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mercoledì 20 novembre 2013

riguardo al video sulle Tavole della dittatura di Sciascia

NON SONO CERTO UN FINE DICITORE ... QUESTO COMUNQUE ILTESTO DA ME LETTO NEL PRESENTARE SCIASCIA (SCRITTORE) < BRUNO (PITTORE): LE FAVOLE DELLA DITTATURA

A proposito delle favole e delle tavole della dittatura del connubio Sciascia-Bruno




Se ci domandiamo: Quando Sciascia scrisse le FAVOLE DELLA DITTATURA? crediamo di poter rispondere: L’arco di tempo ha un punto d’origine molto arretrato, pensiamo attorno al 1944 e un dies ad quem, che per noi sfiora ma non supera il 1949, quando si sucida il fratello che segnò profonda cesura stilistica, etica, umorale e altro ancora per Leonardo Sciascia.
Le scrisse mentre si annoiava al Consorzio Agrario, ad ammassare frumento anche requisito, in ufficio come poliziesco, lui animo pacifico, lungi da ogni violenza persino verbale. Credo che pochi lo poterono cogliere in un attimo di veemente ira. Neppure quando il collega (crediamo e di rastrellamento granario prima e in veste di maestro elementare - annoiatissimo – dopo) tentava di mettergli “nel piatto povero .. lo schifo di una mosca”.
Crediamo che sia stato don Pino a molestarlo tanto il nostro Sciascia. Il quale però dovette saper ben nascondere il suo dispetto da far credere a chi stava appiccicato di essere il suo più grande amico. Come si sa essere in Sicilia.
Erano tempi in cui l’Autore “imparava a scrivere”. E su quali sillabari? Savarese, Cecchi e Barilli. Barilli con il suo raffinatissimo ma estetizzante gusto musicale lasciò tracce sparute. Ancor meno Cecchi. Ad eccezione di qualche foglio sparso non trovo nulla che possa avvinarsi alla imperante (allora) prosa d’arte. Invece Savarese lascia impronte indelebili: nel capolavoro di Sciascia, LE PARROCCHIE, gli echi dell’Ennese ci stanno e come persino quasi nel titolo (chiunque l’abbia messo) .“In qualche modo volevo – puntigliosamente annota Sciascia, persino in contrasto con Pasolini - rendere omaggio a Savarese, autore dei FATTI DI PETRA”, La seconda ragione per consentire il ribattezzo di Racalmuto in Regalpetra.
Diciamolo subito: Savarese, che muore nel 1945, fu scrittore fascistissimo come quasi tutti quelli della Ronda. E Sciascia si confessa: ha imparato a scrivere «proprio sugli scrittori “rondisti”». Nato e cresciuto fascista, in famiglia fascista, ama scrittori fascisti e si cimentò con loro, anzi si esercitò su di loro. Dirà: “per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt’altra direzione, anche intimamente restano in me tracce di un tale esercizio” ed, aggiungiamo noi, della sottesa fede politica. Due chiese Sciascia odiò con sincerità: la cattolica e la comunista, tout court la politica politicante. Amico di un professore marxista, di Mannino, di Andreotti persino dopo una inziale frizione; e possiamo dire anche di Craxi e Cossiga; con Guttuso finì male e con Pannella non diciamo tutta la verità per paura di querele.Si pensi che ci confidarono che in ultimo lo allettò la profferta di una candidatura da parte di Almirante. L’immatura morte ci precluse imprevedibili evoluzioni politiche del Nostro.
Sciascia amò la Racalmuto delle adunate, le sfilate delle giovani italiane, gli ammiccamenti che il regime con la maestra Taibi consentiva in una Racalmuto sotto la musoneria di preti ed arcipreti sessuofobi (a prescindere dalle loro private ma ben ascose birichinerie). Sciascia non amò i preti specie quelli che gli si strisciavano addosso ammaliati dal suo ateismo. Sì, ieri alle ore 10,25, credetti in Dio …… Che è colpa mia se ho conosciuto un solo prete degno! Leggere FUOCO ALL’ANIMA per capire e annuire.
