lunedì 9 aprile 2018

Io la vedo così semplice! Real politik. Una semplice telefonata di Berlusconi al senatore Matteo Renzi.

- Ah, Matte'! ritira le dimissioni da segretario del PD. Un pizzico di umiltà! Il congresso a suo tempo. Ora un partito unito sia pure formalmente sotto un Segretario formalmente legittimato come TE. Apri le porte a quei deputati e senatori PENTITI DI ESSERSI FATTI ELEGGERE DA GRASSO. Riconciliati con D'Alema. Potrebbe far rientrare gli enormi capitali del vecchio PCI che stazionano neghittosi in Svizzera con codici che solo il tuo 'nemico' Massimo conosce e di cui dispone. E risolvi anche i guai finanziari del Nazareno. -

Quindi questa settimana tornate voi due da Mattarella e fate un governo con Casini Presidente del Consiglio, ministro dell'Economia Visco.

Visco lascia quindi la Banca d'Italia cedendo il posto a Pier Luigi Ciocca che ha autorevolezza competenza e fierezza tali da riportare quell'Istituto a come era ai tempi suoi, prima del collasso Fazio-De Mattia, deteriorato dall'ameicanino Draghi e purtroppo azionariato privatisticamente dal futuro Ministro del Tesoro Ignazio Visco.

Calogero Taverna

domenica 8 aprile 2018

(Articoli pubblicati da  Malgrado Tutto)
 
 
 
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[PRIMO  ARTICOLETTO]

RACALMUTO PREISTORICO - ZOLFO, GRANO E SALE

di Calogero Taverna
 
 
Racalmuto sorge, si popola e si accresce per due grandi vocazioni economiche: l'agricoltura e le risorse minerarie.
Già nella preistoria sono presenti due flussi migratori diversi: uno a sfondo agricolo che da Licata tocca le falde del versante sud del Serrone e l'altro,  in cerca del sale, contiguo agli insediamenti che dalla Rocca di Cocalo si espandono verso Milena, Montedoro, Bompensiere.
L'immigrazione agricola di popoli che vengono fatti risalire al XVIII secolo a.C. venne documentata durante i lavori della ferrovia nel 1879. (Cfr. L. Mauceri: Notizie su alcune tombe  .. scoperte fra Licata e Racalmuto, in Ann. Inst. Corr. Arch., 1880). I pochi reperti fittili finirono dispersi nei sotterranei di un qualche museo siciliano. Le tombe a forno dei pressi della stazione ferroviaria di Castrofilippo sono del tutto sparite per la distruzione delle successive cave di pietra.
L'altro insediamento è quello che l'ingenuità delle cartoline illustrate locali definisce 'tombe sicane', site attorno alla grotta di Fra Diego. In mancanza di ufficiali campagne di scavi - che le competenti Autorità continuano a denegare, anche se la patria di Sciascia le imporrebbe - dobbiamo accontentarci delle intuizioni dilettantesche e delle tante segnalazioni che dal '700 in poi si rincorrono. Il cospicuo numero di tombe a forno dimostra l'esistenza di gruppi estesi, dediti ai culti mortuari dell'inumazione in forma fetale, con i cadaveri forse spolpati a bagnomaria e forse legati per la paura di una vendicatrice resurrezione che i nostri antenati pare nutrissero. (Cfr. S. Tine': L'origine delle tombe a forno in Sicilia, in Kokalos 1963, p. 73 ss.).
Quei cosiddetti antichi Sicani, installandosi attorno alla grotta di Fra Diego, avranno trovato il salgemma delle vicinanze e fors'anche lo zolfo, all'epoca sicuramente reperibile anche in superficie. Risale alla tarda età romana lo strambo passo di Solino che il Tinebra Martorana riferisce - a nostro avviso fondatamente - al territorio di Racalmuto. Ma rispecchia, di certo, una tradizione millenaria. Solino scrive che il sale agrigentino, se lo metti sul fuoco, si dissolve bruciando; con esso  si effigiano uomini e dei (C.I. Solinus5\ 18;19). Ancora nel '700 il viaggiatore inglese Brydone andava alla ricerca di quei fenomeni. Sommessamente pensiamo che v'è solo confusione tra sale e zolfo, entrambi già conosciuti dai nostri preistorici antenati. Con lo zolfo si foggiavano statuette del tipo dei 'pupi', dei 'cani', delle 'sarde' di 'surfaro' che ai tempi della mia infanzia circolavano ancora.
Sale, zolfo e gesso Racalmuto li avrebbe ereditati dagli sconvolgimenti del Miocene, quando alle «grandi lacune terziarie progressivamente evaporate <sarebbe seguito> un processo di sedimentazione che avrebbe avuto per protagonisti non solo i principi della fisica e della chimica, ma addirittura  uno straordinario microscopico batterio, ildesulfovibrio desulsuricans capace di nutrirsi di petrolio greggio e di rubare ossigeno al solfato di calcio dando luogo ad idrogeno solforato che, attraverso una normale ossidazione, avrebbe partorito lo zolfo nativo» (Pratesi e Tassi, Guida alla natura della Sicilia, Milano 1974, p. 21 ss). Ci diverte alquanto l'idea che le ricchezze della rampante borghesia ottocentesca di Racalmuto si debbano a quel geologico vibrione.

