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giovedì 24 luglio 2025
Speriamo che ti faccia piacere rivivere e condividere i tuoi ricordi su Facebook, da quelli più recenti a quelli più lontani.
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Lillo Taverna
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Ora ti dirò perché mi intreressavo ad Alba Schembri. Leggo la pubblicità che credo il lercio abbia fatta a pagamento alla malcapitata Ornella. Miserevole incolta inefficace. La Schembri dopo il covid sbarella Tu stessa hai un secco scientifico modo di esprimerti bn lontano da quello precedente la morte di mia moglie. Che significa? Il Covid la guerra in Ucraina hanno inciso profonamente nella scrittura degli esseri più sensibil… Altro...
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Saggezza racalmutese
La minchia 'n culu a l'anttri pari 'nu filu di jina,
Oddio ho detto la parola culo. Ora i catecumeni agli ordini dell'ex carabiniere in tonaca e sorretti dal giuridicismo di Liddru Bongiorniìo mi denuncino ad FB e mi fanno applicare pesantissime sanzioni.
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VITA CAROGNA
[con questo torrido caldo la mia testa è partita. Andar a far visita al gallo malndrino per il suo cipiglio mi pare il generale Cadorna quello che si puliziò il trntasettenne mio nonno. Sichiamava esattamente come me: Calogero Taverna. Navque come me a Racalmuto, io però alla Fontana in viia fontis. Messana per vendetta pervrsa ne cambiò i connotati, così che potesse irridere al suo Niso Dinu Casucciu]. Mio nonnonno invece in via ZZabetta - toponimo di ooscu… Altro...
giovedì 8 giugno 2023
Circolo unione verbali
Il primo verbale che siamo in grado di riscontrare risale al 28 marzo 1920. Ha per oggetto: «ammissione a soci effettivi dei signori Farrauto Francesco, Farrauto Giuseppe e Nicolò Vinci fu Mario ». L’assenso è plebiscitario. Ne fanno fede il presidente G. Grillo, il Segretario E. Tulumello ed i soci Cavallaro e F. Mattina.
Nel 1921, nominato un comitato per le feste al circolo ed ammesso il socio provvisorio avv. Carmelo Burruano, si procede con una profetica scelta di campo a sottoscrivere l’abbonamento al “giornale Popolo d’Italia”. Non tutti invero sono d’accordo, ma la maggioranza a fiuto fino. Il meritevole abbonamento viene deliberato con conferma e sottoscrizione del presidente Bartolotta, del segretario G. Sciascia e dei soci G. Grillo e S. Messana. Lo storico verbale porta il numero 4 ed è datato 16 gennaio 1921: più previdenti e tempestivi di così, non si poteva essere; la maggioranza dei nobili racalmutesi è fascista anzitempo e si abbevera subito alla eclatante prosa del futuro astro, dell’uomo della provvidenza, insomma, di Benito Mussolini.
Personaggi famosi saranno i neo soci studenti ammessi con delibera 18 aprile 1920. Il dott. Baldassare poté dominare durante il fascismo e continuare ad essere uomo di potere anche nell’immediato dopo guerra. Venne nominato assessore come uomo della laica, destrorsa e con nomea massonica Democrazia del Lavoro, subito dopo l’uccisione di Baldassare Tinebra, quello della “Congiura dei loquaci” di Gaetano Savatteri.
Il secondo dei nuovi soci studenti del 1920, Tulumello Giuseppe fu Giovanni, è rimarchevole per essere il fratello di quel Vincenzo Tulumello di cui parla il Messana, cioè di quel « giovane ardente dalla parola suasiva e convincente, il quale però, a guerra scoppiata, fece di tutto per non andarvi e la voce popolare vuole che anche sia morto perché si provocò il diabete.» ( ). Fu comunque un ottimate di Racalmuto, anche se non poté svettare come l’alto lignaggio del suo casato avrebbe imposto.
Accede al sodalizio in quell’anno il dott. Salvatore Petroni, immortalato, poi, da Leonardo Sciascia nel suo “Porte aperte” e per taluni tratti nell’altro suo libro “una storia semplice”. Quanto all’ultimo, al dott. Salvatore Burruano, il personaggio lo incontriamo nella storia del fascismo racalmutese, riscuote la sua brava dose di cattiveria dal Messana , finisce ufficiale dei carabinieri, crede in Mori, lo segue. Entra in rotta di collisione con Cucco. L’arma – o per l’una o per l’altra ragione o per tutte e due – non glielo perdona, lo congela, subisce l’ostracismo sino all’entrata degli americani. Dopo, ha un qualche riconoscimento Si congeda e tutti l’abbiamo chiamato: il colonnello Burruano. Ma da una certa data in poi pretese – ed ottenne – il titolo di generale. Fu brillante ed amorevole. Al circolo tenne testa specie come responsabile dei balli protocollari. Ebbe incarichi sociali tra il 1922 ed il 1924, tornò ad essere eletto “deputato” nel 1948 con 38 voti e nel 1949 con 47 voti.
Il 25 aprile 1921 viene ammesso a “socio provvisorio con dimora precaria” il dottor Achille Vinci, figura di spicco nella professione medica, nella vita politica e, con particolare caratterizzazione, nell’evolversi della realtà sociale del circolo. Autore di tremende e velenosissime poesie in vernacolo, si può dire che solo Totò Marchese l’eguaglia, quando addirittura non lo supera. Quelle di Fofò Scimè sono letterariamente sublimi e, per fortuna, non attingono al fiele della cattiveria. Si dice che la lunga composizione “nngaglià la parrinedda” che Eugenio Napoleone Messana pubblica nella XXVII appendice del suo testo storico sia dovuta alla penna del dott. Vinci. Il velo dell’anonimato disperde ormai il senso della solforica stroncatura di tanti personaggi bene in vista all’epoca. Oggi, solo i vecchi del Circolo Unione sanno decriptare, con aggiunta di sapidi particolari, le terribili rime. Tra breve, anche questa pagina di storia locale verrà cestinata per indecifrabilità dei sottintesi.
Il due gennaio 1921 accede al circolo don Gaetano Savatteri, personalità molto contraddittoria, nato ricchissimo e morto nell’indigenza per la rapacità di un’antagonista grande famiglia. Il 10 settembre del 1923 alle dodici e mezza, don Gaetano incappava in una accesa discussione con Oreste Cavallaro – una lite tra parenti, ci pare di poter dire – e subiva l’umiliazione di essere pubblicamente schiaffeggiato. In altri tempi, ciò avrebbe comportato ferri incrociati e duelli in rigida etichetta: ora il mondo dei civili sembra cambiato. O don Gaetano non era più in grado di rispettare l’antico codice d’onore. Si è accontentato dei tre mesi di sospensione che la rituale assemblea del 16 settembre inflisse al Cavallaro (a semplice maggioranza) in “applicazione dell’articolo 128” del minuzioso regolamento sociale.
Carmelo Burruano, il celebre avvocato tra gli anni Venti ed i Sessanta, l’altro figlio di don Cicco, viene accettato all’unanimitù come “socio provvisorio” il 16 gennaio 1921 ed il successivo giorno 30 è la volta di Messana Everardo, Giancani Giuseppe e Martorana Nicolò, tutti e tre con la qualifica di “socio studente”. Per la cronaca, ora l’ammissione non è all’unanimità ma “a maggioranza dei voti”. Comincia l’infiltrazione della piccola borghesia in un circolo d’origini borboniche e propenso ad atteggiamenti esclusivi. Entra nel circolo “ maggioranza dei voti” pure Federico Giancani di Luigi, il sette luglio di quel medesimo anno. Indi scatta una bella epurazione. Sono tredici soci morosi che subiscono la “radiazione”. Molti, avvocati e dottori, faranno ritorno, come pecorelle smarrite e pentite.
Non staremo però qui a fare l’elenco dei nuovi soci: chi vuole saperne di più in proposito, basta che consulti l’allegato lungo elenco, ove vita, cariche e, qualche volta, morte trovano annotazione elettronica.
Davvero trascurabile la delibera del “salario ai camerieri”: la forniamo lo stesso. Nel 1921 il cameriere Angelo Collura guadagnava 155 lire al mese ed il suo sabalterno, Vincenzo Vella, 130 lire mensili, entrambi dopo un aumento di 30 lire mensili
I verbali del circolo ci forniscono l’elenco della prima deputazione di cui si abbia completa conoscenza. Eletta all’unanimità per 1922 questa risulta essere la storica amministrazione:
1921 27 dicembre 1921 Bartolotta dott. Comm. Giuseppe Presidente
1921 27 dicembre 1921 Sciascia Giuseppe Segretario
1921 27 dicembre 1921 Falletti Nestore fu Luigi Cassiere
1921 27 dicembre 1921 Grillo Angelo Deputato
1921 27 dicembre 1921 Vinci Ettore prof. deputato
1921 27 dicembre 1921 Messana Luigi Emilio deputato
Sul commendatore Bartolotta c’è da dilungarsi molto; oltre che il vero capo dell’amministrazione comunale, è anche la massima autorità al circolo. Su lui si diffonde E N. Messana. Anche Sciascia, pur con molta circospezione, ha frecce al suo arco letterario e tante vicende elottarali, amministrative e sociali della Racalmuto prefascista sussurrate dallo Scrittore hanno sullo sfondo appunto il nostro commendatore. Per faccende cui noi ci riferiamo pudicamente, si leggano, se proprio se ne ha voglia, alcune nostre pagine sull’affermazione fascista nel nostro paese.
Falletti Nestore è il nonno di Nestorino e ciò basta per quelli della mia generazione. La figura di Grillo Angelo fu Angelo torna scialba al vostro cronista. Bisogna rivolgersi a Guglielmo Schillaci o a Lillo Savatteri per averne ragguagli e giudizi amorevoli ma disincantati. Il prof. Ettore Vinci me lo ricordo come mio esaminatore agli esami di ammissioni: correva l’anno del Signore 1945. Luigi Messana di Emilio è il celeberrimo “don Luigino”: facciamo riferimento alla foto dell’ineffabile personaggio accanto a Sciascia con l’eterna sigaretta accesa (foto chee trovasi esposta alla Fondazione Sciascia) per ritenerci assolti dall’obbligo di rapporto. Abbiamo incontrato questa primavera (2001) un suo simpaticissimo nipote acquisito che ci ha dispensato un ammaliato bozzetto di famiglia. Per gli aspetti goliardici, spingere il migliore Guglielmo nelle sue inimitabili rievocazioni. Su Francesco Mattina fu Raffaele non sappiamo aggiungere nulla, ma è colpa della nostra personale disinformazione: al circolo c’è ancora qualcuno che sa bene evidenziarne il ruolo sociale ed il posto nella grintosa realtà racalmutese. Giuseppe Sciascia di Giuseppe, austero ed arcigno signore tipico di un paese come il nostro, può considerarsi il prototipo di segretario discreto e prudente che crea uno stile peculiare al Circolo. Stringato e preciso nella sua prosa, i suoi verbali sono ammirevoli. Personalmente, avremmo gradito qualche pettegolezzo in più, qualche nota maggiormente vivace, qualche squarcio sincero. Sotto questo aspetto, il buio più assoluto: disperazione per lo storico, rammarico per il ricercatore di piccoli fatti del vivere paesano.
Il tre dicembre 1922 è tempo per cambiare Statuto. I tanti avvocati, giuristi ed amministrativisti del Circolo riescono a mettere insieme ben 153 articoli. Non siamo certo al profluvio legislativo di cui parla Sciascia, «ai 400 articoli .. ed al lungo preambolo» testimoniati dal barone Lascuda (il Tulumello?) ma ci siamo vicini. Sciascia ironizza sul «capolavoro di cultura letteraria e giuridica [quale] vive soltanto nei ricordi dei vecchi: quando il circolo diventò dopolavoro fascista le copie dello statuto andarono disperse». E’ propenso a credere alla idoneità di “tale capolavoro” a preservare “davvero la concordia” (o l”Unione” che dir si voglia) ed avitare che «le zuffe e gli incidenti che frequentemente accadono non portano mai a scissioni o pronunciamento.»
Noi che una qualche pazienza certosina abbiamo dovuto praticarla per consultare un paio di centinaia di quei verbali non abbiamo trovato molti ricorsi ai pletorici articoli regolamentari (una sola volta per rissa – quella del Savatteri e talune altre per vicende meramente amministrative. Solo nel dopo guerra l’avv. Pillitteri si incarognì sull’art. 13 per impedire facili ammissioni. Si aspettava allora che il burbero legale fosse assente per inventare plebiscitarie votazioni di consenso).
Il lungo statuto esordiva ribadendo il nome: «Il luogo di convegno dei soci dicesi Circolo Unione». Lo scopo? «mira a procurare ai Signori soci svaghi leciti ed onesti, tendenti alla ricreazione dello spirito, della mente ed al reciproco rafforzamento dei vincoli di rispetto e di amicizia.»
I locali dovevano reperirsi «in punto centrale del paese». «Sculture, pitture, figure … possono esistere» purché «non offendano la pubblica morale e non cozzino con il ragionevole concetto dell’ordine e della disciplina nella famiglia, nella società e nella Patria». «Non deve esistere nel circolo quanto possa essere interpretato come manifestazione di partito intendendo l’associazione, nel modo più assoluto, conservare il carattere apolitico.»
Si sorride ancora sull’articolo 9 per cui «il socio deve essere … di regolare intelligenza». Per l’art. 14, po, «non può essere ammesso né consercato socio chi abbia esercitato ed eserciti mestieri ed impieghi servili o abietti o disonoranti o chi abbia subito una condanna a pena infamante.»