Arrivano gli americani, arriva la Kermesse; Sciascia rabbrividisce. Esplode rabbia, cattiveria, violenza in paese. Per Sciascia la fattoria di Orwel gli si para davanti, ora. A Racalmuto- durante il fascismo, sotto Mori, solo un paio di omicidi prontamente perseguiti – ora dopo la “liberazione” un morto aggiorna ogni mattina, sentivo dire nella mia infanzia. Il caos, l’invidia, l’esecuzione crudele del nuovo sindaco, per tanti versi benefattore e protettore di Sciascia. Un mondo di bestie, di furbi, di cattivi, di imbecilli, popola la mente e la fantasia di Sciascia: sono i veri spunti delle Favole della Dittatura, con brutto neologismo diremmo le favole della “post-dittatura”. Pasolini nel 1961 non capì. La valentia scrittoria del grande linguista ebbe il sopravvento sul giudizio riduttivo che siffatte false favole contro la presunta dittatura fascista a chi conosce Sciascia nell’intimo ispirano.
Aggiungasi l’evidente stridore lessicale; la ricerca del vocabolo da prosa d’arte, alla Cecchi. Ma a Sciascia quella lingua ricercata non è consona. Qualche esempio. Se deve descrivere un lupo a Racalmuto – dove di lupi non ce ne stanno e tantomeno di ruscelli -ricorre ad un artato “torbo” da coniugare con specchio: una endiade un po’ troppo cerebrale. E dopo sofismi antitetici a quelli del favolista latino di Superior  Stabat lupus non sa dirci altro che un termine non favolistico come “lacerare”: il lupo “d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo”. E se una lezione politica vogliamo cogliere è una lezione politica ribaltata: nella dittatura razionalità anche nella bestialità, nel nuovo corso, solo violenza senza ragione, violenza raccapricciante come quel ”lacerare” le candide carni del tenero agnellino. Erano tempi di uomini qualunque schiacciati e di merli gialli e di becchi gialli vituperanti. Sono ora le scimmie a predicare l’ordine nuovo: si vuole “un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana”. Chi non ricorda – se ha l’età mia – “per un mondo migliore” di padre Lombardi S.J.?
Già, ma se un topo si mette a giocare con un gatto, “si trova rovesciato sotto le unghie del recente amico”. Allora capisce  «Con tremula speranza – sempre Sciascia – ricordò al gatto i principi del nuovo regno“che la cosa si mette come per l’antico”.. “Sì”, rispose il gatto, “ma io sono un fondatore del nuovo regno”. E gli affondò i denti nel dorso.»
Favole, certo; ma non contro la cessata dittatura – di cui anzi si ha nostalgia – ma contro il preteso “ordine nuovo”, quello che da un lato macchiava Portella delle Ginestre di sangue rosso, ma dall’altro poteva anche esserci violenza sotto le bandiere rosse persino di un Li Causi.
Ovvio che noi non accettiamo questo manicheismo: dittatura=ordine sociale: ordine nuovo=caos violento. Giustizia che latita: un’ossessione che a dire il vero Sciascia si portò coerentemente sino alla morte.
Agato Bruno, pittore maturo, non in cerca di una qualsiasi cifra espressiva. Ma con gnosi politica radicata, col possesso di un’arte di fascinosa attrattiva cromatica, con vezzo georgico virgiliano, ebbro di sole, di luce, di vita quale ispirazione può suggere da siffatte implumi favole alla Fedro rovesciato? Nessuna, avremmo voglia di affermare. Ma, forse senza volerlo, il pittore, l’artista Agato Bruno una consonanza la trova in Sciascia ma è lo Sciascia raro, pudico, quello idillico che traspare solo in uno scritto minore de GLI AMICI DELLA NOCE.

