti vuoi agli omonimi che si riscontrano tra i personaggi arabi del tempo dei normanni), Racalmuto dichiara nel XVI secolo pochi abitanti con nome di derivazione araba.     

        Se ci limitiamo ai Macaluso, Taibi, Alaimo, forse Burruano e simili, possiamo  calcolare in   meno di 150 gli abitanti di origine forse araba (su 2215 desunti dai registri della seconda metà del XVI secolo, circa il 6,68%). Forse tanti saraceni, convertitisi per convinzione o per convenienza, si sono mimetizzati assumendo cognomi oltremodo latineggianti. Lo stesso dovette  verificarsi per gli ebrei. Costoro, dopo la cacciata della regina Isabella nel 1492 (cfr. G. Picone - Memorie storiche agrigentine, Agrigento 1982, pag. 515 e ss.) o sparirono del  tutto a Racalmuto o seppero bene occultarsi: nei nostri dati di archivio, a partire da 50 anni  dopo, troviamo un solo nominativo sospetto (Salamuni, cfr. atto di matrimonio dell’8 gennaio 1584 con Contissa vedova Magaluso) che per giunta proviene da Grotte.                                     

        Racalmuto non è quel centro che nel 1108, secondo il Pirri, sarebbe stato sotto la giurisdizione di Roberto di Malconvenant, al quale risalirebbe la dotazione della chiesa di S. Margherita Vergine. Gli studi del 1960 del Collura, prima citato, dissolvono quella tradizione, così gradita al Tinebra-Martorana o a Eugenio Napoleone Messana. Il documento che ha dato adito alla credenza che vuole la chiesa di S. Maria risalente appunto al 1108 è quello che si trova nell’archivio capitolare di Agrigento e che in un primo  momento aveva indotto in errore lo stesso P. Collura.            

        L’analisi attenta fa luce sul fatto che trattasi di una ‘ecclesia Sante Marie virginis, que est in casali Rahalbiath  la quale è gravata verso la curia vescovile di ‘incensi libra I’. Il Collura precisa che non si tratta di ‘Racalmuto, ma di un casale non lungi da Castronovo’ (cfr. Paolo Collura, Le più antiche carte dell’archivio capitolare di Agrigento (1092  - 1282) - Palermo 1961, pag. 65). La confusione, protrattasi  nei secoli, si spiega forse con l’interesse della curia ad avvalorare certi censi in quel di Racalmuto. Né ancor meno può riferirsi a Racalmuto un altro privilegio che cita i Malconvenant ed è del 1108 (cfr. ib. pag. 25). Vi si  premette che Roberto di Malconvenant aveva ordinato di fabbricare in un suo fondo una chiesa in onore di S. Margherita. Viene quindi precisato che Gilberto, un suo consanguineo, ne aveva curato l’erezione, previo assenso del vescovo Guarino e dei canonici. Ordinato poi chierico, gli viene concessa l’amministrazione dei beni della chiesa, ma è tenuto a versare tre libbre d’incenso alla curia agrigentina.  

        Annota il Collura: ‘’Non abbiamo nel testo del diploma elementi sufficienti per localizzare questa chiesa di S. Margherita, che probabilmente va identificata con quella ricordata nel doc. n. 27 «ecclesia sancte Margherite virginis, incensi libras III = c/o S. Margherita Belice» e che nella  seconda metà del sec. XII pagava come censo tre libbre d’incenso. Tenuto conto che i Malconvenant erano signori del Feudo di Calatrasi (cf. Garufi: I documenti  inediti etc. pp. 85-86) e di Bisacquino (cf. l.c. pp. 190-192) si sarebbe indotti a pensare che essa possa essere localizzata in quella zona; tuttavia la nota dorsale ci indica con chiarezza che si tratta di quella chiesa attorno alla quale nel sec. XVI fu edificato il paese di S. Margherita Belice (cf. Scaturro, I, p. 246)”.

        Svanita la prova di un luogo sacro risalente al 1108, quel documento ci chiarisce almeno come in quel tempo potesse  sorgere un centro agricolo, per esempio, in un castello saraceno che si vantava di risalire al buon Hammud quale è da pensare fosse Racalmuto. 