Il circolo è apicale; svetta il presidente: per l’art. 37 «la persona del Presidente è inviolata, è rispettata al massima grado .. », negli auspici almeno, ma crediamo anche nella realtà. Il rosario presidenziale che graniamo qui di seguito non lascia dubbi in proposito:
anno data cognome nome carica
1921 2 gennaio 1921 BARTOLOTTA Presidente
1921 4 aprile 1921 BARTOLOTTA Giuseppe commendatore dottore presidente
1921 27 dicembre 1921 BARTOLOTTA dott. Comm. Giuseppe Presidente
1922 3 dicembre 1922 TULUMELLO dr. Baldassare Presidente
1923 19 agosto 1923 SCIMÈ cav. Uff. d. Nicolò presidente
1923 16 dicembre 1923 SCIMÈ cav. Dott. Nicolò Presidente
1924 14 dicembre 1924 SCIMÈ cav. Dr. Nicolò Presidente
1925 13 dicembre 1925 FALLETTI cav. Alfredo Presidente
1930 14 dicembre 1930 MENDOLA cav. Michele Presidente
1931 13 dicembre 1931 MENDOLA cav. Dott. Michele Presidente
1932 19 dicembre 1932 MENDOLA cav. Dott. Michele Presidente
1933 14 febbraio 1933 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente
1934 19 gennaio 1934 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente
1935 7 gennaio 1935 MENDOLA Cav. Dr. Michele Presidente
1936 7 dicembre 1936 VINCI dott. Achille Presidente
1941 1 settembre 1941 VINCI dott. Achille Presidente
1946 14 giugno 1946 BATTIATI Alfonso Presidente
1948 4 gennaio 1948 BATTIATI Alfonso Presidente
1948 30 marzo 1948 VINCI dott. Camillo Presidente
1948 1 aprile 1948 VINCI dott. Camillo Presidente
1948 19 dicembre 1948 MESSANA Luigi di Emilio Presidente
1948 27 dicembre 1948 GIANCANI prof. Salvatore Presidente
1949 1 gennaio 1949 GIANCANI prof. Salvatore Presidente
1949 21 dicembre 1949 GIANCANI prof. Salvatore Presidente
1950 12 febbraio 1950 SCIASCIA Giuseppe Presidente
1951 23 dicembre 1951 SCIASCIA Giuseppe Presidente
1952 2 dicembre 1952 SCIASCIA Giuseppe Presidente
1954 3 gennaio 1954 BATTIATI Alfonso Presidente
1955 31 luglio 1955 BATTIATI Alfonso Presidente
1956 15 gennaio 1956 ROMANO dott. Giuseppe Presidente
1961 5 agosto 1961 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente
1962 30 dicembre 1962 BARTOLOTTA p.a. Nicolò presidente
1965 2 gennaio 1965 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente
1968 28 dicembre 1968 BARTOLOTTA p.a. Nicolò Presidente
1970 3 gennaio 1970 BATTIATI cav. Alfonso Presidente
1970 26 dicembre 1970 BATTIATI cav. Alfonso Presidente
1971 30 dicembre 1971 VINCI ins. Paolo Presidente
1972 30 dicembre 1972 VINCI Paolo Presidente
1973 30 dicembre 1973 VINCI Paolo Presidente
1974 31 dicembre 1974 VINCI Paolo Presidente
1975 31 dicembre 1975 VINCI Paolo Presidente
1977 16 gennaio 1977 VINCI Paolo Presidente
1977 30 dicembre 1977 VINCI Paolo Presidente
1978 31 dicembre 1978 MORREALE dott. Angelo Presidente
1981 18 aprile 1981 MORREALE dott. Angelo Presidente
1084 30 dicembre 1984 VINCI Paolo Presidente
Tutti, davvero, galantuomini i presidenti che si sono succeduti al circolo Unione; apprezzati e rispettati persino dagli avversari politici, e ci riferiamo a quei pochi che hanno svolto attività politica. L’attuale presidente – che non figura nell’elenco perché subentrante dopo il 1084 – non sappiamo da quanti anni riveste la carica. L’ing. Francesco Marchese è uomo di tutto rispetto, riservato, probo, magari accentuatamente religioso, può considerarsi l’anima e la sopravvivenza del Circolo. Se non fosse stato per lui, il sodalizio sarebbe già morto e sepolto come diagnosticato nei verbali degli anni Ottanta. Noi – che gli siamo molto amici – in questo gli vogliamo male: auspichiamo una sua Presidenza sine die. Senza Cicciu Marchisi il circolo finirebbe negli annali dei ricordi cittadini e nulla più.
Gli articoli 68-70 esigevano e disciplinavano il socio “porta-bandiera”. Andava nominato fra i più giovani, doveva calzare guanti bianchi ed indossare l’abito nero. Costume ovviamente desueto. Oggi, di soci “giovani” che dispongono di guanti bianchi ed abito nero non se ne trovano al Circolo. In un domani – speriamo prossimo – chissà.
Dall’art. 70 all’art. 85, il Regolamento si occupa dei “serventi”. Beh, qui siamo nel Medioevo. Attualmente, il più tardivo dei soci è spesso chiamato ad un’azione vicaria: spetta a lui chiudere la porta.
Ogni legge che si rispetta deve avere la sua coda penale. Il regolamento dedica gli articoli 117-120 alle “colpe” che possono essere «gravi, ordinarie e leggere». Sono colpe gravi: «lo spergiuro, la complicità sia pure involontaria o la cooperazione al reato da parte dei camerieri, che manchino di esiggere (sic) le tasse da giuoco, la contrazione di debiti di gioco non soddidfatto nelle 24 ore [vi incappò il socio Giuseppe Grillo nel marzo del 1923], le offese rivolte comunque ai soci ed ai camerieri, la reazione scorretta contro l’autorità della Deputazione e dei singoli membri della Deputazione, la infedeltà di gestione negli affari finanziari, le disfide tra i soci, per qualsiasi fatto avvenuto nel circolo, il danneggio volontario o la sottrazione di un qualsiasi genere appartenente al Circolo, il barare la giuoco.»
Colpe ordinarie, invece, «le dicerie che in qualunque modo compromettano la dignità di uno o più soci, la formazione di complotti tendenti ad inceppare la libertà di voto o a produrre la disunione o la discordia tra i soci, la disubbidienza ai regolamenti, il rifiuto pertinace agli obblighi propri, le piccole risse e le animosità tra i soci.»
Tra le colpe leggere andavano annoverati «le indecenze, i sussurri ed i disturbi che si commettano nel circolo, le discussioni a voce troppo alta, l’abuso delle proprie qualità per influire od imporsi nelle deliberazioni, le dosattenzioni che mettano i soci nella impossibilità di servirsi dei mezzi del Circolo, messi a loro disposizione, il vestire poco decente.»
Per la morte di un socio, «il circolo … prenderà il lutto per tre giorni consecutivi, durante i quali saranno affisse alle porte, che resteranno semiaperte, fasce nere, con la scritta: Per la morte di un socio; non sarà permessa alcuna festa nei locali del Circolo, né il suono del pinoforte» (art. 146).
Il grintoso regolamento non ebbe poi seria applicazione nei suoi aspetti punitivi. Subì sanzioni il 10 febbraio 1923 il socio Federico Picataggi, reo di «calunnia contro il socio Diego Farrauto». Ad accusarlo, l’avv. Agostino Puma. (Il Picataggi, “eliminato dal circolo”, fu riammesso il 22 di luglio 1923 a richiesta di n. 30 soci per i quali la delibera di espulsione era “da considerare come non avvenuta e quindi annullata per vizio di forma). Del caso Grillo, si è già detto. Il socio si dimise (ma il 26 dicembre 1923 ritorna nel sodalizio). Più grave la faccenda del Savatteri, di cui abbiamo già detto. Troppo poco dunque per dare ascolto a Sciascia che parla di chissà quali risse e contrasti. Dopo la guerra del 1940-43, sia pure con altro statuto, non si è più verificato alcun incidente fra soci, per cui la Deputazione abbia dovuto prendere provvedimenti. Non tutti santi e remissivi – si badi bene. Solo che, giustamente, presidente e depuati lasciano che si soci se la sbrighino tra loro ed in privato.
Non abbiamo capito perché nel 1923 (in pieno agosto) il prof. Nicolò Farrauto si sia dimesso, con lettere formali, da segretario appena eletto della Deputazione: gli subentra Egidio Tulumello. Non passano molti mesi ed ecco il Farrauto tornare segretario a pieno titolo:
1923 16 dicembre 1923 SCIMÈ cav. Dott. Nicolò Presidente
1923 16 dicembre 1923 FARRAUTO prof. Nicolò segretario
1923 16 dicembre 1923 RESTIVO Antonio cassiere
1923 16 dicembre 1923 TULUMELLO Egidio deputato
1923 16 dicembre 1923 VINCI prof. Ettore deputato
1923 16 dicembre 1923 BURRUANO avv. Salvatore deputato
1923 16 dicembre 1923 CAVALLARO avv. Luigi deputato
Il 10 febbraio 1924 si modifica il Regolamento: gli articoli diventano 58. Non sappiamo se soppianta integralmente quello che vigeva prima o è integrativo. Questione giuridica di nessun valore ai nostri giorni e quindi l’abbandoniamo seduta stante. Immutato l’art. 1, all’articolo 2 le pretese classiste del Circolo montano: «possono essere soci tutti coloro che appartengono alla classe dei civili, e coloro che per educazione ed istruzione godono il prestigio di civili». C’è da domandarsi chi sono quelli che non hanno siffatti requisiti, gli “incivili” insomma. Per converso sparisce ogni accenno all’intelligenza … e meno male! La persona del Presidente cessa perde la sua inviolabilità. Il portabandiera però deve restare come prima, con guanti bianchi ed abito nero. Permane il bravo titolo per i “serventi”. Un bel “maestro delle cerimonie” ci sta sempre bene: disciplinerà le feste sociali (art. 21) e la sua nomina “è devoluta alla Deputazione”. I lettori di buon senso ci obietteranno che al di là dello svolazzo sui civili il nuovo regolamento era più essenziale e funzionale, più moderno insomma: forse hanno ragione.
Siamo al 1925, i mutamenti politici ci sono stati e si fanno sentire. Una nuova deputazione viene sfornata: sono tutti uomini nuovi o non compromessi con la politica. Certo il prof. Enrico Baeri che tanto conservatore non dovette essere si becca nove voti in meno rispetto agli altri cui vanno o 38 voti (al presidente Falletti ed ai deputati Felice Cavallaro e Diego Farrauto) o 39 (per il segretario Angelo Grillo, per il Cassiere Carmelo Rosina Bartolotta e per il giovanissimo deputato geom. Saverio Vinci). Da notare che i votanti erano 39, dunque tre signori votarono per loro stessi. Cosa succedeva al circolo? A distanza di decenni e senza verbalizzazioni sincere nulla più trapela. Sparivano dall’amministrazione personaggi autorevoli quali il cav. Uff. Dr. Nicolò Scimè, il prof. Nicolò Farrauto, Egidio Tulumello, Antonio Restivo (questi invero tornerà nel 1931) e l’avv. Salvatore Burruano. Col il 1926 incipit novus ordo al Circolo. I malevoli però ci avvertono di andare cauti: al Circolo Unione, finché prevalsero i “civili” l’area che si respirava era di sapore massonico: prima, durante e dopo il fascismo. Sarà vero?
Strano, il registro dei verbali segna, con il 1926, una nuova numerazione progressiva che però si ferma al n.° 2, dopo i verbali diventano ballerini: quelli che noi abbiamo potuto consultare passano al 13 dicembre 1929, non hanno più numerazione, e portano ora una timbratura succinta ma efficace “circolo unone - Racalmuto”. Si deve sloggiare: «il presidente propone all’assemblea l’affitto del nuovo locale e precisamente quello di proprietà del sig. Nicolò Castiglione, attualmente in locazione al sig. Alfano Giuseppe. Lo stabile si compone di tre vani a pianterreno, e uno di questi è sul corso. L’affitto annuo convenuto è di L. 1.000.» L’assemblea approva ad unanimità. Presidente è sempre il Falletti..
!931: nuovo ed ancora più radicale assetto sociale. Il fascismo ormai impera ed anche al circolo bisogna tenerne conto. Il Falletti, che fascista comunque lo è, fa queste significative comunicazioni. Certe vanno interpretate ma non è fcile. Ci limitiamo quindi a registrarle per come le abbiamo rintracciate:
«Il presidente fa notare che nel compilare la scheda della nuova Deputazione quella uscente si è proposta di scegliere elementi che, per la libertà concessa dalle loro occupazioni e notorietà in fatto di serietà ed energia dassero (sic) il migliore affidamento. Tale scelta è caduta su i sigg. Dott. Mendola cav. Michele Presidente- Antonio Restivo cassiere – Angelo Grillo segretario; Luigi Tulumello Muratori, Diego Tulumello, prof. Nicolò Martorana, Giuseppe Tulumello deputati. I quali consci del diciamolo difficile mandato sapranno adoprarsi, meglio degli uscenti, perché il Circolo oltre a mantenere la tradizionale signorilità, sia avviato ad una esistenza meno stiracchiata di come dovette vivere fino ad ora per un complesso di circostanze a tutti note.»
Nel mese di febbraio prende la parola in assemblea il sig, Achille Vinci fu Mario «il quale prospetta .. che non è il caso di fare acquisto di un chiliofono, poiché il Circolo andrebbe incontro, per come egli immagina, ad una spesa continuativa per l’acquisto di dischi, onere che potrebbe divenire in seguito gravoso alle finanze del Circolo stesso, quindi sarebbe conveniente che si acquisti il solo apparecchio radio.» Stefano Messana lo rintuzza ed ha la meglio. Chi conosce Achille Vinci dirà che l’uomo non si smentisce.
I giornali che ora gravitano sulle casse del circolo sono il Giornale di Sicilia, L’ora, il Popolo d’Italia, l’Illustrazione italiana, la Lega navale, il Popolo di Roma, la Milizia fascista, l’Aquila, la Gioventù fascista e la Domenica dell’agricoltore.
Sui soci onorari ammessi il 26 giugno del 1932 si è già detto: fu l’unica volta in cui si dovette accedere a simili munificenza. Un’altra volta in verità ci fu: siamo nel 1968 (28 dicembre) ed il socio dott. Luigi Caponcello propone che si dichiarino soci onorari «coloro i quali hanno raggiunto quaranta anni di socio e settanta anni di età». La proposta venne apprezzata ma non sappiamo che fine abbia fatto. Crediamo che non se ne sia fatto nulla.
Altra data notevole nei processi di normalizzazione fascista del circolo è il 1933. I soci del circolo imperterriti avevano nominato i propri amministratori con liberi elezioni, non avevano imbrattato la loro antica denominazione con improbabili dizioni del tipo “dopolavoro 3 gennaio” (per come ci fa sapere Sciascia, o Dopolavoro 23 marzo come risulta a noi), ed ostestantamente – almeno sino al 1938 – datavano i loro verbali senza i numeri ordinali dell’era fascista. I nodi ora però cominciano a giungere al pettine: Analizziamo la delibera n. 2 del 30 gennaio 1933. All0ordine del giorno abbiamo: «inquadramento del Circolo all’O. N. D. (che se non sbagliamo significa Opera Nazione del Dopolavoro). Nuovo Statuto». Il presidente spiega che «in relazione all’adesione fatta, con deliberazione del 14 dicembre 1930 all’O.N.D., si è obbligati» a rispettare il nuovo Stato. Ne dà lettura. La discussione si anima: ma c’è poco da dire. Il circolo ha scelto (ha dovuto scegliere, pena la soppressione, diciamo noi) di far parte «di una delle geniali Organizzazioni del Partito, che inquadra l’azione dello stesso [circolo] nel campo dell’educazione spirituale del popolo.» Chi l’avrebbe mai detto che il Circolo Unione, il circolo dei galantuomini, dei “civili” insomma, si sarebbe andato ad impelagare nell’«educazione spirituale del popolo» e che per di più fosse “popolo”. Col fascismo, o così o la morte.
I soci credono, allora, di fare i furbi, fanno verbalizzare: «lo statuto [quello fascista, imposto dal fascismo] viene approvato, conservando integro in quanto non in contrasto, il regolamento del circolo.»
La furbata viene subito disillusa: il 14 febbraio del 1933 la deputazione deve portare in assemblea «cordiali saluti fascisti». Si pensi, è l’unica volta in cui quel termine fa capolino negli arcigni verbali del circolo. La Deputazione fa presente che «Il cav. Dr. Michele Mendola viene nominato Presidente con la seguente lettera del Segretario Federale di Agrigento con la motivazione “ Mi è gradito significarle che la S.V., a norma della facoltà concessami dall’art. 9 dello statuto sociale, in data odierna, è stata nominata Presidente». Colpisce quel “lei” al posto del doveroso “Voi”. Ad ogni modo, il presidente del circolo non è più di nomina assembleare ma per approvazione del segretario federale Presidente del Dopolavoro, in quel epoca il prof. Dr. A. Gaetani.