sabato 21 novembre 2015

lunedì 2 dicembre 2013

vecchi sicani racalmutesi

 
 
 
Lillo Taverna LEGGO IN UN LIBRO ULTRA FAMOSO DI FINLEY
"si dice che i più antichi [abitanti] siano stati i Ciclopi ... Dopo di essi pare che per primi vi si siano stanziati i sicani; anzi, a quanto essi affermano avrebbero preceduto addirittura i Ciclopi e i Lestrigoni, poiché SI DICEVANO NATI SUL LUOGO; invece la verità assoluta è che i sicani erano degli iberi, scacciati ad opera dei liguri dal fiume Sicano ... dal loro nome l'isola fu chiamata Sicania .. e anche ora essi vi abitano nella parte occidentale. Espugnata che fu Ilio, alcuni dei Troiani sfuggiti agi achei approdarono con le loro imbarcazioni in Sicilia, ove si stabilirono ai confini dei sicani e tutti insieme ebbero ll nome di elimi [ ...] Dall'Italia, dove abitavano, i siculi che fuggivano gli osci, passarono in Sicilia [,...] vinsero in battaglia i sicani che confinarono nelle regioni meridionali e occidentali e fecero sì che l'isola da Sicania si chiamasse Sicilia. Compiuto il passaggio, occuparono e abitarono la parte più fertile circa 300 anni prima che vi ponessero piede i greci." Questo è Tucidide. Gli storici moderni vi si sono attaccati per una loro cronologia sull'avvento dei sicani nella mia terra, quei sicani che hanno lasciato quelle misteriose tombe a forno, le più cospicue attorno alla grotta di Fra Diego, il frate beatificato come un Giordano Bruno ante litteram da Leonardo Sciascia. Il Finley comunque adotta questa datazione tuttora un dogma anche nelle cartoline illustrate di Racalmuto. L'età del rame in cui si colloca l'esordio della civiltà sicana racalmutese non sarebbe avvenuta - "se non intoro al 1800 a. C."
Sta però venendo tutto smantellato dalle nuove tecnologie di datazione. Reperti fittili sotto le grotticelle di Fra Diego se ne trovano a iosa ad onta dell'incuria delle pubbliche autorità. Il professore De Rosa di Catania ha fatto nelle propingue terre di Milena ricerche archeologiche pregevoli e così ora possiamo vantarci che i nostri antenati sicani stazionarono a Gargilata ben molto tempo prima di quei Siculi di cui parla Tucidide: bem 7000 anni BP, stando alla datazione tramite termoluminescenza (verssione coars grain) fatta presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Catania.
Una cosa è certa: Tucidide sbagliava; era più prossima al vero la tradizione dei Sicani: tutto ora comprova che se non autoctoni lo erano quasi.
Questa problematica affascinante doveva in qualche modo coinvolgere il racalmutese Sciascia. Pare di no. Non ne fa cenno alcuno nel documentario di Quilici. Peraltro manco gli affascinantissimi insediamenti sicani di Racalmuto, Castrofilippo, Canicattì, Serradifalco e soprattutto Milena, vengono sfiorati da quell'aereo che Quilici assicura avere fatto sorvolare su tutta la Sicilia che conta.
Pare, comunque, che l'attività mineraria solfifera a Racalmuto si sia presto estinta nell'antichità. Dopo quelle testimonianze dell'anno 180 d.C. si fa un salto di oltre quindici secoli per avere notizie certe su una presenza mineraria racalmutese: risale all'inizio del Settecento una nota negli archivi parrocchiali della Matrice che ha attinenza con le miniere. Sotto la data del 22.10.1706 il cappellano dell'epoca registra un infortunio sul lavoro: Giacomo Giangreco Cifirri, di 34 anni, sposato con la sig.a Nicola, periva sotto una valanga di salgemma, mentre scavava dentro una miniera di sale. Il giovane minatore veniva sepolto nella Matrice. «In fovea salinae, ob  ruinam salis repentinam, defunctus est»,  è la malinconica annotazione in latino. Il Giangreco Cifirri moriva dunque nella caverna di una salina, per il repentino crollo di massi di sale.



