venerdì 13 novembre 2015


 

 

ANNO 1636: DIEGO LA MATINA figlio di  Vincenzo e di Francisca Randazzo (cfr. il mio La Signoria Racalmutese dei del Carretto, pp. 19 e ss.) se ne sta a 15 anni beddu e cueto a casa sua in ”una casa solerata di tre corpi” nell’aprico quartiere di San Giuliano. Lo ritrovo tra vecchie carte che mi ebbe a fornire il buon prof. Nalbone cui avevo dato input per scandagliare l’archivio di stato di Palermo – quello della Gancia. E nel T.R.P. Riveli trova il nostro eroe nel vol. 607 al n. 25, come da foto allegata. Quindici anni nel 1636; vuol dire che Diego nacque nel 1621 come ampiamente dimostro altrove e non nel 1622. Per Sciascia è da “presumere” che fra Diego La Matina, quello nato nel 1621 a Racalmuto, sarebbe entrato “giovanissimo” nel convento “dei riformati di sant’Agostino … denominato degli agostiniani di sant’Adriano o della riforma centuripina”, e lui non sa “se per circostanze familiari o per calcolo o per vocazione”. Queste nostre carte dissolvono ogni presunzione: Diego almeno sino a quindi anni bivaccava a lu chianu di li straguli (o nei dintorni) e dai monaci del vicino convento ci andava la domenica per la messa, ché allora se non andavi a messa e se non ti confessavi e comunicavi almeno una volta all’anno, per Pasqua, i tanti vigili Officiali del Santo Officio in tonaca bene sapevano metterti a posto. Ma le nostre carte vanno oltre: nella  Numerazione delle anime del 1660  “risulta che un chierico di tal nome (Diego La Matina) dimorava a Racalmuto e rigorosamente assolveva al precetto pasquale”; dunque non poteva essere stato giustiziato in quella tarda sera del 17 marzo del 1658: quello era “malvagio heretico” dannato “a penare, ed a bestemmiare per sempre”. Se le mie carte non mi ingannano, non era però racalmutese forse – per far quadrare i testi – Regalbutese”. Ma noi che non amiamo catoneggiare, già nel 1999 scrivevamo: Il dato della più antica “numerazione delle anime” che gli Archivi Parrocchiali della matrice hanno tramandato sino a noi, è sconcertante: va indagato. Forse non si riferisce al frate giustiziato a Palermo, ma un ragionevole dubbio lo inculca”. In tredici anni abbiamo continuato ad indagare, nulla che ci smentisca abbiamo trovato anche se a dire il vero neppure alcunché che ci confermi nel dubbio. Nella Fondazione Sciascia, per merito del sempre più serio e colto prof. Di Grado, uno storico illustre, erudito e cauto, parlò di nuovi rinvenimenti archivistici sul frate eretico. Vi si parlava di un trattamento umano, fatto di brodo di gallina e di sangria. Noi quelle carte le abbiamo rinvenute: prima o poi le pubblicheremo, ma sono innocue. Nulla aggiungono, nulla tolgono, ove si eccettui il fatto che qualcuno pagava per far star bene l’eretico fra Diego. Abbiamo sospettato di un Giovanni del Carretto. Ma questo per incauta supponenza finì lui sulla forca nel 1650.

 E con ciò non vogliamo dare credito ad uno spretato che un libro addirittura ha scritto per screditare Sciascia volendolo cogliere in contraddizione, ma senza disporre di un qualche cartaceo appiglio. Pretendere di pescare in difetto loico un accorto Sciascia è frutto di insana supponenza. Noi ce ne dissociamo. Come ci dissociamo dal velenoso accumunare da parte di quell’ex rete tutti i La Matina in una sorta di cosca criminale. Vi si intrufola l’innocente padre Federico La Matina di cui parla pure Sciascia, che invece qui troviamo nel volume 606 al n. 249 quando ha appena dieci anni: abita nel signorile quartiere del Monte, il quartiere alto per l’epoca. Aggiunge al cognome la ‘ngiuria di Calello (che poi vuol dire Calogero), ma ben si distingue dall’altro La Matina san giulianisi e dagli altri La Matina sparsi chi al Monte, chi a Santa Margaritella e chi infine alla Spina, quartiere periferico dei poveri.

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