Un confronto tra il comportamento del Circolo Unione e quello del locale Mutuo Soccorso la dice lunga sulle resistenze “antifasciste” del nostro sodalizio. Al Mutuo soccorso già da quattro anni ci si era allineati diligentemente. A proposito dei verbali di quest’ultimo abbiamo scritto:
« I verbali dell'anno 1929 esordiscono con una novità. La data è ora agghindata con l'indicazione dell'anno della volgente era fascista. La seduta del 26 gennaio cade nel VII anno del fascismo. E riguarda la nomina di una commissione per le feste di carnevale. Il 28 maggio 1929 si paga una nota a Collura Alfonso per la fornitura di “2 mobilucci in mogano con specchi e lastre di marmo”. Si ha la forza per rifiutare l'abbonamento al giornale L'Aquila, nonostante la richiesta promani dalla casa dei Balilla di Agrigento (5 novembre 1929). Ma per il matrimonio del principe di Piemonte, “ad unanimità il consiglio stanzia la somma di lire trecento” (2 gennaio 1930). Il 10 maggio 1930 (anno VIII) “il presidente mette a voti segreti col sistema delle fagiole, per il prelevamento della somma per pagare le tessere agli iscritti del circolo all'O.N.D. oppure pagare personalmente l'iscritto. Visto il risultato ad unanimità di voti, approva il prelevamento della somma dal fondo di cassa e l'iscrizione a corpo.” L'omologazione fascista si è dunque consumata. Presidente è Salvatore Mattina fu Gaetano. Segretario: Collura Alfonso. Era arrivata una circolare mandata dal Podestà, con cui si esigeva l'iscrizione del circolo all'Opera nazionale Dopolavoro. I tempi della libertà di associazione erano definitivamente tramontati. L'assenso era d'obbligo. Nel luglio successivo il circolo può, per compenso, venire incontro ai soci che tanto desiderano una radio. Ad unanimità si decide di 'acquistarla incondizionatamente'. In quel torno di tempo, il vice presidente è Carmelo Schillaci Ventura, degna persona, che ricordiamo con affetto. Per far parte del circolo, la tassa di entrata sale ora a L.50. Col nuovo anno, occorre una commissione per 'manovrare la radio'. L'audizione è limitata da mezzogiorno alle 13,30 e al tardo pomeriggio fino alle 22,30. Qualche segno di vivacità rrequieta lo dà il solito Angelo Collura che, sebbene vice presidente (o forse appunto per questo), “la sera del 25/26 (dicembre 1931) si presentava nell'abitazione del cameriere per prelevare la chiave del circolo; la quale, si tratteneva con persone per divertimento. Il presidente (Calogero Mattina) mette a votazione segreta circa il provvedimento se doveva stabilire la punizione il Consiglio oppure l'assemblea generale dei soci”. Si propende per la competenza del Consiglio. Il Collura subisce un mese di allontanamento. Due giorni di mancata paga vengono inflitti, pure, all'incolpevole cameriere. Non doveva eseguire gli ordine del Vice Presidente. Una pretesa eccessiva, ci pare. Raffaele Morreale, portabandiera, non ha voglia di portare il vessillo del circolo “in occasione della venuta delle truppe militari”. Il 4 agosto 1932, gli viene tolta la carica.Carmelo Guarnieri è il suo sostituto. Le cariche sociali cessano di essere affidate a libere elezioni. “Ritenuto che la nuova amministrazione – viene verbalizzato, con contorta prosa, il 9 dicembre 1932 – sarà approvata prima della fine del c.m. per ordine del Commissario Comunale dell'O.N.D. sig. Mattina prof. Giuseppe, ed in esito alla circolare n. 8 dell'8 c.m.” al consiglio non rimane altro che procedere ad una commissione consultiva, incaricata di segnalare nominativi graditi. Il fascismo che in Racalmuto aveva visto i suoi albori per opera di Agostino Puma e dei suoi congiunti Burruano (in ispecie l'avv. Salvatore e suo fratello Carmelo), era passato poi sotto l'egida del farmacista Enrico Macaluso. Al Ministero degli Interni figurava, nel 1926, il seguente stato maggior (cfr. A.C.S. - MI - PS - 1926, b. 107):
- segretario politico: MACALUSO dott. Enrico;
- segretario amministrativo: MATTINA prof. Giuseppe;
- presidente assemblea: MENDOLA cav. dott. Michele;
membri:
- BRUCCULERI LUCA Giuseppe;
- CAVALLARO avv. Baldassare;
- CAVALLARO Oreste;
- ROSINA FILI' Carmelo;
- VINCI dott. Achille;
- MARTORANA prof. Placido;
- SCIASCIA Giuseppe.
«Altri dati: risulta una scheda sulla costituzione della Sezione del Fascio di Racalmuto. Essa venne costituita il 29 novembre 1925 con il titolo 'SEZIONE FASCISTA RACALMUTO'. Enrico Macaluso assurgerà alla carica di podestà Lo ritroviamo in tale veste in una controversia relativa alla miniera di Gibillini che si ebbe a dirimere il 7 gennaio 1928. Gli echi giungono a Roma, per il tramite del prefetto di Agrigento (cfr. A.C.S. - MI - 1928 b. 170). Enrico Macaluso sarà un protettore, tra gli altri, del Mutuo Soccorso. A lui si deve se il circolo poté usufruire dei locali tradizionali che il proprietario Iacono voleva liberi ad ogni costo. »
«Alla presidenza del circolo, il 18 febbraio 1933, troviamo Luigi Casuccio. Presiede in effetti, come dice un timbro sovrapposto, una sezione O.N.D. Il 16 giugno 1933 il circolo si sobbarca ad una richiesta dell'opera balilla del paese ed offre un 'moschetto modello ridotto 91'. Viene intitolato ad un caduto in guerra ed offerto al figlio “del camerata Restivo Pantalone Giuseppe”. Credo che si trattasse di un aggeggio in legno, quasi un giocattolo. Il 6 giugno di quell'anno i verbali cominciano a chiudersi “con un devoto saluto al re e al Duce”. Il 29 novembre del 1935 il “rev. arc. Giovanni Casuccio” chiede ed ottiene di far parte della “Società Mutuo Soccorso Sezione O.N.D. – Racalmuto”: è questa ora la denominazione del circolo, come recita il timbro tondo apposto in calce ad ogni verbale. Alla fine del 1935 si era dismesso il saluto fascista. A cominciare dal 1936, con l'amministrazione nuova diretta da Giovanni Tinebra, si riprende il saluto fascista alla fine dei verbali. La forma è quella rituale voluta dall'ineffabile Starace. Esaurito l'ordine del giorno, il presidente “ordina il saluto al DUCE, il consiglio risponde un clamoroso A NOI”. Il 17 dicembre del 1936 v'è una domanda a socio di tutto rispetto. Trattasi del Camerata AGRO' Giovanni di Nicolò. Naturalmente viene accettata ad unanimità. Il Consiglio si onora di inviare una lettera all'interessato per dare la lieta novella. Il 15 novembre 1938, l'arciprete Casuccio si dimette da socio: se era entrato con intenti missionari, aveva dovuto ricredersi. Era peraltro vice presidente un suo fratello: Nicolò Casuccio. Nel timbro del circolo era apparso l'emblema del fascio. Il verbale del 29 gennaio 1939 ha notevole importanza per la svolta definitivamente fascista del circolo. “Il presidente [Giuseppe Sicurella] insedia il nuovo direttorio rivolgendo il cordiale saluto fascista. Il Segretario dà lettura del nuovo statuto, rimesso dal Dopolavoro Provinciale..” »
Uniformità e difformità appaiono palesi ed eloquenti nel confronto dei due tipi di verbali dei due diversi circoli: aristocratico e distaccato il Circolo Unione; remissivo ed accondiscendente nella forma; irrequieto nella sostanza, il Mutuo Soccorso. Ma il Dopolavoro Provinciale incombe su entrambi, autoritario, indiscutibile. I potenti soci fascisti del Circolo Unione salvano la faccia; vi è più diplomazia.
I verbali del circolo unione sono ora ancor più guardinghi, si limitano all’ammissione di nuovi soci ed ai bilanci. Per il povero cronista non ‘è trippa. Sfugge un XVI per il 1937 ma subito dopo, nel verbalizzare quelle che ora si chiamano “adunanze”, ci si scorda di quel fausto scorrere dell’era fascista. Giungiamo al verbale n. 32, il primo settembre del 1941 “XIX” «il presidente riferisce che il socio sig. Matrona Michele sin dalla entrata è stato incaricato di svolgere le pratiche amministrative del Circolo per cui ha creduto opportuno dispensarlo dal pagamento delle quote mensili. Pertanto invita il Consiglio [si noti: non più Deputazione] a notificare il provvedimento che entra ad assicurare al Circolo la continuità del funzionamento di tutto il servizio amministrativo necessario.» Al contempo il Matrona assume la carica di segretario.
Con il verbale n. 45 del 22 luglio 1942 XX cessano i documenti dell’era fascista. Disponibile è poi il “registro delle Deliberazioni del Circolo Unione Racalmuto – Racalmuto lì aprile 1946.»
Ma prezioso è l’ultimo documento fascista disponibile. Il segretario Matrona, in bella calligrafia, annota «che sono state presentate domande per assunzione a soci studenti. Il primo della lista è «il sig. Sciascia Leonardo». L’ammissione avviene «ad unanimità di voti». Certo anche senza quell’ammissione lo scrittore Sciascia ci sarebbe stato lo stesso, ma con quell’ingresso nasceva l’apologo del Circolo della Concordia con la galleria dei suoi ineffabili personaggi.
La svolta del 1944
Il circolo si scrolla di dosso quel suo passato di imposizioni: quelle fasciste (con l’umiliante inquadramento tra i volgari circoli del dopolavoro che “geniale istituzione” a noi francamente non pare) e quelle dell’immediato dopo guerra promananti da risvegliate manie massoniche e da uomini dell’AMGOT non proprio indenni da sospetti mafiosi.
Il 10 febbraio del 1944 si redige il verbale n. 1 della nuova realtà associativa: “dietro invito personale dei 46 aderenti al Partito Democratico sociale, si sono riuniti in prima convocazione nella sala delle adunanze n. 27 soci, i quali invitati a scegliere il Presidente hanno eletto a scrutinio segreto – con 25 voti su 27 – il dott. Achille Vinci, incaricandolo della riorganizzazione.” Due sole sottoscrizione e di due soli soci: dott. Gaetano Falletta e Baldassare Tinebra.
Chi erano codesti soci alquanto politicizzati ed ovviamente con simpatie di destra. La prima nuova deputazione ci da i primi nomi eccellenti:
1944 10 febbraio 1944 Vinci dott. Achille Presidente
1944 12 febbraio 1944 Capitano Cav. Prof. Luigi deputato
1944 12 febbraio 1944 Caponcello dott. Beniamino deputato
1944 12 febbraio 1944 Mustica prof. Guido deputato
1944 12 febbraio 1944 Vinci sig. Achille deputato
1944 12 febbraio 1944 Falletta sig. Nestore cassiere
1944 12 febbraio 1944 Cavallaro prof. Emanuele segretario
1944 12 febbraio 1944 Cavallaro cav. Avv. Baldassare deputato onorario
1944 12 febbraio 1944 Picone cav. Avv. Salvatore deputato onorario
Il giorno 20 del mese di dicembre 1944 il dott. Achille Vinci deve dare le consegne al subentrante nuovo presidente, il sig. Amedeo Messana, tetragona figura di militare, sia pure in pensione, dovrà sostenere una irriducibile contesa con il farmacista Argento.
Il farmacista (Calogero Argento fu Michelangelo, abitante in via Rapisardi 35 di Racalmuto) ha buoni motivi per fare notificare al presidente Messana «un atto di protesta e diffida». L’atto stragiudiziale risulta discusso nell’assemblea del 4 gennaio 1945. Vi si legge «premesso che l’istante è socio effettivo del circolo unione da oltre 50 anni ; che il 10 luglio 1943, per effetto dello stato di emergenza i locali del circolo furono chiusi, come quelli di tutti gli altri circoli della Sicilia, senza che essi fossero sciolti; che nei primi del 1944, concessa la libertà politica alla Sicilia, i circoli furono tutti riaperti e restituiti ai soci che ne avevano diritto, senza restrizioni di sorta ed essi ripresero la loro attività con le norme statutarie preesistenti; che solo a Racalmuto una sparuta minoranza di soci effettivi del circolo unione, unitamente ad un numero sparuto di soci provvisori, erano riusciti ad impadronirsi dei locali del circolo, del suo mobilio e dei suoi documenti, facendo pervenire ai soci (classificandoli ex soci) un foglio apocrifo con l’invito a poter frequentare le sale del circolo a condizione di aderire al Partito Democratico sociale, spogliando così di loro diritti precostituiti i soci assenti, anche per servizio militare e quelli che non ritenevano opportuno di aderire a tale imposizione; che il 10 febbraio stesso anno, senza avere convocato l’assemblea generale dei soci effettivi, soli aventi diritto a deliberare, lo stesso gruppo (28 individui, tra soci effettivi, provvisori e non soci) modificando lo statuto nominò il presidente ed una deputazione, trasformando così un’antica associazione apolitica in sezione del Partito Democratico sociale, divenuto dopo Democrazia del Lavoro, - poiché quanto sopra costituisce atto di violenza ed arbitrio contrario anche alle norme di diritto civile» il bravo farmacista, tramite l’usciere di Pretura Palermo, protestava “nelle forme e per ogni effetto di legge, impugnava di nullità le deliberazioni, diffidava il sig. Messana Amedeo chiedendogli la restituzione “del sodalizio al sig. Cav. Alfredo Falletti, ultimo presidente legalmente nominato e in carica al 10 luglio 1943. Aggiungeva che lo riteneva «personalmente responsabile sia in linea civile che penale delle trasgressioni che avesse permesso si commettano in contrasto con le norme statutarie del circolo unione.» Il Messana se l’è presa sul piano personale e forse avrà avuto le sue bravi ragioni. A noi pare che il farmacista avesse ragione, tant’è che già il 30 dicembre 1944 era stata dichiarata l’apoliticità del circolo; per lo svincolo politico si erano dichiarati il notaio cav. Aurelio Alaimo, il dott. Camillo Vinci ed il dott. Luigi Cavallaro; per il mantenimento del carattere politico, il dott. Achille Vinci, ma avevano vinto gli “apolitici” riportando “24 voti favorevoli su 46 votanti”. La contesa Messana-Argento ha degli strascichi, ma ci appare troppo personalistica per rappresentarla. Non è un caso che appena ritornati alla vecchia maniera, al tradizionale circolo unione subito chiese l’iscrizione la nuova intellighenzia (al contempo, jeunesse dorée) Francesco Burruano, Totino Di Gesù, Clemente Casuccio, Michele Alaimo e Peppino Nalbone. Vedasi il verbale n. 20 del 4 gennaio 1945. Ma il circolo riprende i suoi antichi connotati solo il 16 gennaio successivo: una frotta di vecchi soci, per niente simpatizzanti della Democrazia del Lavoro o perché d’ispirazione cattolica o perché nostalgici del regime dissolto nel luglio del 1943, torna a sedersi nelle abituali poltrone del circolo. A scorrere quei nomi abbiamo la stratigrafia della nuova colorazione partitica (dovendovi naturalmente includere i soci del 1944 che crediamo battessero il trentatré massonico).