[1]Ferdinando Milone: Sicilia, la natura e l’uomo - Torino, 1960, pag. 13.
[2]L. Trevisan: Les mouvements tectiques récents en Sicile - Hipothèses et problèmes.
[3]Luigi Romano: Idrogeologia della propagini sud-ovest dell’altipiano di Racalmuto -GEOLOGIA  - Università di Palermo - Facoltà di Scienze - Anno Accademico 1978-79 , pag. 6
[4]Pratesi e Tassi: Guida alla natura della Sicilia, Milano 1974, p. 21 ss.
[5]) Luigi Mauceri: Notizie su alcune tombe  .. scoperte fra Licata e Racalmuto, in Ann. Inst. Corr. Arch., 1880.
[6]) Presso l’Archivio Centrale dello Stato abbiamo rinvenuto la corrispondenza fra il Mauceri ed il Comm. G. Fiorelli di Roma “sulle antichissime tombe fra Licata  e Racalmuto nella provincia di Girgenti”. Il Mauceri risulta essere ingegnere e direttore  dell’Ufficio Centrale di Direzione in Caltanissetta delle Strade Ferrate Calabro-Sicule. (cfr. A.C.S. di Roma - Fondo:  ANTICHITA' E BELLE ARTI (AA. BB. AA.) 1° VERSAMENTO - BUSTA N.° 21 -
Fascicolo 40.5.2 ).
[7]Luigi Mauceri: Notizie su alcune tombe  .. scoperte fra Licata e Racalmuto, in Ann. Inst. Corr. Arch., 1880, pag. 17.
[8]Luigi Mauceri: op. cit. pag. 18.
[9]) Pietralonga, a dire il vero, non fa parte del territorio di Racalmuto ma del finitimo Castrofilippo.
[10]Vincenzo Tusa/Ernesto De Miro: Sicilia Occidentale.  - Roma 1983 - pag. 114.
[11]Vincenzo Tusa/Ernesto De Miro: Sicilia Occidentale.  - Roma 1983 - pag. 14.
[12]) A.C.S. di Roma - Fondo:  ANTICHITA' E BELLE ARTI (AA. BB. AA.) 1° VERSAMENTO - BUSTA N.° 21 -
Fascicolo 40.3.4 - (annotazioni interne: 1877 - 64-1-1 - Girgenti - Mattoni antichi con bolli, miniere solfuree).
[13]) NOTIZIE DEGLI SCAVI - Anno 1900, pagg. 659-60.
[14]) KOKALOS 1963, pp. 163-184.
[15]B. Pace, Arte e Civiltà, I pp. 393-4
Contra Omnia Racalmuto
...per mestiere spiego bene agli altri quello che per me non comprendo.
mercoledì 5 giugno 2013

SANTO MARINO di LEONARDO SCIASCIA
Per un atto di squisita cortesia del mio grande amico Jachino Farrauto - uomo colto saggio e ntegerrimo - mi sono trovato la copia del n. 60 dei quaderni di Galleria a cura di Leonardo Sciascia. Come in foto, si coglie l'importante saggio di Leonardo su questo pittore (oggi piuttosto sconosciuto) SANTO MARINO in edizioni Salvatore Sciascia. Il pregevolissimo scritto risulta - a scanso di equivoci - essere "proprietà letteraria dell'editore": come dire che né famiglia né acquirenti di diritti dalla famiglia abbiano alcunché a pretendere.
Con l'Adephi sono in rotta per le FAVOLE DELLA DITTATURA, con l'editore Sciascia non ci conosciamo neppure.
Ora tenterò di fare una mostra che accoppia le FAVOLE di Sciascia e le Tavole della dittatura di Agato Bruno.
Questi - pittore insigne di fama internazionale - ha dipinto tutte le favole sciasciane ispirandosi tra l'altro al codice estetico che Sciascia formula nel saggio sul Marino e che sta diventando la mia ossessione estetica.
Lì, Sciascia parla di una pittura che nasce da una "solitudine, una solitudine profonda" E questa cnseguita "restando in Sicilia, nel suo paese. Condizione uguale alla mia [di Sciascia]: e che qui costituisce l'unico titolo - di solidarietà, di simpatia, di amicizia - per cui io possa parlare di lui, delle sue cose".Tanta perifrasi per giungere a questo illuminante assioma. " l'opera di ogni artista vero, tanto più è segreta, esclusiva, da scoprire come nell'intimità e continuità di un coloquio, quanto più appare aperta e immediata". Come dire che solo "l'intimo segreto" che si irradia in ogni opera anche la più ingenua e scoperta, è la cifra di ogni vera opera d'arte.
Non so se Sciascia (editore) ha voglia di interessarsi a questa mia inziativa che avrà effettuazione nelle prossime feste in onore della Madonna del Monte di Racalmuto. Certo che anche un semplice gesto di patrocinio, anche il solo permesso di utilizzare il logo della Casa Editrice tornerebbe gradito.
Ma non sono certo il solito pitocco di fondi pubblici per importunare chicchessia.
Calogero Taverna - presidente della ASSOCIAZIONE LIBERA "RACALMUTO DOMANI".