venerdì 9 novembre 2012

Il sonno sciasciano

Per anni per decenni ho tenuto sul comodino del letto il mio personale vangelo che non è il Vangelo. Non per cercare il sonno (che se così fosse non smetterei di leggere) ma per dare una giaculatoria ad una giornata più o meno insulsa con un detto intelligente. Parlo – ovvio – delle Parrocchie di Nanà. Ma stasera faccio eccezione, lo pretermetto. Mi sono irritato con la polemica sugli atti di vandalismo alla scuola elementare di Racalmuto, quella accanto, un po’ sopra la mia casa paterna. Ho dileggiato, sì: ho dileggiato il maestro di Regalpetra. Pag. 93:
“Si avvicina l’estate. A scuola mi aggiro tra i banchi per vincere il sonno. I ragazzi scribacchiano stracchi i loro esercizi. Cammino per vincere la colata di sonno che, se siedo, sento mi riempie come uno stampo vuoto. Nel turno pomeridiano, in questo mese di maggio, il sonno è una grave insidia. A casa non dormirei di certo, starei a leggere qualche libro, a scrivere un articolo o lettere agli amici. A scuola è diverso. Legato al remo della scuola; battere, battere come in un sogno in cui è l’incubo di una disperata immobilità, della impossibile fuga. Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che , standosene fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla da questo mestiere d’insegnare. Qui, in un remoto paese della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie.” etc.etc.etc..
Non penso certo che quelli che hanno vandalizzato l’aula Sciascia fossero tanto dotti ed edotti da averlo fatto quasi vindici di tanto disamoramento. Ma va’ a vedere la combinazione!
Oggi dovevano scendere tutti in piazza per stigmatizzare una Racalmuto ormai totalmente in mano alla mafia che si picca di vandalizzare una innocua ed infruttifera scuola elementare o una insignificante aula dedicata ad un locale mostro sacro. Pare però che a parte ilari fanciullini e fanciullette .che così hanno potuto marinare la scuola senza marinarla, il consenso di quel 97% di popolo sano saggio e giusto non è stato poi elevato. Certo, stando a Roma non sono in grado di sapere per via diretta.
L'ingegnere Cutaia, uomo di fino intelletto ( e non stupidamente di tenace concetto) solleva acutamente e significativamente la questione della salvaguardia delle "robbe". Mi redarguisce con ragione accennando al Piano Regolatore. In un primo momento mi associo entusiasticamente; in un secondo comincio a temere. Piano regolatore propinatoci da disinformati commissari entro dicembre. Dio solo sa quali guai in vista. Benevolo occhio per gli amici, fregature per gli ingenui cittadini disinformati. Come nel 1978/79 e sono in grado di difendermi efficacemente e pungentemente se qualcuno osasse denunciarmi. Spero il mio "asino ragliante".
 Ma dottore, mi importunerà il solito ex addetto alle pecore, ma che vuol dire? Picchì nun parla comu cci ‘nsignà so pà e so mà? Picciuottu miu ora ti lu dicu: Petralonga è una contrada di Castrofilippo, nel  PR del 1978/79 ratificato nella G U R del maggio 1980 figura tra le contrade archeologicamente vincolate di Racalmuto. E la topica continua bellamente ad essere pubblicata anche di recente come se nulla fosse. Meglio non toccare il can che dorme. Lì ,sì ,c’è un refuso (concettuale della Soprintendenza di Agrigento e sono in grado di spiegarne l’origine). Per San Bartolomeo si lascia giustamente l’impropria tecnica dell’individuazione delle località da vincolare con semplice specificazione della vetusta denominazione delle contrade e si passa a quella della specificazione con dati catastali. Bene si direbbe? No. Sembra di assistere ad una gimkana per risparmiare questo o quello come se gliel’avesse detto lu signiruzzu che il podere del poveraccio tizio è da vincolare, quello contiguo del signorino Caio, no! Come dopo per li Grutticeddi. Sempre nel PR del 1980 un vincolo (blando ma sempre vincolo) piomba su Bovo ,Villa Nalbone, Serrone come dire mezzo paese campagnolo. Ove si eccettui qualche rado cimelio romano nella cresta più appariscente del Serrone, sfido chiunque a dirmi che vi sono stati trovati reperti archeologici. Ma la fanno franca contrade come la Noce ,Menta, Zaccanello ove persino immense porte di porfido sarebbero state rinvenute e nascoste, per non parlare di tombe a tholos e che incaute deviazioni superstradali hanno finito col darmi ragione in quanto là ,sarebbe prosperata una Statio  romana su una via consolare propedeutica o connessa a Vito Sodano di Canicattì. Hanno picchettato un trentina di metri quadri e “tuttu bbuonu e binidittu”. Mica si possono smantellare piscine con palmeti!
Bella questa: La Fiorentini, sollecitata da Enzo Sardo vincola finalmente la grotta di Fra Ddecu. Nelle  carte lu sutta diventa supra e anche qui “tuttu bbuonu e binidittu”.Riguardando vecchie  mie ricerche mi accorgo che le famose Tegulae o Tabulae sulphuris erano state trovate sotto terra in quel Piano di la Cursa e cchiu ssutta . Vincoli cautelativi non ne trovo. Non ve ne trovo neppure per quella strana tomba sicana più in là vicinu lu Mulinu D’Ercaru e neppure le mie tombe bizantine sutta lu Firraru. E non ho certo il dono della conoscenza per virtù dello Spirito Santo. Altri sanno e più di me .. ma statene certi che non parleranno mai .Tocca alle Autorità di settore vigilare proteggere cautelare ricercare scavare esplicare. Già ,ma per noi Racalmutesi le autorità sono troppo intente a provare infiltrazioni mafiose perseguendo, magari, onesti cittadini che poi vengono assolti con condanna alle spese niente meno che del Ministero dell’Interno. O, ora abbiamo davvero tragicissime apprensioni perché la mafia si è messa ad imbrattare le scuole elementari. Quale arcano li spinge a simili imbecillità nessuno vuol sapere. E’ così comodo ciarlare su una Racalmuto che ha perso la sciasciana ragione e si è imbellamente consegnata ad una mafia mangia bambini come i comunisti.