Così il 25 marzo del 1945 abbiamo quest’altra deputazione, composta da personalità nuove o sicuramente distaccate dagli orientamenti associativi dei due precedenti deputati onorari:
1945 25 marzo 1945 Mendola cav. Michele Presidente
1945 25 marzo 1945 Giancani prof. Salvatore deputato
1945 25 marzo 1945 Vinci geom. Saverio deputato
1945 25 marzo 1945 Padovani Lorenzo deputato
1945 25 marzo 1945 Di Gesù dott. Salvatore deputato
1945 25 marzo 1945 Falletti geom. Luigi deputato
1945 25 marzo 1945 Grillo prof. Angelo deputato
Ma dura lo spazio di un mattino; c’è un subbuglio assembleare e già l’8 aprile il circolo cambia deputazione, sia pure con votazioni risicate:
8 aprile 1945 Vinci geom. Saverio Presidente 15 voti
8 aprile 1945 Abate Giuseppe Segretario 15 voti
8 aprile 1945 Cavallaro prof. Emanuele Cassiere 15 voti
8 aprile 1945 Tulumello Muratori Luigi deputato 16 voti
8 aprile 1945 Tulumello Giuseppe deputato 15 voti
8 aprile 1945 Di Gesù dott. Salvatore deputato 15 voti
8 aprile 1945 Burruano Francesco deputato 26 voti
Un preludio di revanscismo si ha il 7 aprile 1945: ben tre rispettabilissimi postulanti vengono impallinati e così «i suddetti sigg. non avendo riportato i 2/3 favorevoli (come prescrive il vigente regolamento) non sono ammessi.
Il socio dott. Giuseppe Romano di Ignazio invia una lettera (di cui si ignora il contenuto) ed uno spiacevole inconveniente si considera “chiarito”. Nel corso delle votazioni si era dovuto lamentare che qualcuno aveva combinato «lo scherzo di spegnere la luce nelle sale del circolo, quando ancora vi erano dei soci.»
La fase del dopo 1946
Baldassare Tulumello è il primo firmatario della commissione istituita per rivedere lo statuto sociale. Il nuovo statuto reca la data del 20 marzo 1945, è composto di soli diciannove scheletrici articoli ed ha un taglio molto sobrio e signorile. Torna il vecchio nome: Circolo Unione, si mandano al macero le incrostazioni politiche trattandosi ora solo di «libera associazione apolitica, con sede in Racalmuto [che] ha scopi ricreativi e culturali.» (Art. 1) Per essere soci occorrono «ineccepibili requisiti morali e civili» (art. 2). Purtroppo torna il pallino dell’intelligenza: i soci devono possedere «una intelligenza ed istruzione sufficienti» (Art. 2). Si inserisce il famigerato art. 13 – futuro cavallo di battaglia del polemicissimo avv. Pillitteri – che testualmente recita: «Le adunanze sono presiedute dal Presidente o da chi ne fa le veci e sono convocate mediante avviso personale ai soci effettivi e con affissione dell’avviso in una sala del Circolo, almeno cinque giorni prima dell’adunanza. L’invito indicherà l’ordine del giorno da discutersi. – Nelle adunanze si delibera solo sulle questioni poste all’ordine del giorno, e per qualunque oggetto la votazione sarà fatta in forma segreta per iscritto. Le deliberazioni sono approvate a maggioranza assoluta e nel caso di parità di voti la proposta si intende respinta. – Le adunanze saranno legali quando vi intervengano la metà più uno dei soci effettivi iscritti. In seconda convocazione saranno valide, qualunque sia il numero dei soci presenti, salvo quanto appresso.» Fin qui dunque nulla di trascendente, ma è in quel “salvo quanto appresso” il caudatario veleno.
Si passa, dunque, all’art. 14 che vuole: «Per la modifica dello Statuto e regolamento e per scioglimento del Circolo è necessaria la presenza di due terzi dei soci effettivi iscritti, sia nella prima che nella seconda convocazione dell’assemblea e riportare favorevoli i voti della metà più uno degli effettivi iscritti. Per l’ammissione od espulsione dei soci occorre sempre la presenza della metà più uno dei soci effettivi iscritti e che la proposta riporti, per l’approvazione, i due terzi dei voti favorevoli.» Cero la norma era più blanda della precorsa, ma è singolare che per sciogliere il Circolo bastava la metà più uno dei soci presenti; per fare entrare un nuovo socio occorrevano i due terzi di voti favorevoli.» Disposizione abnorme, alquanto malefica … e si vedranno poi i drammatici effetti. Sciascia ironizza: «Raccoglieva proprietari terrieri, professionisti, funzionari dello Stato, maestri delle scuole elementari; e vi si entrava se approvati, per votazione a palle nere e bianche, dai due terzi dei soci. La non approvazione - piuttosto frequente - era un fatto mortificante e non privo di conseguenze morali, sociali. Una macchia.» Ma in questo dopoguerra la faccenda fu seria. Esclusioni piene di puntiglio, impallinamenti colmi di vendetta personale, dileggi animarono la vita del cIrcolo in tre o quattro occasioni. Noi non possiamo fare i nomi e cognomi: se non querela, avremmo addosso ire funeste di carissimi amici. Uno di questi – oggi assiduo frequentatore delle poltrone del Circolo - ha dovuto sobbarcarsi nell’arco di tempo di vent’anni a quattro votazioni, tra rifiuti, annullamenti, rinvii e finalmente accettazione. Il massimo responsabile di tale rosario di umiliazioni, il combinato disposto degli articoli 13 e 14 e – ma solo per taluni versi – la ripiccata inflessibilità del defunto avvocato Pillitteri.
I verbali ora si succedono monotoni, steriotipatici, redatti con la solita grafia del solito segretario Abate. Addirittura sino al 18 gennaio del 1948. Breve interruzione in quest’anno per i fatti che si richiameranno e poi di nuovo gli elaborati del prof, Abate sino al verbale n. 116 del primo febbraio 1950.
venerdì 10 marzo 2023
Roberto Farinacci
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Roberto Farinacci
Roberto Farinacci nel 1940 con l'uniforme da Luogotenente Generale della MVSN
Deputato del Regno d'Italia
In carica
Legislatura XXVI-XXVII-XXVIII-XXIX-XXX del Regno d'Italia
Sito istituzionale
Consigliere nazionale del Regno d'Italia
In carica
Legislatura XXX
Gruppo
parlamentare Membri del Gran Consiglio del Fascismo
Segretario del Partito Nazionale Fascista
Durata mandato 15 febbraio 1925 –
30 marzo 1926
Predecessore Alessandro Melchiori
Successore Augusto Turati
Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano
(fino al 1919)
Fasci Italiani di Combattimento
(1919-1921)
Partito Nazionale Fascista
(1921-1943)
Partito Fascista Repubblicano
(1943-1945)
Titolo di studio laurea in giurisprudenza (acquistata)
Università Università di Modena
Professione giornalista
Roberto Farinacci
Roberto Farinacci nel 1930 a Cremona con l'uniforme del PNF
Nascita Isernia, 16 ottobre 1892
Morte Vimercate, 28 aprile 1945 (52 anni)
Cause della morte fucilazione
Religione Nessuna (ateo)[1]
Dati militari
Paese servito Italia Italia
Italia Repubblica Sociale Italiana
Forza armata Regio Esercito
MVSN
Regia Aeronautica
Unità 3º Reggimento telegrafisti
Anni di servizio 1916 - 1917/1936
Grado Tenente
Caporale
Luogotenente generale
Guerre Prima guerra mondiale
Guerra d'Etiopia
Seconda guerra mondiale
Campagne Fronte italiano
Campagna d'Italia
Altre cariche Politico
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Manuale
Roberto Farinacci (Isernia, 16 ottobre 1892 – Vimercate, 28 aprile 1945) è stato un politico, giornalista e generale italiano. È stato segretario del Partito Nazionale Fascista.
Indice
1 Biografia
1.1 La giovinezza socialista e l'interventismo
1.2 L'adesione ai Fasci
1.3 La breve stagione parlamentare
1.4 Il Ras di Cremona
1.4.1 La lotta contro le leghe
1.4.2 Lo scontro con le amministrazioni socialiste
1.4.3 La presa di Cremona
1.5 La segreteria nazionale
1.6 Il ritorno a Cremona
1.6.1 Lo scandalo Belloni
1.7 Il ritorno in politica
1.7.1 L'antisemitismo di Farinacci
1.8 La guerra
1.9 La Repubblica Sociale
1.9.1 La fucilazione
2 Onorificenze
2.1 Onorificenze italiane
2.2 Onorificenze straniere
3 Opere
4 Note
5 Bibliografia
6 Voci correlate
7 Altri progetti
8 Collegamenti esterni
Biografia
La giovinezza socialista e l'interventismo
Figlio di un commissario di pubblica sicurezza, a otto anni seguì la famiglia al nord, prima a Tortona, in Piemonte, poi a Cremona. Lasciò presto la scuola per cercarsi un lavoro, che trovò all'età di 17 anni alle ferrovie di Cremona[2]; restò ferroviere per dodici anni. Si avvicinò giovanissimo alla politica e si occupò della riorganizzazione del sindacato agrario socialista, di cui divenne molto esperto[2]. Iniziò a scrivere sul giornale locale L'Eco del Popolo e nel 1913 fondò un circolo giovanile dedicato a Roberto Ardigò[2].
In questo periodo militò nella corrente riformista di Leonida Bissolati[2]. Nel 1914 passò al settimanale socialista La Squilla, che si caratterizzava per la battaglia a favore dell'interventismo[2][3]: l'eloquenza di Farinacci era caratterizzata dal cipiglio aggressivo, dalle peculiari imperfezioni (i fogli satirici lo chiamavano "l'antigrammatico"), e affascinava soprattutto gli incolti, con cui il futuro gerarca condivideva le umili origini[4].
La battaglia interventista nel cremonese, sostenuta unicamente da una parte dei socialisti riformisti, ebbe scarsa eco e il 24 novembre 1914 un comizio interventista fu disperso dai neutralisti guidati dai cattolici e dagli stessi socialisti[5]. Analogo risultato si ebbe il 14 maggio 1915, quando un corteo interventista venne nuovamente disperso dai socialisti[6]. Dal settimanale La Squilla Farinacci accusò di "connubio" i socialisti e i cattolici di Guido Miglioli[6]: quest'ultimo, che all'epoca guidava le leghe bianche della provincia, divenne in breve tempo uno dei suoi principali avversari[3][4][7] e nel 1919 aderì poi Partito Popolare Italiano.
Il 6 dicembre 1915 Farinacci fu iniziato alla massoneria nella loggia Quinto Curzio di Cremona, aderente all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani (matricola n. 48.057)[8][9][10], dopo che l'accettazione della sua domanda aveva portato ad una piccola scissione interna[11]. Espulso per indegnità, aderì all'obbedienza della Gran Loggia di Piazza del Gesù[12][13], dalla quale fu espulso nel 1916 per indegnità, "in seguito ad un poco elegante tentativo di esonero dal servizio di leva"[14].
Allo scoppio della guerra fu esonerato dal servizio militare poiché le ferrovie non intendevano sguarnire il personale e anche le sue continue richieste di partire volontario per il fronte furono respinte[4][15][16][17]. Le difficoltà ad arruolarsi gli attirarono l'ilarità degli avversari politici come il Becco giallo, che in una vignetta satirica lo salutò come il "pluridecorato di guerra". Solo nel 1916 riuscì a farsi assegnare come volontario[7][18][19] al fronte, nel 3º Reggimento Genio Telegrafisti[20] dove restò un anno, venendo decorato con una croce di guerra e ottenendo la promozione sul campo a caporale[4][20]. Nel marzo 1917, a causa di una legge che richiamava in servizio il personale delle Ferrovie, tornò a fare il capostazione a Cremona.[4][21]
Intanto i circoli socialisti autonomi cui Farinacci aveva aderito, caratterizzatisi per le posizioni interventiste e creati dalla precedente dirigenza socialista composta dal professore Alessandro Groppali e dal pastore metodista Paolo Pantaleo, e che nel cremonese erano stati soppiantati dalla corrente rivoluzionaria[22], erano diventati diciassette in tutta la provincia, rimanendo largamente minoritari[23]. Alla fine della guerra iniziò a collaborare con Il Popolo d'Italia di Benito Mussolini come corrispondente da Cremona. Successivamente abbandonò il gruppo socialista di Bissolati, figura di politico che ancora anni dopo Farinacci definirà "anima nobile di apostolo, non di politico"[24].
L'adesione ai Fasci
Roberto Farinacci con Mussolini a un convegno agrario a Cremona
Vicino a Mussolini, come esponente dell'"Unione socialista italiana"[25], nel marzo 1919 prese parte alla riunione di piazza san Sepolcro[3][7][26] e l'11 aprile 1919, con un gruppo di arditi, fondò il Fascio di Combattimento di Cremona[27].
Il 5 gennaio 1920, il vecchio battagliero foglio socialista La Squilla, di cui nel frattempo Farinacci era divenuto direttore, cambiò nome in La Voce del Popolo Sovrano e cambiò area di riferimento rivolgendosi alle "forze della nazione equilibrate e sane"[27] e il neocostituito sindacato fascista dei ferrovieri di Cremona, controllato da Farinacci, ottenne alte adesioni tanto che già nel gennaio 1920 fu in grado di far fallire i primi scioperi nella provincia[27]. Il 5 settembre 1920 al teatro Politeama Verdi di Cremona Mussolini indisse il congresso regionale dei Fasci di combattimento come segno di apprezzamento per l'attività svolta da Farinacci[28][29].
Alla manifestazione partecipò lo stesso Mussolini che giunse in città dopo un viaggio avventuroso dovendo eludere i picchetti degli scioperanti[27]. Sempre il 5 settembre a Cremona, vi fu una manifestazione pro-Russia con tremila socialisti[30] e una contromanifestazione con 800 fascisti[31] che giunsero allo scontro. La sera del giorno seguente in piazza Roma, si verificò uno scontro armato dove si registrarono due morti, il fascista Vittorio Podestà e il reduce Luciano Priori (cinque i feriti). Secondo la Questura l'aggressione "era da imputare agli affiliati del Psi"[32] e Farinacci avrebbe dovuto essere il bersaglio[32]. Farinacci e Sigfrido Priori, fratello dell'ucciso furono trattenuti in stato di arresto per alcuni giorni[33] e ad essi si aggiunsero altri socialisti i giorni seguenti[32]. Ai funerali di Podestà e Priori parteciparono circa 10.000 persone[34].
La breve stagione parlamentare
Alle elezioni politiche italiane del 1921 fu eletto alla Camera dei deputati nei Blocchi Nazionali insieme ad altri trentaquattro fascisti[27]. La stampa satirica lo definì "Onorevole tettoia" perché nel 1917 venne esonerato dal Regio Esercito e rimandato al suo posto di lavoro (come gli altri ferrovieri). Grazie ai suoi ottimi rapporti con gli industriali e gli agrari, Farinacci non ebbe più bisogno di riscuotere lo stipendio di ferroviere e presentò così nel 1921 le proprie dimissioni. Intanto riprese gli studi e riuscì a conseguire in breve tempo la licenza liceale grazie a sessioni di esami apposite per reduci di guerra[16][27] e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Modena[16]. Accantonata, per opportunità politica, la tesi di laurea che aveva scritto[35], si laureò in Giurisprudenza il 28 dicembre 1923 con una tesi titolata "Le obbligazioni naturali dal punto di vista della filosofia del diritto e del diritto civile", acquistata da un altro studente[36].
Alla prima seduta della Camera il 13 giugno Farinacci prese parte all'aggressione contro il deputato comunista Francesco Misiano, particolarmente inviso ai fascisti per aver disertato la chiamata alle armi ed essere fuggito all'estero. Farinacci gli strappò la pistola che portava sotto la giacca e la consegnò a Giovanni Giolitti il quale però argomentò: "Non posso prenderla, non ho il porto d'armi"[27]. Operò, insieme ad Achille Starace per una massiccia campagna di propaganda nel Trentino-Alto Adige. L'anno seguente però la sua elezione fu invalidata, insieme a quella di Grandi e Bottai, poiché al momento dell'elezione essi erano sotto l'età minima di trent'anni[27][37]. Dal suo giornale Cremona Nuova, fondato proprio nel 1922, minacciò gli avversari politici che ne avevano provocato l'allontanamento dal Parlamento: "Voi mi cacciate da quest'aula, ma io vi caccerò dalle piazze d'Italia!"[27].