giovedì 7 luglio 2016

Te
Quel che rinvenne mio fratello l'ing. Angelo Taverna è questo libricino che porta il n. 31 come foglio finale.

E' un esemplare unico di stretta proprietà di mia cognata che non desidera farne diffusione alcuna- Il solito attuale assessore alla cultura tal Salvatore Picone ebbe tra le mani le fotocopie che avevo date a padre Mattina Giammeria. Si tratta delle Coroncine in numero di 23, da pag. 25 a pag. 31. Il Picone (d'accordo con padre Mattina?) qualche anno fa imbastisce una sorta di seguito del volumetto edito da Malgrado Tutto d
nel 2003 e vi infila le mie vecchie fotocopie, quelle date al Rettore delMonte. Scorrettezza su scorretteza afferma che si tratta di foto tratte da un volumetto del 1764 di proprietà del suo referente, l'ing. Angelo Cutaia. Abbiamo cercato di ottenerne le debite rettifiche. Invano. Intanto credo quel testo venga smerciato senza autorizzazione dell'unica vera proprietaria.   

La foto della copertina che qui pubblichiamo è pressoché illeggibile. Ne facciamo la trascrizione a dimostrazione dell'autenticità della fonte.
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SAGRA
NOVELLA E CORONELLA
DELLE SETTE ALLEGREZZE
IN ONORE
DELLA NOSTRA SIGNORA
M A R I A
V E R G I N E
S O T T O
Il prodigiosissimo titolo del Monte, Avvocata
e Protettrice dell'Alma Fedelissima di
Racalmuto
C O M P O S T E
DAL P. F. EMMANUELLO MARIA
C A T A L A N O T T O
Agostiniano della Congregazione di Sicilia, e
dedicate all'alto incomparabile merito
D E L L A   S I G N O R A
D. RAFFAELLA MARIA
G A E T A N I,  E  B U G L I O
Duchessa Gaetani, e Contessa di Racalmuto ec. ec.

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IN PALERMO MDCCLXIV.
Nella Stamperia di Giuseppe Gramignani
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Con Licenza de' Superiori- 


Il testo del Catalanotto era ben presente al Caruselli che dichiarando spregevoli i versi dell'Agostiniano pensò bene stravolgerne lingua e contenuto. Invero, secondo il padre Morreale,  la romanzata versione della venuta della Madonna a Racalmuto precede  il Caruselli. Già mons. Lo Jacono aveva elaborato ed approvato la "lezione VI dell'ufficio liturgico in onore della Madonna del Monte"- Il Pitrè parla di questa faccenda mariana racalmutese e ci precisa che "nel 1854 un sacerdote di Lucca di Sicilia P. Bonaventura Caruselli  minore osservante , dolente che la sacra azione [quella del Catalanotto, presumiamo] prendesse forma di un baccanale , volle scrivere e pubblicare un dramma da sostituirsi annualmente a quello scomposto spettacolo- 'Sin da tempo immemorabile, egli dice, usavano i suoi abitanti nella festa della Madonna recitare in pubblico alcuni così detti versi, allusivi della venuta miracolosa di Maria del Monte. Or essendo la cerimonia poco imponente, perché per essere la composizione malissimamente costrutta, s'eseguiva da gente volgare. Né potendosi togliere simile costume, ho voluto renderlo più dignitoso con un componimento più regolare' "
Il Pitrè comunque alla fine trancia un giudizio che è una stroncatura. "E' opera pocomeno che mediocre".
Sarà per questo che sotto il regime di Eugenio Napoleone Messana vien fuori una successiva rielaborazione con l'invenzione di personaggi improbabili dai nomi addirittura meneghini.