        Il Malconvenant dona ad un suo consanguineo delle terre con degli schiavi saraceni. Un parente, un militare in disarmo,  vi costruisce una chiesa (una chiesa di S. Maria vi è pur sempre a Racalmuto: non risale al 1108, ma nel 1310 è operante ed il suo presule, martuzio de silofono, versa un’oncia al papa per le decime <cfr. ASV - Collect. 161 f96r>). Viene dal vescovo fatto chierico per amministrarla. Le terre di pertinenza sono vaste. Ad accudirle penseranno i saraceni. Così recita il documento agrigentino: ‘hec sunt nomina rusticorum, quos predictus Robertus Sancte Margarite donavit: alibithumen, hben el chassar, sellem eblis, mirriarapip abdelcai, maimon bin cuiduen, hii quinque’. Scomunica per chi vi attenta; benedizioni per chi ne accresce la ricchezza: ‘ Si quis - aggiunge il vescovo - vero ecclesiam Sancte Margarite  Agrigentine Ecclesie omnino subiectam circa possessiones eius in aliquo defraudaverit, anathema sit; qui vero eam aut de rebus mobilibus aut immobilibus augmentaverit, gaudia eterne vite cum sanctis peremniter percipiat’. 

Con siffatta benedizione, anche  Racalmuto ebbe a prosperare.    

Nel 1308 e 1310 anche un altro religioso pagava le decime a Roma. Era meno ricco, ma pur sempre tassato come risulta dalle Rationes Collectorie Regni Neapolitani - 1308/1310 (ASV-Collect. 161 f97v). «Presbiter Angilus de Monte Caveoso  pro officio suo sacerdotali quod impendit in Casali rachalamuti solvit pro utraque (decima)......tt. (tarì) IX».     

        Si rammenti che  30 tarì formavano un’oncia. I frutti di S. Maria valevano oltre tre volte e un terzo quelli per la cura  delle anime dell’intero villaggio o ‘casale’ secondo la precisazione del collettore papale. I religiosi di Racalmuto pagano, dunque, 39 tarì per  due decime dei primi anni dieci  del XIV secolo. Nel 1375, l’intero paese pagherà per liberarsi dall’interdetto 228 tarì, ripartiti tra 136 fuochi.              

Dei saraceni, fatti schiavi e condannati alla servitù della gleba, si era frattanto persa la traccia. I pochi nomi che  troviamo negli archivi del cinquecento, seppure eredi di quei primi contadini indigeni, hanno ora tutta l’aria di essere i benestanti del paese. Hanno cariche pubbliche. Dominano la  scena e sono l’alta borghesia del paese.   

Tra la borghesia cinquecentesca non vi è neppur traccia di quelle grandi famiglie che hanno dominato nell’ottocento. Né baroni Tulumello, né gentiluomini come i Messana, i Matrona, i Farrauto, i Picataggi, etc. I maggiorenti di allora quali i d’amella, i la lomia, gli ugo, i piamontisi ed altri si sono dopo volatilizzati da quel di Racalmuto. Alcuni loro eredi  prosperano oggi, ad esempio, a Canicattì. 

Verso la fine del 500, giungono a Racalmuto ‘mastri’ che vi attecchiranno ed oggi i loro discendenti costituiscono nuclei cittadini onorati e di larga diffusione. savatteri, buscemi, schillaci, rizzo, bongiorno, chiazza, sono fra questi, per fare solo alcuni esempi. Lo comprova un atto matrimoniale che riportiamo a mero titolo esemplificativo:  

SAVATTERI (provenienza: Mussomeli  7bris XIIIe Ind.nis 1586 - Vincenzo figlio di Vito et   Angila Carlino cum Margaritella figlia di Paulino et Belladonna SAVATERI dilla terra di Mussumeli, servatis servandis et facti li tri denunciatione inter missarum solenia et observato l’ordine sinodali et consilio tredentino, non si trovando inpedimento alcuno, contrassero matrimonio pp.ce in facie ecclesie et foro beneditti nella missa celebrata per me presti Francesco Nicastro, presenti li magnifici notari Cola et Gasparo Montiliuni et notaro Jo:Vito D’Amella et di multa quantità di personj».




[1]  ) Il passo cui Pirri rinvia, recita: «Monalium Benedictonarum monasterium S. Annuntiatae est antiquissimum. Id olim erat Monachorum eiusdem ordinis: lego enim in lib. Cancell. Prioratum, sive Monasterium S. Mariae Annuntiatae ordinis S. Benedicti prope Misimerium Agrig. dioec. esse de jurepatr. laicorum, et fuisse datum à PP. Paulo II post obitum Augustini, Philippo Cappa cl. Panorm. ex litt. apost. 12. Aug. 1466. pont. an. 2 in lib. sec. Macri 4 Feb. 1467. 15 ind. Fol. 42. Capib. fol. 233. Hospitium habebat monachorum sub titulo S. Benedicti, hodie dirutum, juris Monalium harum ad p. 6. m. ab oppido Rahyalmuto. Moniales 22, cum unc. 236.»
 

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