Il Ras di Cremona
La lotta contro le leghe
Squadra d'azione di Cremona, Farinacci al centro
Nonostante l'interesse che i Fasci riscossero presso le organizzazioni agrarie, Farinacci operò in modo che lo squadrismo almeno inizialmente non ne apparisse mai come il braccio armato[38] criticando invece il Fascio di Padova troppo vicino alle posizioni agrarie[39]. Pur perdurando l'ostilità nei confronti di Guido Miglioli che guidava le leghe bianche, almeno per tutta la prima metà del 1921, le squadre d'azione non parteciparono agli scontri con i leghisti cattolici che erano concentrati presso Soresina[39]. Farinacci infatti preferì occuparsi principalmente della diffusione capillare dei Fasci in tutti i centri[39]. Al 31 maggio 1921 risultavano attivi 16 Fasci con circa cinquemila iscritti[39].
Secondo Farinacci, la "caratteristica predominante" delle azioni squadriste era la rappresaglia, secondo il seguente schema tipico: "uccisione proditoria di un fascista, rappresaglia dei fascisti, funerali solenni del caduto, conflitto durante i funerali, nuove rappresaglie"[40]. In realtà, il più delle volte la pretesa provocazione che gli squadristi adducevano a motivo delle loro violenze era un mero pretesto, e appariva chiaro che la reazione squadrista non era affatto proporzionata all'offesa[41].
Per esempio a Rivarolo l'8 aprile 1921 membri delle leghe rosse distrussero i vigneti (tagliandone le viti) dei proprietari simpatizzanti del movimento fascista; la notte stessa le squadre d'azione occuparono la sede della cooperativa rossa, la incendiarono, sequestrarono un impiegato della cooperativa e (utilizzando le liste degli iscritti colà rinvenute) lo costrinsero a guidarli nelle abitazioni dei dirigenti; poi devastarono tali abitazioni e percossero tutte le persone che vi trovarono[40]. Lo stesso Farinacci riconobbe che la denuncia delle violenze squadriste da parte socialista era giustificata: "Certo, gli eccessi dei fascisti furono molti e molto dolorosi; e noi possiamo accettare per vera anche la fosca amplificazione che delle spedizioni punitive fu fatta dai capi del partito socialista ufficiale"[42].
Gli agguerriti leghisti bianchi di Miglioli che avevano il proprio feudo a Soresina il 10 marzo 1922 stipularono un'intesa con i ben più tiepidi massimalisti socialisti della provincia[43] con l'obiettivo di "difendere e riconquistare i diritti dei lavoratori organizzati"[44]. Una delle prime azioni della nuova intesa fu quella di celebrare la festività del 1º maggio. Farinacci, conosciuto a questo punto anche come il ras di Cremona ne impedì lo svolgimento in diverse località e a Cremona pretese di poter parlare dal palco organizzato dalle due leghe unite così le forze dell'ordine per evitare disordini preferirono spostare la manifestazione al 7 maggio[45]. La celebrazione riuscì soltanto a Soresina e a Crema, in quest'ultima località il corteo si snodò fin davanti alla chiesa nello sventolio di bandiere rosse associate a quelle bianche[44]. La fusione tra le due leghe rimase un fatto isolato e fu vista però con molto disagio dal Partito Popolare e dal Partito Socialista Italiano[46].
Farinacci nello scontro con le leghe fu facilitato anche dalle imposte fiscali che molte amministrazioni socialiste introducevano in modo spesso vessatorio nei confronti del contado[47]. Contro queste, nella primavera 1922, indisse uno sciopero che secondo le relazioni di Pubblica Sicurezza ottenne un certo successo[46]. Le squadre d'azione, che nel 1922 si erano nel frattempo alleate con gli agrari, dato anche l'alto numero di adesioni, erano avvantaggiate nel favorire i propri tesserati. Infatti, fortemente indebolite le altre organizzazioni sindacali, solo i sindacati fascisti erano in grado di garantire la pace sociale[46]. Nel frattempo al maggio 1922 il numero dei Fasci era salito a 107, mentre i tesserati erano oltre trentunomila[46].
Secondo una relazione dell'Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza Paolo Di Tarsia, datata 28 maggio 1922, sotto la guida di Farinacci il fascio della provincia di Cremona, "organizzazione che ora sta trasmodando per la sua violenza", era divenuto "espressione e difensore" della locale Associazione dei datori di lavoro (l'associazione degli agrari e dei proprietari fondiari, che aveva preso il posto della disciolta Federazione agraria); secondo voci, riportate come affidabili da Di Tarsia, in quel periodo l'on. Farinacci (eletto deputato) riceveva finanziamenti dagli agrari; comunque, per la direzione e la redazione del periodico "Cremona Nuova", Farinacci riscuoteva dall'Associazione dei datori di lavoro un compenso di 15.000 lire annue; nel suo rapporto, l'ispettore Di Tarsia conclude al riguardo che "il fascio è, se non perfettamente al servizio dei proprietari, certamente da essi sostenuto"[48].
Lo scontro con le amministrazioni socialiste
Ottenuto il controllo delle campagne Farinacci si rivolse alle città e il primo obiettivo divennero le amministrazioni socialiste, in particolare Cremona dove i socialisti avevano un'ampia maggioranza. L'attacco all'amministrazione socialista di Cremona fu preceduto da intimidazioni ai rappresentanti politici i quali erano così impossibilitati a svolgere le proprie funzioni e disertavano quindi l'aula[49]. Il 3 luglio 1922, constatata l'assenza del pro-sindaco Giuseppe Gandolfi che l'anno precedente, dopo le dimissioni di Tarquinio Pozzoli aveva rifiutato di ricoprire la carica[50] Farinacci richiese al prefetto di rimuoverlo[49].
Non avendo ottenuto risposta, il 6 luglio 1922 le squadre d'azione, composte da circa un migliaio di squadristi[49], occuparono la città: le forze dell'ordine, che pur avevano ordine di reprimere i moti altresì avevano esplicito divieto di ricorrere alle armi da fuoco e furono impossibilitate a reagire[49]. La camera del lavoro fu facilmente occupata, così come il Municipio e alcune abitazioni private come quella di Guido Miglioli che fu distrutta[49]. Farinacci si autoproclamò sindaco[16] facendo issare sul balcone il gagliardetto fascista[45]. L'occupazione della città durò fino al 18 luglio quando gli squadristi, dietro un espresso ordine di Mussolini, si ritirarono[51]. L'amministrazione comunale fu commissariata dal prefetto[7][51]. Nel giro di una settimana tutti gli amministratori pubblici della provincia di Cremona, sia socialisti, sia popolari decisero di dimettersi[51][52]. Questa scelta dei socialisti e dei popolari nella provincia di Cremona fece guadagnare consensi al fascismo e fece poi fallire lo sciopero legalitario proclamato alcuni mesi dopo[53].
Sempre alla guida delle squadre d'azione[16], il 3 e il 4 agosto 1922 le squadre di Farinacci presero parte a Milano all'occupazione di Palazzo Marino da cui fu cacciata l'amministrazione socialista e poi alla fallita azione a Parma[45]. Intanto il patto di pacificazione a Roma, sottoscritto da fascisti e socialisti ai primi di agosto fu contestato da Farinacci che lo definì "un oltraggio alla memoria dei nostri morti" e dal quel momento assunse la leadership dello squadrismo più intransigente[16][45] e dal vecchio settimanale fondò un nuovo quotidiano "Cremona nuova"[16]. Gli assalti contro le cooperative rosse, nonostante che Mussolini ricercasse più moderazione, continuarono[54] e le stesse forze dell'ordine in data 16 settembre lo avessero ufficialmente diffidato dal contestare i deputati Garibotti e Miglioli[55].
Il 3 ottobre 1922 Farinacci, con le proprie squadre si spostò a Trento dove assunse il comando di tutti gli squadristi che erano confluiti laggiù per pretendere le dimissioni del commissario civile Luigi Credaro che era accusato di scarso impegno nella difesa della minoranza italiana in Alto Adige[56]. Credaro, anche su consiglio delle autorità militari, si dimise il 5 ottobre[57]. Il 17 ottobre 1922 il governo italiano soppresse la figura del commissario civile e al suo posto fu nominato un prefetto con giurisdizione anche sull'Alto Adige[58]
La presa di Cremona
La notte tra il 27 ottobre e 28 ottobre 1922, ancora prima che iniziasse ufficialmente la Marcia su Roma, le squadre cremonesi di Farinacci si mossero per occupare i punti strategici della città[3][7][59]. Davanti alla Prefettura, durante l'assalto gli squadristi furono accolti a fucilate dal palazzo ma Farinacci ordinò di non retrocedere e di non rispondere al fuoco: "Fermi, non sparate, sono colpi a salve"[60] ma lo squadrista Antonio Vicini, fondatore del Fascio di Vicomoscano (Casalmaggiore), che era al suo fianco cadde colpito a morte[59][61][62]. Vi fu una decina di caduti tra gli squadristi[7][60].
L'assalto fu rinnovato il giorno seguente e gli squadristi penetrarono nella Prefettura. Farinacci raggiunse l'ufficio del colonnello Petrini, comandante del locale presidio, che gli comunicò l'intenzione di rassegnare le dimissioni. Dal balcone del palazzo Farinacci proclamò la vittoria[59][63] e il colonnello Petrini, gli consegnò ufficialmente la città[59].
Nelle giornate tra il 27 e il 31 ottobre in tutt'Italia i fascisti caduti furono complessivamente trenta di cui 10 nella provincia di Cremona[64][65]. Lo squadrismo, del resto, ben si addiceva al carattere sanguigno di Farinacci, che pur essendo indubbiamente portato per la politica, la interpretava con accenti di fisicità che sollecitavano il lato violento del regime. Non soddisfatto del fascismo al potere, numerosi furono i suoi richiami ad una "seconda ondata" rivoluzionaria[59][66] che avrebbe dovuto spazzare immediatamente i residui dello Stato liberale[67]. Questo atteggiamento lo portò alla critica degli stessi personaggi simbolo del partito come Gabriele D'Annunzio che a suo avviso avevano imborghesito il regime fascista..Il poeta gli rispose dandogli del "goffo turiferario"[59]. Le prese di posizione di Farinacci, che marcavano una netta distanza da Mussolini[67], lo resero inviso al Duce che lo allontanò dal Gran Consiglio del Fascismo e Farinacci si dimise da console generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale[68].
In effetti, con l'intento di istituzionalizzarle e di porle sotto stretto controllo dal 1º febbraio 1923 nella Milizia erano confluite tutte le squadre d'azione. Farinacci aveva iniziato a guidare la corrente più intransigente chiamata anche dei "terribilisti"[59]. Il quadrumviro Emilio De Bono e il podestà di Casalmaggiore, Giancarlo Lanciani Rocca, lo avvertirono che rischiava l'accusa di "ammutinamento" e il deferimento al tribunale[59][68].
Lo storico Giordano Bruno Guerri distingue le due anime del fascismo, quella di sinistra che solitamente faceva capo ai leader dello squadrismo, che voleva portare a termine la "Rivoluzione fascista"[66] e l'anima di destra che invece puntava ad un ristabilimento dell'ordine secondo i dettami conservatori[66].
La segreteria nazionale
Farinacci fu eletto nuovamente il 6 aprile 1924 nelle elezioni politiche italiane del 1924 nella Lista Nazionale[69]. Il 30 maggio, all'apertura della Camera, fu tra i parlamentari che più volte interruppero il discorso di Giacomo Matteotti[70] nel corso del quale accusò i fascisti di aver vinto le elezioni con brogli elettorali. Nel periodo in cui Matteotti sparì e ancora nulla si sapeva sulla sua reale fine fu tra coloro che maggiormente sostennero Mussolini[68][70]. Farinacci, nel momento in cui Mussolini si sentiva perso passò al contrattacco contro l'opposizione[69] che ne richiedeva le dimissioni come più tardi rievocò:
«Solo, dico, ti ripeto, solo, ero al tuo fianco in quelle indimenticabili giornate di palazzo Chigi, quando io, per alleviare la pressione avversaria su di te, incominciai a strepitare contro tutto e contro tutti, sì da riuscire nell'intento: quello di attirare su di me tutti gli odi e tutte le minacce. I pavidi, i senza fede e gli opportunisti del fascismo si schierarono contro di me; essi furono allora vinti .»
(Roberto Farinacci in una lettera inviata a Mussolini dell'8 luglio 1926[70])
Quando verso settembre la situazione iniziò a stabilizzarsi e Mussolini sentì di aver ripreso le redini invitò Farinacci a moderare i discorsi: "Devi agitare non un ulivo, ma un'intera foresta di ulivi"[70]. Per Farinacci, auspicante una nuova ondata rivoluzionaria[69], però la sfida con le opposizioni aventiniane andava chiusa "se non è sufficiente la scopa, si adoperi la mitragliatrice"[67] e appoggiò il 31 dicembre i trentatré consoli della MVSN che incontrarono Mussolini garantendo la propria fedeltà ma reclamando una svolta politica. Fu la vittoria dell'estremismo farinacciano, infatti il 3 gennaio 1925 Mussolini in Parlamento si assunse la responsabilità morale dell'omicidio Matteotti e varò le cosiddette leggi fascistissime con cui avviò il nuovo Regime.
Il 12 gennaio Farinacci fu nominato segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista e la scelta, soddisfacendo gli estremisti[67], pose un freno all'assalto alle cariche che era avvenuto negli anni precedenti[71]: «non la “seconda ondata” era andata al potere con Farinacci, quanto l’avversione alla “seconda ondata” aveva indotto Mussolini a designare Farinacci, cui i provinciali imputarono la colpa d’aver fatto il gioco del “Duce”»[72].
Intransigenza e rassismo
Farinacci, prototipo del ras provinciale sostenitore della seconda ondata, divenne la figura di riferimento del fascismo "intransigente" e, dopo la sua segreteria del PNF, venne ad assumere in qualche modo un ruolo di opposizione interna al regime, ruolo che riuscì negli anni a mantenere (grazie al suo prestigio personale), nonostante i ripetuti tentativi da parte di Mussolini di liquidarlo politicamente e anche di ottenere la sua espulsione dal partito[73]. Tuttavia, né Farinacci né l'intransigentismo fascista tentarono mai di portare la loro opposizione alle sue logiche conseguenze, vale a dire mai cercarono di impossessarsi del potere scalzandone Mussolini.
Ciò avvenne per vari motivi: perché l'intransigentismo fascista riscuoteva scarso consenso nel paese (scarsissimo nell'esercito); perché si trattava di una componente poco coesa, che Mussolini riuscì sempre a dividere, cooptando nel regime individui e gruppi; perché gli "intransigenti" erano dotati perlopiù di scarso carattere, avevano idee politicamente piuttosto confuse e, al dunque, posti di fronte al rischio di perdere quel poco di potere che il regime comunque assicurava loro (soprattutto a livello locale), si tiravano indietro[74]. Tutto ciò permise al Duce, dopo il 1925, di estromettere Farinacci dalla segreteria del partito e di procedere inoltre, negli anni successivi, ad una graduale epurazione, emarginando ed espellendo dal partito i più vivaci fra i quadri e gli iscritti "intransigenti"[75].
