sabato 8 giugno 2013

Simi Saveroi de Burgis presenta Agato Bruno


Agato bruno

Un mondo semplice, chiaro e immediato, espresso attraverso un linguaggio artistico che gli appartiene, quello di Agato Bruno, profondamente legato alla sua terra d’origine dove ora ritorna con questa mostra personale di una ventina di opere realizzate recentemente, alcune della quale pensate proprio per questi spazi. Per certo diventa complicata e direi intenzionalmente  da lui stesso non auspicata una precisa e facile etichettatura della sua produzione che, per tali motivazioni, si connota di un’ evidente originalità. Uno spirito libero, fuori dagli schemi e dalle mode, dotato di una ben precisa identità e sentimento ideologico cui ha mantenuto fede nel tempo, aspetto alquanto raro oggi in quanto siamo sempre più adusi a facili quanto rapide virate e cambiamenti di bandiera, cedendo a opportunismi spiccioli, di ogni genere, che vanificano il credo più autentico e solido. Nell’affrontare alcune considerazioni sulle sue opere avverto la necessità di indugiare sull’uomo Agato Bruno che, cosa altrettanto rara, pienamente coincide con l’artista, inteso ancora in senso tradizionale di uomo –artista, attento e curioso studioso, fine operatore culturale, già docente e preside per molti anni nelle scuole  secondarie di istruzione artistica, che ha relativizzato tutto questo suo bagaglio di esperienze motivanti la sua ricerca attraverso una chiara e coerente appartenenza a un senso civico perseguito eticamente. Un’attività che non può non riconoscersi nella più conseguente appartenenza politica, vissuta on discrezione, comunque, pronta a confrontarsi lealmente e con una predisposizione innata rivolta a garantire il giusto rispetto reciproco, pur nel mantenimento delle rispettive posizioni, anche con chi non la pensa allo stesso modo e magari si trova  ideologicamente agli antipodi. Partendo da tali presupposti possiamo iniziare a prendere in considerazione l’odierna produzione collegata da un sottile ma ineluttabile filo rosso che cuce le opere, alcune delle quali, di primo impatto, così diverse per tecnica di realizzazione e apparentemente di soggetto. Nella sempre presente tematica sociale e politica, è, tuttavia, individuabile quale comune denominatore  di confronto, la natura e tutto ciò che da essa di fatto deriva nel bene e nel male in una sua positiva o deleteria o deleteria gestione. Il tipo di approccio e di osservazione primaria rivolta all’elemento naturale,, così come dovrebbe essere per ogni buon artista, lo conduce a fare arte nel pieno coinvolgimento e diretta partecipazione con quanto gli sta e avviene intorno. Dalla grande passione coltivata nei confronti del variegato intrigante mondo dell’incisione, in particolare di matrice nordica, soprattutto espressionista, solitamente dettagliata nei particolari e nelle  avvertito dall’autore dichiarate scelte ideologiche e politiche di denuncia, gli deriva la notevole attenzione rivolta sia agli strumenti di narrazione dei contenuti sia ai valori simbolici e formali nel rimando ai significati analogici dall’autore privilegiati. Così anche nei dipinti, come con parole appuntate su un quaderno che poi diventa libro, Agato Bruno parte da valutazioni espresse in merito a una natura matrigna e resa ancora più caotica dall’intervento interessato, avido e corruttore dell’uomo, utilizzando colori accesi a riempimento di un segno veloce che descrive pesci con bocche spalancate e biforcute terminanti con punte che ricordano tiare vescovili, edifici piacentini ani porticati in bilico e pendenti, giganteschi uccelli incombenti o rapaci sullo sfondo. Tutto sembra ricomporsi nella parte dell’orizzonte retrostante dove predominano tinte uniformi di colorazione oscillanti nelle diverse gradazioni del rosa e dell’azzurro. Dal primo olio si passa ai vellutati pastelli dove si avverte un soffuso richiamo all’astrattismo di Kandinskij, risolto, tuttavia, in un’accezione di maggiore consapevolezza interpretativa per quanto  concerne uno slancio sentimentale avvertito dall’autore a contatto con il paesaggio, espressione di una natura, in questo caso, senza dubbio  rigenerativa. Se nella crescita la natura viene costretta e avvolta da un drappo, essa riesce, tuttavia, a riaffiorare e a farsi strada creandosi un varco, e fuor di metafora, nonostante le ottusità di un potere becero e finalizzato esclusivamente a mantenere e potenziare all’inverosimile i propri esiziali interessi che proprio recentemente hanno portato l’Italia e gli italiani, come esplicitamente ci suggerisce Bruno, “alla frutta”. Da qui si passa ai palazzi rappresentativi del sistema, pubblico e privato si confondono, da Palazzo Chigi  al Grazioli, di triste, seppur recente, memoria, dalla villa di Arcore a quella in Sardegna trasformata per l’occasione, in discarica pubblica della mondezza già a suo tempo accumulata in eccesso nelle strade di Napoli, al Quirinale, sede del Presidente della Repubblica Italiana, ultimo baluardo e freno a una dilagante volgarità diffusa e che ancora si richiama con orgoglio a un’unità nazionale riecheggiata nei festoni e nei drappi tricolori srotolati sulla piazza antistante l’edificio. Questi ultimi lavori rivolti a descrivere la recente triste commedia umana di un berlusconismo imperante ma ora al capolinea, sono realizzati da Bruno cona la tecnica dell’acquerello, una tecnica difficile da padroneggiare ma molto sentita e ben assimilata dall’autore che, in tal senso, ottiene effetti di fattura briosa, raggiungendo risultati freschi e allo stesso tempo caldamente coinvolgenti risolti in un’armonia compositiva sapiente ed efficace, come d’altronde e parimente evidente nelle opere esposte per questa sua coinvolgente e interessante rassegna.

Simi  Saverio de Burgis

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