Nel frattempo il suo giornale Cremona Oggi cambiò nome diventando Il Regime Fascista, l'unico giornale fascista insieme a Il Popolo d'Italia, e spesso in dissenso, a raggiungere la tiratura nazionale[69][71]. Ebbe inoltre la direzione della Cassa di Risparmio Lombarda; in un affare di concessioni pubbliche riguardante le terme di Salsomaggiore favorì una cordata di suoi amici, ottenendone in cambio sostanziosi emolumenti[69].Sul giornale Il Regime Fascista Farinacci e il suo clan criticavano Turati raccogliendo una serie di testimonianze scritte di uomini e donne prezzolati, che denunciavano presunti vizi e stravaganze sessuali dell'ormai ex segretario numero uno de La Stampa.[76].
La strategia di Mussolini dopo la marcia su Roma prevedeva, fra l'altro, l'eliminazione di ogni margine di autonomia politica del Partito Nazionale Fascista, vale a dire che Mussolini intendeva sottoporre totalmente alle sue direttive il PNF[77]. Su questo punto si ebbe, durante la segreteria di Farinacci, il principale motivo di contrasto fra lui e Mussolini; Farinacci avrebbe voluto, infatti, porre la figura del segretario del partito sullo stesso livello d'importanza politica del capo del governo, mantenendo il partito autonomo rispetto al governo e alimentando così una situazione di dualismo di potere tra Farinacci e Mussolini, situazione che era ovviamente inammissibile per quest'ultimo[78].
Il 30 agosto 1925, Farinacci, accompagnato da Italo Balbo, si recò a Forlì per compiere un gesto di grande importanza propagandistica: la fondazione di Predappio Nuova, allo scopo di celebrare il luogo natale di Benito Mussolini. Tutto questo non sanava una contrapposizione che sempre avrebbe diviso Farinacci dal suo Duce, che egli riconosceva come capo, stimava e amava, ma cui rimproverava (anche pubblicamente, e non solo per propaganda) di essere eccessivamente liberale e morbido, costantemente ponendoglisi in controscena nel produrre proposte "più decise" ogni volta che Mussolini gli pareva poco incisivo.
Roberto Farinacci alla cerimonia di fondazione di Predappio Nuova
L'inizio dell'irreversibile declino politico di Farinacci si ebbe all'indomani dell'eccidio di antifascisti che fu perpetrato in Toscana dagli squadristi nei giorni fra il 3 e il 5 ottobre 1925, espressione di ciò che Renzo de Felice definì "bestiale violenza del fascismo toscano (che confermò il suo triste primato di più feroce tra quelli della penisola)"[79]. Preoccupato per l'eco negativa che questi tragici fatti stavano suscitando nell'opinione pubblica italiana e internazionale, Mussolini, nella riunione del Gran Consiglio del fascismo del 5 ottobre 1925, fece approvare un ordine del giorno riservato, che disponeva fra l'altro "lo scioglimento immediato di qualsiasi formazione squadristica" e l'espulsione dal partito di chiunque non ottemperasse a tale ordine[80]. Di fronte alla riluttanza di Farinacci a far applicare questo ordine del giorno (che segnava per lui una grave sconfitta politica), Mussolini inviò a Farinacci stesso, il 13 ottobre 1925, un durissimo telegramma, nel quale, dopo aver riaffermato il proprio potere assoluto e la natura autocratica del suo regime, Mussolini accusava tra le righe Farinacci di proteggere dei criminali in seno al partito:
«Non ammetto squadre di nessuna specie e non ammetto che si revochi in dubbio esistenza ordine giorno Gran Consiglio che non fu votato perché i miei ordini non si votano, si accettano e si eseguiscono senza chiacchiere aut riserve perché Gran Consiglio non è parlamentino e nel Gran Consiglio non si è mai - dico mai - proceduto a votazioni di sorta. [...] Mio ordine è preciso tutte le formazioni squadristiche a cominciare dai corsari neri del troppo loquace Castelli saranno sciolte a qualunque costo dico a qualunque costo. È gran tempo di fare la separazione necessaria: i fascisti coi fascisti; i delinquenti coi delinquenti; i profittatori coi profittatori e soprattutto bisogna praticare intransigenza morale dico morale.»
(Benito Mussolini[81])
Nel marzo 1926, dopo l'arresto degli assassini di Matteotti, nonostante Mussolini non volesse che al processo di Chieti venisse dato ampio risalto[71], Farinacci assunse la difesa del famigerato Amerigo Dumini[82]. Il ras di Cremona, volendo rendere "politico"[83]. il caso giudiziario, dichiarò: "Il processo non si farà al regime, si farà alle opposizioni"[84]. Gli assassini di Matteotti furono condannati a pene lievi ma già il 30 marzo 1926 - prima che si arrivasse alla sentenza - Farinacci era stato costretto a rassegnare le dimissioni[84].
Il ritorno a Cremona
Dopo le dimissioni da segretario ritornò a Cremona dove svolse l'attività di avvocato ottenendo notevoli guadagni[85] grazie probabilmente anche alla posizione che ricopriva[86], e scrivendo numerose lettere a Mussolini dove lanciava critiche ai più svariati aspetti del regime[85][87], cui Mussolini solitamente o non rispose o rispose con poche righe[85]. Intanto Il Regime Fascista cui si dedicò attivamente arrivò a vendere 150 000 copie[84] e le posizioni intransigenti espresse coagularono intorno a Farinacci le simpatie dei fascisti più intransigenti che sognavano un ritorno al fascismo delle origini[84].
Nacque anche la tentazione di fare di Farinacci una sorta di "antiduce" da contrapporre al moderato Mussolini[68][84], tanto che quando il 31 ottobre 1926 Mussolini subì a Bologna un attentato dall'anarchico Anteo Zamboni si diffuse la notizia che Farinacci potesse esserne stato l'ispiratore[84]. L'ipotesi del complotto farinacciano all'origine del caso Zamboni ha tuttora diversi sostenitori.[88] Le critiche che Farinacci riportava sul giornale nei confronti di numerosi gerarchi gli valsero il nomignolo di "suocera del regime"[85].
Farinacci in visita all'omonima colonia fluviale (oggi Parco al Po "Colonie Padane")
Gli articoli sul giornale gli alienarono le simpatie degli altri gerarchi e provocarono non poche tensioni[85]. Le sue posizioni anticlericali[84] crearono anche alcuni intoppi nel lavoro diplomatico che il regime andava intessendo con la Chiesa cattolica per l'elaborazione del Concordato che sarebbe stato poi sottoscritto nel 1929. Il suo giornale fu successivamente di tanto in tanto oggetto di censure, sequestri, ammonimenti. E forse anche per gli attacchi ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, del quale insinuò senza prove che avesse ottenuto finanziamenti occulti per Il Popolo d'Italia.
Lo scandalo Belloni
Lo stesso argomento in dettaglio: Scandalo Belloni.
Nel 1928, dalle colonne de Il Regime Fascista, dopo aver acquisito un memoriale scritto da Carlo Maria Maggi, precedente federale di Milano, accusò Ernesto Belloni, podestà di Milano, come responsabile di pubbliche malversazioni. Insieme al podestà fu accusato anche il federale fascista Mario Giampaoli, la cui vita di lussi era ulteriormente impreziosita dalla passione per il gioco d'azzardo. Secondo le accuse Belloni aveva costruito una fitta rete di rapporti "privilegiati" con industriali e affaristi sino al punto di essersi garantito una maxi-tangente ritagliata da un colossale prestito erogato al comune di Milano (circa 30 milioni di dollari degli anni venti).
La vicenda suscitò immediatamente un certo nervosismo da parte di Mussolini, che la seguiva attentamente: conscio della potenziale grave lesione all'immagine del nuovo stato fascista, inviò Achille Starace per condurre le indagini e risolvere la situazione. La pubblicazione delle notizie aveva destato anche l'attenzione della magistratura che aprì nel settembre 1930 un pubblico processo (che avrebbe confermato le accuse). Mussolini nel frattempo destituì Giampaoli prima del processo, ma anche Maggi fu allontanato.[89]
Il ritorno in politica
Rappresentanza PNF capodanno 1935, Farinacci sulla destra
Con la nomina a segretario nazionale del PNF di Achille Starace Farinacci terminò la propria opposizione a Mussolini dedicandosi esclusivamente all'attività forense e allo sport come la scherma e le Mille Miglia[84]. Con la battaglia del grano Cremona fu una delle province italiane ad ottenere i migliori risultati[84]. Curiosamente in questo periodo Farinacci si caratterizzò per la propria opposizione al Nazionalsocialismo di Adolf Hitler che di lì a poco assunse in Germania il potere[84]. Nel gennaio 1935 Mussolini decise di riportare Farinacci nella politica e lo reintegrò nel Gran Consiglio del Fascismo[84].
Il tenente Roberto Farinacci in Africa Orientale
Con la guerra d'Etiopia, "il selvaggio Farinacci" (com'era affettuosamente chiamato dai suoi fedelissimi) il 7 febbraio 1936 partì volontario come tenente dell'aviazione[90] con la 15ª Squadriglia da bombardamento Caproni "La Disperata" di Galeazzo Ciano. Durante un volo aereo perse la rotta e dovette atterrare in territorio nemico, restandovi finché non fu recuperato da Bruno Mussolini[84]. Come aviatore fu decorato con la medaglia d'argento al valor militare[84], citando le "32 missioni di guerra" e le "112 ore di volo"[91].
Il 4 maggio, un giorno prima della fine della guerra, perse la mano destra durante il lancio di una bomba a mano che esplose in anticipo: si pensò inizialmente che il fatto fosse accaduto durante una esercitazione bellica, ma poi si seppe che in realtà fu per un incidente, occorsogli mentre con le bombe a mano pescava in un laghetto presso Dessiè[84][91]. La mutilazione fu comunque considerata come ferita bellica e ne ottenne un vitalizio: quando però Mussolini scoprì come erano andate le cose, lo costrinse a devolvere tale pensione d'invalidità in beneficenza[92]. Rientrato in Italia la sua fama ne fu accresciuta[91], ma da Ettore Muti venne comunque sarcasticamente soprannominato "Martin pescatore"[84][93].
Nel 1937 fu inviato presso Francisco Franco direttamente dal Capo del Governo come osservatore militare in Spagna durante la guerra civile: le sue relazioni furono tecnicamente assai lucide, delineando un quadro prospettico alquanto critico[94].
L'antisemitismo di Farinacci
Durante la guerra di Spagna, dove aveva avuto un confronto diretto con i tedeschi e l'ideologia nazionalsocialista, aderì in parte alle teorie razziste tanto che rientrato in Italia entrò in contatto con Giovanni Preziosi e la sua rivista La vita italiana[94] con la quale a breve, con l'articolo "Matrimonio d'amore", formalizzò un'unione con Il Regime Fascista[95]. Farinacci rilevò come le battaglie sostenute dai due fogli fossero sempre state le stesse e nelle sue intenzioni il giornale di Preziosi si sarebbe trasformato in una rivista esclusivamente politica di approfondimento destinata ad un ristretto numero di lettori[96]. Posizioni antisemite si erano già rilevate su Il Regime Fascista a partire dal 1934, per la prima volta su un importante quotidiano nazionale[97]. L'arresto avvenuto l'11 marzo 1934 di alcuni ebrei italiani che dalla Svizzera stavano rientrando in Italia con "stampati e libelli antifascisti" provocò, a partire dal 30 marzo[98], una dura campagna stampa che presentò tutti gli ebrei come elementi "non nazionali"[99].
L'evento creò una frattura fra gli stessi cittadini ebrei italiani dei quali alcuni, come il presidente della comunità milanese, presero posizione contro gli arrestati ribadendo la propria fedeltà all'Italia[100]. Negli anni successivi in Italia la polemica antiebraica si attenuò[101] per ritornare sporadicamente come il 12 settembre 1936 quando un corsivista anonimo del quotidiano di Farinacci fece proprie le teorie antisemite di Joseph Goebbels esposte al congresso nazista di Norimberga in cui indicava trecento esponenti dell'Unione Sovietica come di origine ebraica[102]. Nel 1938 su Il Regime Fascista ricominciò una intensa campagna antisemita e Farinacci stesso prese posizione contro la situazione politica di Trieste, città in cui i cittadini di religione ebraica erano numerosi e spesso ricoprivano incarichi di potere[103].
Il Piccolo di Trieste, diretto da Rino Alessi, prese le difese degli ebrei sostenendo che la città rappresentava un caso speciale in cui costoro avevano sempre ricoperto posizioni di prestigio[104]. L'adesione alle teorie razziali tedesche da parte di Farinacci inizialmente non fu totale, nei tedeschi lui vide principalmente gli apportatori di una nuova ideologia più pura da contrapporre al fascismo italiano ormai imborghesito[105][106] e il razzismo fosse il pegno da pagare[107]. Ciononostante continuò a tenere al proprio fianco la sua segretaria Jole Foà che era ebrea[85][108]; successivamente, però, la donna venne licenziata proprio in quanto ebrea e, nel dicembre del 1943, arrestata; detenuta in varie località, nell’aprile del 1944 venne deportata ad Auschwitz; morì prigioniera dei nazisti il 21 gennaio 1945[109].
La sottoscrizione del Patto d'Acciaio nel maggio 1939 rappresentò una vittoria per la corrente farinacciana, il cui leader era ormai soprannominato "Il tedesco"[108].
L'introduzione delle leggi razziali fasciste nel 1938 fu seguita con interesse dal "Regime fascista"[110] e nel novembre dello stesso anno, presso l'Istituto di Cultura fascista di Milano, Farinacci prese parte ad una conferenza relativa ai rapporti tra Chiesa cattolica ed ebrei tenuta insieme all'arcivescovo Schuster. L'alto prelato, trattando della tradizione cattolica e rifacendosi all'apostolo Paolo, aveva sottolineato che tutti i popoli discendenti dallo stesso Dio avrebbero dovuto riconoscersi come fratelli[111]. Farinacci, prendendo spunto dalle parole dell'arcivescovo, sostenne che erano stati proprio gli ebrei a volersi sottrarre dalla comune fratellanza e li definì quindi come una razza "inconfondibile e inassimilabile"[111].
Nei mesi successivi Farinacci assunse un atteggiamento fortemente polemico nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, richiamandosi all'antisemitismo storico della Chiesa per sottolineare come la politica razzista del Fascismo non facesse altro che proseguire nella stessa tradizione e soprattutto ammonendo la Chiesa a non interferire in questioni politiche, in relazione al progressivo avvicinamento del Partito Fascista alla Germania hitleriana[112]. Secondo alcuni, Mussolini avrebbe deciso di sfruttare queste aperture di Farinacci per affidargli i ruoli impopolari dell'introduzione delle leggi razziali fasciste nel 1938. Secondo altri Farinacci, che era stato tra i firmatari del Manifesto della razza, avrebbe premuto per potersene occupare, convinto della loro opportunità politica.
La guerra
«Io ho la sensazione che la Germania in brevissimo tempo metterà in ginocchio la Polonia e procederà contro la linea Maginot che, sotto l'urto di mezzi ultrapotenti, cederà, lasciando ai tedeschi di arrivare in brevissimo tempo a Parigi. La Germania deve vincere in pochissimi mesi, altrimenti, se la guerra dovesse durare qualche anno, la vittoria arriderebbe sicuramente, sebbene dopo sacrifici enormi, all'Inghilterra e alla Francia, a cui gli Stati Uniti non negheranno in seguito il loro appoggio»
(Roberto Farinacci allo scoppio della seconda guerra mondiale[113])
Farinacci a fine anni Trenta: si nota in primo piano il braccio sostituito con un moncherino di cuoio
Quando le armate germaniche cominciarono l'invasione della Polonia, Farinacci fu un convinto sostenitore della necessità di entrare in guerra[85][108] e sostenne questa tesi anche il 7 dicembre 1939 nella penultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo, attirandosi l'inimicizia di Balbo, Grandi, Ciano e Badoglio[108]. Dopo il 10 giugno 1940, ad ostilità ormai aperte, Farinacci prese parte agli ultimi scampoli della campagna di Francia.
Il 22 febbraio 1941 fu inviato in Albania, come Ispettore generale della Milizia: qui, appoggiato anche da Ugo Cavallero, accusò Pietro Badoglio di essere il principale responsabile della pessima campagna bellica in Grecia[108][114], risultando determinante nel fargli perdere il ruolo di Capo di Stato Maggiore[114]. Caduto nuovamente in disgrazia, anche perché non rinunciava mai ad eccedere nei giudizi, fece ritorno a Cremona, dove dal suo giornale ricominciò a lanciare critiche alla gestione della guerra e a Mussolini, provocando così ripetuti sequestri del quotidiano[108]. Passò gran parte del periodo bellico a Cremona, muovendosi poi per recarsi a Roma al Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio 1943.
Venuto in giugno a conoscenza di un complotto ordito da ambienti filo-monarchici per sostituire Mussolini, avvertì il Duce che essi intendevano arrestarlo a villa Savoia al termine di un incontro con il Re.[115]
La mancanza di reazione di Mussolini lo convinse che fosse necessario provvederne alla sostituzione, opinione che confermò lo stesso 16 luglio ad altri gerarchi[116]. Il 21 luglio mostrò a Mussolini un ulteriore foglietto in cui il generale Ugo Cavallero gli confermava le manovre dei congiurati: "Caro Farinacci, fai sempre maggiore attenzione. Grandi e C. congiurano per scalzare Mussolini ma il loro gioco sarà in qualche modo vano, perché la Real Casa, con Acquarone, conduce la lotta per conto proprio e li giocherà tutti"[116].
Il 25 luglio 1943, nel corso della riunione del Gran Consiglio del Fascismo si oppose all'ordine del giorno Grandi e presentò una propria mozione in cui sostanzialmente proponeva le medesime cose contenute nella mozione Grandi, ma con l'obiettivo, invece di consegnare il comando delle forze armate al Re, di formare "un'unione materiale di Comando con i tedeschi"[116][117]. Pronunciò quindi il proprio discorso in cui riaffermava la propria fedeltà a Mussolini e al fascismo[116] e respinse anche la proposta di Ciano di unificare le due mozioni[116]. La vittoria con ampia maggioranza della mozione Grandi rese inutile la proposta di Farinacci in quanto ormai superata[116]. La stessa sera, venuto a conoscenza dell'arresto di Mussolini, si rifugiò nell'ambasciata tedesca e il giorno successivo fu trasferito a Monaco di Baviera.
La Repubblica Sociale
Novembre 1943: Farinacci in visita al distretto militare di Cremona
Probabilmente i tedeschi, prima di insediare Mussolini alla guida della Repubblica Sociale Italiana, pensarono a Farinacci come capo dello Stato fantoccio di Salò, salvo poi scartarlo[118]; Farinacci non ricoprì alcun incarico all'interno della RSI[85][114], e ritornò al proprio giornale a Cremona, dove riprese ad attaccare i propri avversari[116] e a difendere senza esitazione[119] la causa della Germania nazista[113]. Confidando quasi fino all'ultimo nella vittoria finale, sulla sua testata diede ampio spazio a teorie relative ad una rimonta militare tedesca attraverso il ricorso alle armi segrete[120].
Il 29 settembre 1943, con l'articolo Eccomi di ritorno pubblicato sul Regime fascista, si ripresentò nelle consuete vesti di esponente dell'estremismo fascista in cui accusò l'antifascismo di persecuzioni "inumane verso i fascisti" e denunciando l'omicidio di Ettore Muti[121]. In previsione del congresso di Verona il suo programma politico si ispirò ad un ritorno al fascismo delle origini[122]. Nel corso della fase istruttoria del processo di Verona Farinacci fu indicato da Galeazzo Ciano come testimone a favore della difesa, ma la sua testimonianza non fu ammessa[123].
Per tutta la durata della Repubblica Sociale la situazione a Cremona rimase tranquilla[124] e Farinacci non subì alcun attentato partigiano, anche se dagli stessi fu spesso additato come un nemico da colpire[125], essendo chiaro che, pur non avendo alcuna influenza sul governo di Mussolini, non avrebbe mai rinnegato il fascismo[125]. Esperto giornalista, favorì la nascita del giornale Crociata Italica di don Tullio Calcagno, che fu stampato nella stessa tipografia del Regime Fascista[126][127] ed arrivò alla tiratura record di centocinquantamila copie[127].
Già nell'agosto 1943, dopo la caduta del fascismo nel centro-sud, il nuovo governo Badoglio lo pose sotto inchiesta con l'accusa di "illeciti arricchimenti"[128], accusa che lo seguì anche dopo l'insediamento della Repubblica Sociale e per il qual fatto fu insediata una commissione apposita presieduta dal ministro della Giustizia Piero Pisenti che era un suo vecchio avversario[128]: la questione si concluse nel settembre 1944 con una serie di proscioglimenti[129]. Dopo l'ottobre del 1943, contro quegli italiani che nascondevano in casa propria connazionali ebrei affinché sfuggissero alla persecuzione nazifascista, vennero diffusi in radio più volte discorsi di Farinacci caratterizzati da acceso antisemitismo, in cui fra l'altro venivano minacciati di fucilazione tutti coloro che avessero aiutato gli ebrei[130].
La fucilazione
Il 25 aprile 1945 il vecchio avversario Guido Miglioli volle incontrarlo per convincerlo ad arrendersi[131], ma Farinacci si rifiutò: "Non siamo ancora alla fine"[132]. In seguito allo sfaldarsi della RSI per l'avanzata degli Alleati, e quando già gruppi di insorti muovevano alla liberazione di Cremona, Farinacci lasciò la città il mattino del 26 aprile diretto in Valtellina[132][133][134][135] insieme a un manipolo di fedeli, ma giunto nei pressi di Bergamo decise di staccarsi dalla colonna per recarsi a Oreno, insieme alla marchesa Maria Carolina Vidoni Soranzo in Medici del Vascello[132], segretaria dei Fasci femminili[113]. Il cambio di percorso fu fatale, poiché a Beverate la macchina fu investita dal fuoco di una pattuglia partigiana e Farinacci fu catturato[136][137], ai partigiani che lo arrestavano chiese: "Quanti milioni volete?" "Vogliamo la tua pelle", fu la risposta.[138]
L'autista rimase ucciso sul colpo mentre la marchesa morì alcuni giorni dopo, a causa delle ferite riportate[132].
Foto falsa. Farinacci non portava la barba, come risulta da altre foto nitide pochi minuti prima della fucilazione con il prete accanto
Fucilazione di Roberto Farinacci il 28 aprile 1945 a Vimercate.
Il gerarca fu trovato in possesso di dodici valigie, quasi tutte piene di gioielli e di denaro.[139] Il giorno dopo, il 28 aprile, Farinacci fu sommariamente processato in una sala del Comune di Vimercate[136][140][141], in cui anche alcuni colpi di fucile furono esplosi in aria[132]. Farinacci tentò una difesa: "Portatemi a Cremona. Là vi diranno che ho fatto del bene e che bisogna liberarmi"[132] e contestò ogni singola accusa[113]. I giudici esitarono nel pronunciare la condanna a morte[132]; infatti i rappresentanti della Democrazia Cristiana e del Partito Liberale Italiano propendevano per consegnarlo agli Alleati[142][143], mentre ebbero un peso decisivo i rappresentanti del Partito Comunista Italiano e del Partito Socialista Italiano[144].
Portato nella piazza principale di Vimercate[143], rifiutò di farsi bendare[145] e pretese di essere fucilato al petto come i militari[113], ma ciò non gli venne concesso. Nonostante fosse stato posto fronte al muro Farinacci riuscì a divincolarsi e a girarsi, così i partigiani spararono in aria[132]; alla seconda scarica riuscì nuovamente a girarsi, venendo colpito al petto[146]: prima di morire le sue ultime parole furono "Viva l'Italia"[133][136][147].
Farinacci fu sepolto inizialmente a Vimercate e solo nel 1956 la famiglia ottenne di farne trasferire le spoglie nella tomba di famiglia a Cremona, nel Cimitero Civico. Il 10 maggio 2011 sulla sua tomba si suicida suo nipote Pietro Ercole Mola[148][149][150] molto noto in città per il suo lavoro al pronto soccorso dell'ospedale civile di Cremona.
Onorificenze
Onorificenze italiane
Membro del Gran Consiglio del P.N.F. - nastrino per uniforme ordinaria Membro del Gran Consiglio del P.N.F.
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
Medaglia di Bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di Bronzo al Valor Militare
Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Ordine Civile di Savoia
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
Cavaliere di gran croce dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Skanderbeg - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Skanderbeg
2 Croci al Merito di Guerra - Concessione per Valore Militare - nastrino per uniforme ordinaria 2 Croci al Merito di Guerra - Concessione per Valore Militare
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale (ruoli combattenti) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale (ruoli combattenti)
Medaglia di benemerenza per i volontari della Campagna in Africa Orientale (1935–1936) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di benemerenza per i volontari della Campagna in Africa Orientale (1935–1936)
Medaglia commemorativa nazionale della Guerra (1915-1918) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa nazionale della Guerra (1915-1918)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia Commemorativa Italiana della Vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa Italiana della Vittoria
Medaglia di Benemerenza per i Volontari della Guerra Italo-Austriaca (1915-1918) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di Benemerenza per i Volontari della Guerra Italo-Austriaca (1915-1918)
Croce di anzianità (10 anni) nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale - nastrino per uniforme ordinaria Croce di anzianità (10 anni) nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
Medaglia commemorativa della Marcia su Roma - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Marcia su Roma
Medaglia Commemorativa della Guerra di Spagna (1936-1939) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa della Guerra di Spagna (1936-1939)
Medaglia Commemorativa della Spedizione in Albania - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa della Spedizione in Albania
Medaglia ai Benemeriti delle Arti - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia ai Benemeriti delle Arti
Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce Ordine dell'Aquila Tedesca - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce Ordine dell'Aquila Tedesca
Gran Ufficiale dell'Ordine del Gran Duca Gediminas (Lituania) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Ufficiale dell'Ordine del Gran Duca Gediminas (Lituania)
Opere
Il processo Matteotti alle Assise di Chieti. L'arringa di Roberto Farinacci, Cremona, Cremona nuova, 1926.
Un periodo aureo del partito nazionale fascista, Foligno, Campitelli, 1927.
Redenzione. Episodio cremonese della rivoluzione fascista. Dramma in 3 atti, Cremona, Cremona nuova, 1927; 1932.
Andante mosso. 1924-25, Milano, A. Mondadori, 1929.
Da Vittorio Veneto a Piazza San Sepolcro, Milano, A. Mondadori, 1933.
Squadrismo. Dal mio diario della vigilia. 1919-1922, Roma, Ardita, 1933.
In difesa dell'Ing. Bruno Venturi. Capitano Aldo Carraresi. Arringa pronunciata il 23 giugno 1934 dinanzi al Tribunale di Napoli, Cremona, Cremona Nuova, 1934.
Storia della rivoluzione fascista, 3 voll., Cremona, Cremona nuova, 1937.
La beffa del destino. Dramma in tre atti, Cremona, Cremona nuova, 1937.
In difesa del dott. Riccardo Gamberini. Resoconto stenografico. Tribunale di Roma, 12 gennaio 1937, Cremona, Cremona nuova, 1937.
Contro Ida Stucchi e Prof. Carlo Girola, Cremona, Cremona nuova, 1938.
La Chiesa e gli Ebrei. Conferenza d'inaugurazione tenuta all'Istituto di cultura fascista di Milano il 7 novembre 1938, Cremona, Cremona nuova, 1938.
In difesa del Gr. Uff. Dott. Giovanni Misco, con Paolo Paternostro, Palermo, IRES, 1939.
Italia e Francia. Discorso tenuto da Roberto Farinacci al teatro Petruzzelli di Bari il 14 aprile 1939-XVII, Roma, Europa, 1939.
Realtà storiche, Cremona, Cremona nuova, 1939.
Costanzo Ciano, Bologna, Cappelli, 1940.
Storia del Fascismo, Cremona, Cremona nuova, 1940.
Donne d'Italia. Caterina da Siena, Cremona, Cremona nuova, 1940.
Diario 1943, Milano, Rizzoli, 1947.
Note
^ Renzo De Felice, Mussolini, il fascista , Einaudi, 1965, vol. II, p. 543
Guido Gerosa, p. 46.
Silvio Bertoldi, p. 44.
Guido Gerosa, p. 48.
^ Giuseppe Pardini, p. 16.
Giuseppe Pardini, p. 17.
Franzinelli, p. 214.
^ Rosario F. Esposito, La Massoneria e l'Italia. Dal 1800 ai nostri giorni, Edizioni Paoline, Roma, 1976, pag. 386
^ Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria in Italia dal 1717 al 2018, Firenze-Milano, Bompiani-Giunti, 2018, p. 486.
^ Luca Irwin Fragale, La Massoneria nel Parlamento. Primo novecento e Fascismo, Morlacchi Editore, 2021, pp. 441.
^ Giuseppe Pardini, p. 10:"dopo non pochi contrasti all'interno della "Quinto Curzio", che portarono anche ad una piccola scissione".
^ Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Marco Tropea, Milano, 2001, pag. 51.
^ Luca Irwin Fragale, La Massoneria nel Parlamento. Primo novecento e Fascismo, Morlacchi Editore, 2021, pp. 442.
^ Luca Irwin Fragale, La Massoneria nel Parlamento. Primo novecento e Fascismo, Morlacchi Editore, 2021, pp. 443.
^ Giuseppe Pardini, p. 18:..aveva cercato sin dall'inizio di arruolarsi, ma ne venne impedito dal decreto ministeriale che vietava agli impiegati dello Stato (in quanto già in congedo illimitato) il volontario arruolamento.
Giordano Bruno Guerri, p. 112.
^ Silvio Bertoldi, p. 41:Farinacci presentò la domanda di volontario, questa domanda non fu accettata perché come ferroviere egli venne ritenuto indispensabile al servizio che svolgeva.
^ Silvio Bertoldi, pp. 41-42: Riuscì ad andare al fronte, venne smobilitato nel 1917 per rimandarlo ai suoi treni.
^ Roberto Festorazzi, Farinacci. L'antiduce, Roma, Il Minotauro, 2004
Giuseppe Pardini, p. 18.
^ Giuseppe Pardini, p. 18: Le ferrovie, non potendo rischiare problemi alle linee, richiamarono l'anno successivo i dipendenti, sì che anche Farinacci lasciò il reparto e tornò al lavoro a Cremona.
^ Giuseppe Pardini, p. 10.
^ Giuseppe Pardini, p. 19.
^ Silvio Bertoldi, p. 41:"Il suo ispiratore ideale, il suo modello, era Leonida Bissolati, che Mussolini aveva fatto espellere dal partito [socialista], un mite, un idealista. Farinacci non lo rinnegherà nemmeno quando giungerà ai fastigi della carriera fascista".
^ Giordano Bruno Guerri, p. 68.
^ Guido Gerosa, pp. 48–49.
Guido Gerosa, p. 49.
^ Guido Gerosa, p. 49: Gerosa riporta correttamente i fatti ma erroneamente indica come data il 5 dicembre.
^ Roberto Vivarelli vol III, pp. 88–89.
^ Giuseppe Pardini, p. 39: Già domenica 5 settembre, durante il comizio socialista pro-Russia (erano presenti in città almeno 3mila manifestanti, e Lazzari aveva tenuto il comizio di chiusura, esortando "il proletariato a tenersi pronto per l'imminente cozzo finale")...
^ Giuseppe Pardini, p. 39: secondo la Prefettutura alla manifestazione fascista presero parte circa 800 persone.
Giuseppe Pardini, p. 39.
^ Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista 1919.1920, volume II Anno 1920, Vallecchi Editore, Firenze, 1929, pag 115
^ Giuseppe Pardini, p. 40.
^ Franzinelli, pp. 214–215.
^ Silvio Bertoldi, p. 42: "Presentò la tesi all'Università di Modena, discutendo "Le obbligazioni naturali dal punto di vista della filosofia del diritto e del diritto civile". Si scoprì nel 1930 che aveva comprato tale lavoro da un tale Stefano Marenghi, di Cremona, il quale se ne era servito a sua volta per laurearsi a Torino nel 1921".
^ Giordano Bruno Guerri, p. 85.
^ Roberto Vivarelli vol III, p. 156: se anche gli agrari avevano seguito con ovvia simpatia lo sviluppo dei Fasci, Farinacci non aveva permesso che questi si presentassero come il braccio armato delle associazioni agrarie.
Roberto Vivarelli vol III, p. 156.
Franzinelli, p. 76.
^ Franzinelli, p. 75: "La violenza si scatenava immancabilmente dopo una provocazione: percosse a un fascista isolato, fischi al passaggio delle camicie nere, sventolio di vessilli rossi, canti proletari... Se in talune situazioni, effettivamente, militanti della sinistra trascesero contro avversari politici in condizione di minorità, nella maggioranza dei casi il comportamento degli squadristi attualizzava l'apologo del lupo e dell'agnello, oltre a prevedere un'evidente sproporzione tra azione e reazione: gli insulti attiravano le revolverate, un'aggressione isolata determinava la distruzione della Camera del lavoro e il sequestro dei capilega".
^ Franzinelli, p. 77.
^ Roberto Vivarelli vol III, pp. 404–405.
Roberto Vivarelli vol III, p. 405.
Guido Gerosa, p. 50.
Roberto Vivarelli vol III, p. 406.
^ Roberto Vivarelli vol III, p. 406:Nel contado il piano fascista fu facilitato dal modo spesso arbitrario e intenzionalmente persecutorio, con il quale molte amministrazioni comunali applicavano le imposte.
^ La relazione di Di Tarsia è citata in Renzo De Felice, Mussolini il fascista. I. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi, Torino 1966, pag. 252.
Roberto Vivarelli vol III, p. 407.
^ Welfare Cremona, su welfarecremona.it. URL consultato il 16 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 19 dicembre 2013).
Roberto Vivarelli vol III, p. 408.
^ Giuseppe Pardini, p. 85: ""In seguito ai fatti di Cremona, la federazione del Psi decise le dimissioni di massa di tutte le amministrazioni socialiste ancora in carica (35, ma pure le amministrazioni popolari avrebbero fatto altrettanto), paralizzando di fatto la vita politica locale.
^ Giuseppe Pardini, p. 85: In tale situazione lo sciopero generale legalitario indetto dall'Alleanza del Lavoro non trovò possibilità alcuna di riuscita, anzi il solo annuncio servì ancor più a guadagnare al fascismo settori sociali che non ritenevano più i partiti costituzionali idonei a garantire la governabilità del paese.
^ Giordano Bruno Guerri, pp. 112–113.
^ Giorgio Alberto Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista 1919-1922 Volume IV Anno 1922 parte I pag 327
^ Roberto Vivarelli vol III, p. 456.
^ Roberto Vivarelli vol III, pp. 456–457.
^ Roberto Vivarelli vol III, p. 458.
Guido Gerosa, p. 51.
Luigi Cazzadori, p. 29.
^ I caduti dimenticati 1919-1924, Novantico Editore Ritter, pag 69 per i dati biografici di Antonio Vicini
^ Luigi Cazzadori, p. 29: "Noi dobbiamo conquistare la Prefettura. I fascisti urtano contro la forza pubblica, tentano di salire via Bissolati con una lunga scala a pioli, invano. Dall'interno del Palazzo viene gettata dai nostri una corda in via Bissolati. Cattadori vi si arrampica per primo. Improvvisamente due squilli di tromba e una scarica di moschetteria. Silenzio ansioso e sinistro! Mi getto in avanti, grido: Fermi, non sparate, sono colpi a salve! E Vicino, colpito a morte, mi afferra una gamba cadendo e mormora: "No onorevole, tirano a palla e diritto"".
^ Luigi Cazzadori, p. 33.
^ Roberto Vivarelli vol III, p. 475.
^ I caduti dimenticati 1919-1924, Novantico Editore Ritter, pagg 65-70, Abele Casnici, Andrea Bassi, nella frazione di S. Giovanni in Croce e Pietro Terreni, Ferdinando Cattadori, Rinaldo Fedeli, Giuseppe Maddidini, Giuseppe Bongiovanni, Antonio Vicini, Giovanni Fantarelli, Pietro Garevini nell'assalto alla prefettura di Cremona
Giordano Bruno Guerri, p. 101.
Giordano Bruno Guerri, p. 113.
Silvio Bertoldi, p. 45.
Franzinelli, p. 215.
Guido Gerosa, p. 52.
Guido Gerosa, p. 53.
^ PAOLO NELLO, Il Pnf e i gerarchi nell’analisi di De Felice, in RENZO DE FELICE. LA STORIA COME RICERCA. ATTI DEL CONVEGNO, Firenze, 25 maggio 2016.
^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pag. 65.
^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pagg. 67-8.
^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pagg. 68-9.
^ Mario Guarino, I Soldi dei Vinti, Luigi Pellegrini Editore, pag. 143.
^ Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2011 (sesta edizione), pag. 18.
^ Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2011 (sesta edizione), pag. 19.
^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pagg. 130.
^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pagg.133-4.
^ Il testo del telegramma di Mussolini è riportato in: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Einaudi, Torino 1968, pag. 65.
^ Piero Gobetti, Matteotti - Roberto Farinacci in difesa di Dumini, preface by Ruggero Jacobbi, Libreria dell'800, Roma, 1944.
^ "Roberto Farinacci, il Robespierre del fascismo, l’antiduce amico dei nazisti. Farinacci perseguita Mussolini su due fronti: i report dettagliati sulle malversazioni della cricca meneghina e il misterioso contenuto della borsa di Matteotti, che costituisce la terza e ultima parte di Tangentopoli Nera. Gli autori ricostruiscono le peripezie di Amerigo Dumini, l’assassino che trafugò le carte del deputato socialista, e il suo legame con Farinacci, che lo difese nel processo farsa messo in scena dal regime. Le carte giacciono ancora, insabbiate, negli archivi inglesi e americani: Fascismo ladrone: la guerra dei gerarchi per le mazzette, Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2016.
Guido Gerosa, p. 54.
Giordano Bruno Guerri, p. 114.
^ Silvio Bertoldi, p. 42.
^ v., su larchivio.com. URL consultato il 21 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 22 maggio 2011).
^ Brunella Dalla Casa, Attentato al Duce. Le molte storie del caso Zamboni, Bologna, Il Mulino, 2000.
^ Quel piano per uccidere il gerarca farinacci, Repubblica, 13 agosto 2004.
^ Giuseppe Pardini, p. 373.
Giuseppe Pardini, p. 375.
^ A. Battista, Io sono la guerra, Rizzoli, Milano, 2012
^ Arrigo Petacco, L'archivio segreto di Mussolini, Oscar storia Mondadori, p. 19
Guido Gerosa, p. 55.
^ Romano Canosa, p. 144.
^ Romano Canosa, pp. 144–145.
^ Romano Canosa, p. 150.
^ Romano Canosa, p. 151.
^ Gallina Fanny Levin, «L’antisémitisme dans la presse italienne à l’époque du fascisme. Étude comparée du Popolo d’Italia, du Corriere della Sera et de L’Italia», Revue d’Histoire de la Shoah, 2016/1 (N° 204), pp. 85-103 e nota 11.
^ Romano Canosa, pp. 152–153.
^ Romano Canosa, p. 157.
^ Romano Canosa, p. 158.
^ Romano Canosa, pp. 196–197.
^ Romano Canosa, p. 197.
^ Giordano Bruno Guerri, p. 114:Diventò poi il gerarca più filonazista e razzista (continuando a tenersi una fedelissima segretaria ebrea), quello che vedeva in Hitler un modello che Mussolini non avrebbe mai potuto raggiungere.
^ Silvio Bertoldi, p. 48:Forse, pensava che Hitler possedesse tutto ciò che mancava al suo collega italiano.
^ Guido Gerosa, p. 55: Quello farinacciano diventa il solo fascismo italiano che si tinga di hitlerismo: logica esasperazione, fino agli ultimi corollari, della sua antitesi ventennale a Mussolini.
Guido Gerosa, p. 56.
^ Cfr. la scheda sul sito del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea: Foa, Jole, su digital-library.cdec.it. URL consultato il 15 ottobre 2019 (archiviato dall'url originale il 15 ottobre 2019).
^ Guido Gerosa, pp. 213–214.
Romano Canosa, p. 215.
^ Enzo Collotti, pp. 98–99.
Silvio Bertoldi, p. 48.
Silvio Bertoldi, p. 47.
^ Antonio Spinosa, Mussolini, il fascino di un dittatore..
Guido Gerosa, p. 57.
^ Giuseppe Pardini, p. 436.
^ Guido Gerosa, p. 58.
^ Luigi Ganapini, p. 106.
^ Giuseppe Pardini, p. 455.
^ Luigi Ganapini, pp. 191–192.
^ Luigi Ganapini, p. 192.
^ Metello Casati, p. 48.
^ Giuseppe Pardini, p. 456.
Luigi Cazzadori, p. 71.
^ Luigi Ganapini, p. 213.
Giuseppe Pardini, p. 453.
Luigi Ganapini, p. 133.
^ Luigi Ganapini, p. 133: ...si chiude a metà settembre 1944 con la pronuncia di una serie di proscioglimenti (tra cui quello, appunto, di Farinacci) e con il rinvio sine die degli ulteriori lavori....
^ Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012, pag. 133.
^ Giuseppe Pardini, p. 458.
Guido Gerosa, p. 59.
Giordano Bruno Guerri, p. 115.
^ Luigi Cazzadori, p. 71: "Ubbidendo agli ordini ricevuti dal governo di Mussolini di ritirarsi a Como e poi in Valtellina, egli uscì da Cremona con una colonna".
^ Silvio Bertoldi, p. 48: Voleva dirigersi verso il fantomatico "ridotto della Valtellina".
Guido Gerosa, p. 59: "Il suo ultimo grido fu Viva l'Italia".
^ Silvio Bertoldi, p. 48: "Viaggiarono abbastanza tranquilli fin quasi Bergamo, poi Farinacci ordinò di staccarsi dalla colonna e di dirigersi a Oreno, dove aveva una villa la sorella della marchesa, sposata a un Gallarati Scotti. È difficile dirsi se avesse intenzione di nascondersi, oppure se avesse in mente di mostrarsi gentile con la signora, a costo di gravi rischi. La diversione gli fu fatale. A Beverate un partigiano sparò sulla vettura che non si era fermata all'alt. La macchina si schiantò contro un albero".
^ Scanzi: "Raduno fascista a Cremona, una baracconata", La Provincia Cremona, 8 maggio 2021.
^ Mario Guarino, p. 145: I Soldi Dei Vinti.".
^ Giuseppe Pardini, p. 459: basandosi su alquanto generiche imputazioni (persino di complicità nel delitto Matteotti...), condannò Farinacci, in appena un'ora di dibattimento e in un clima di feroce ostilità.
^ Silvio Bertoldi, p. 48: Lo processarono nella sala del Consiglio comunale. L'atto d'accusa era giuridicamente approssimativo, umanamente irreprensibile.".
^ Silvio Bertoldi, p. 48:.
Luigi Cazzadori, p. 72.
^ Silvio Bertoldi, p. 48: "I socialisti e i comunisti spingevano per la fucilazione".
^ http://www.casadellaculturamelzo.it/storiainmartesana/pdf/numero11/Perego,%20Giorgio%20[Le%20ultime%20ore%20di%20Farinacci].pdf
^ Silvio Bertoldi, p. 48: Non volle essere bendato e chiese di che gli sparassero al petto, secondo la tradizione militare. Glielo rifiutarono, facendolo voltare di spalle a furia di schiaffi. Lui tentò di girarsi e i partigiani allora tirarono in aria, dandogli così l'agghiacciante prodromo dell'esecuzione vera. Alla seconda scarica, lo colpirono: eppure Farinacci era riuscito a torcersi e prese i colpi nel torace. C'è chi assicura che abbia gridato :"Viva l'Italia".".
^ Giuseppe Pardini, p. 459: Soltanto un guizzo, pochi secondi prima della scarica dei fucili partigiani, gli permise di tentare di voltarsi di petto, alzare il saluto romano e inneggiare all'Italia.
^ [1] Il nipote di Farinacci suicida sulla tomba del nonno gerarca fascista
^ Cremona, si toglie la vita il nipote di Farinacci Si è suicidato sopra la tomba del nonno - IlGiornale.it
^ Suicida sulla tomba del nonno gerarca fascista: muore il nipote di Farinacci | Fanpage, su fanpage.it. URL consultato l'11 maggio 2011 (archiviato dall'url originale il 13 maggio 2011).
Bibliografia
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Romano Canosa, A caccia di ebrei, Mondadori, Milano, 2007 (1 ed. 2006)
Metello Casati, "1944: il processo di Verona", in I documenti terribili, Mondadori, Milano, 1973
Luigi Cazzadori, Roberto Farinacci, dallo squadrismo alla RSI, Novantico, Pinerolo, 1999
Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Laterza, Bari, 2003
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Harry Fornari, La suocera del regime. Vita di Roberto Farinacci, Mondadori, Milano, 1972
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Giuseppe Pardini, Roberto Farinacci. Ovvero della rivoluzione fascista, Le Lettere, Firenze, 2007
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Sergio Vicini, Paolo A. Dossena, Lupo vigliacco. Vita di Roberto Farinacci, Hobby & Work, Milano, 2006
Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume III, Il Mulino, Bologna, 2012
Renzo Santinon, Roberto Farinacci, l'uomo del tormento e della battaglia, PubMe, Roma, 2017
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Sansepolcrismo
Villa Farinacci
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Collegamenti esterni
Farinacci, Roberto, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
FARINACCI, Roberto, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932. Modifica su Wikidata
Giacomo Perticone, FARINACCI, Roberto, in Enciclopedia Italiana, II Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1948. Modifica su Wikidata
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Roberto Farinacci, su storia.camera.it, Camera dei deputati. Modifica su Wikidata
Corrispondenza Farinacci-Mussolini, su larchivio.com. URL consultato il 21 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 22 maggio 2011).
Predecessore Presidente della Provincia di Cremona Successore
Antonio Martani (Commissario) 1923 - 1929 nessuno; nel 1929 il consiglio provinciale viene sciolto.
Predecessore Segretario del PNF Successore
Alessandro Melchiori 15 febbraio 1925 - 30 marzo 1926 Augusto Turati
V · D · M
Sansepolcrismo
V · D · M
Segretari dei Fasci italiani di combattimento, del Partito Nazionale Fascista e del Partito Fascista Repubblicano
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