Il Pitrè incontrò il Caruselli; ci racconta: "ho conosciuto il Caruselli negli ultimi mesi della sua vita, malato di cuore. Egli avrebbe potuto fornirmi notizie dello spettacolo antico di Racalmuto, ma ne disprezzava l'apparato e la poesia e per il suo male parlava a fatica."

Ed ecco la straordinaria importanza del rinvenimento da parte di mio fratello e non certo dell'ing. Cutaia, dell'unica copia di quel dramma sacro. Ne conosciamo l'autore, il padre agostiniano P. F. Emmanuello Maria Catalanotto: i disprezzati versi da parte del francescano Caruselli hanno l'afrore del nostro bel dialetto (a parte certe intelocuzioni non nostrane) e tra il pessimo dramma sacro del Caruselli in estranea lingua toscana preferiamo questo siculo cantalenare del Catalanotto. Questi è bene ammanigliato con i Caetani e Buglio che per un secolo sia pure con l'inganno di una serva (Paola Macaluso) furono i nostri riconosciuti Conti, checché ne scrivono certi pseudo storici delvolumetto edito  di Malgrado Tutto nel 2003-
 Che dire della versione che con tanto dispendio di soldi  a carico di questo dissanguato Comune, in atto in mano a comunisti revisionisti, si recita sul palcoscenico della Piazzetta la seconda domenica di Luglio? Sarebbe meglio tornare alla versione Caruselli che almeno ha qualche effluvio vetusto e ci risparmieremmo versi dissennati in malaccorta lingua, diseducativi per giunta.

Calogero Taverna

Ercole del Carretto e la Madonna del Monte

Ercole del Carretto e la Madonna del Monte



Il testamento ci svela come Ercole del Carretto abbia sposato in prime nozze la citata Marchisa madre del primogenito Giovanni III. Ercole contrasse sicuramente altre nozze ma non ne sappiamo nulla.  Di quale madre fosse, ad esempio il terribile Paolo del Carretto, non è dato sapere. Abbiamo un inghippo che non è facile districare. Alcuni testi dichiarano Giovanni III del Carretto figlio unico di Ercole (vedi testimonianza del Tudisco così come del Calderone), ma nel testamento del Quaglia questo aspetto viene glissato. Supposizioni se ne possono fare tante, ma il dubbio resta. Ed allora va creduta la rutilante storia che il Di Giovanni ci fornisce, oltre un secolo dopo, nella rinomata Palermo restaurata? Siamo propensi per l’ipotesi affermativa. Va qui allora ricordato che nel 1630 circa quello strano personaggio che fu il cavaliere Di Giovanni  scrisse per sé secentesche memorie che oggi sono una miniera di notizie. Discendente per via laterale dai del Carretto e addirittura da Ercole del Carretto - almeno a suo dire - confezionò un racconto truculento in cui non è facile distinguere il loglio dal grano. Investe la Racalmuto dei primi del ‘Cinquecento e noi non possiamo esimerci dal reiterare quel racconto, quanto bizzarro ed inventato Dio solo sa.
«Nel tempo che fu Lotrecco [Lautrec] a Napoli successe in Sicilia lo caso di Barresi, il qual si nota dopo quel di Sciacca. E fu il predetto caso, che essendo nella città di Castronovo D. Paolo Carretto, mio avo paterno, uomo di gran valore, e avendo differenza con uno di casa Barresi, gli diede il Carretto uno schiaffo; onde ne successe fra loro gravissima inimicizia, in modo che la città si ridusse a parte.

Un giorno volle il Carretto andar a visitare suo fratello D. Ercole, signor di Racalmuto, e vi andò con 25 cavalli. Ma saputo ciò per le spie da’ nemici, lo assaltâro alla piana di santo Pietro. Vide egli da lungi venire i nemici; e potendosi salvare nella chiesa di santo Pietro, gli parve viltà, e si risolse piuttosto morire, che far gesto di sé indegno. Si venne tra loro alle mani; ché animosamente il Carretto investì, e ne morsero dall’una e dall’altra parte.

Ma il Carretto, investendo il suo nemico, era con un pugnale a levargli la vita, avendolo preso per il petto, quando uno de’ compagni con una saetta lo percosse in fronte e lo mandò morto a terra.
Satisfatti perciò i nemici, attesero a salvarsi, e se ne andâro alle guerre del Trecco [Lautrec] a servire Sua Maestà, perché erano due fratelli; e gli successe in una giornata di adoperarsi valorosamente sotto la condotta del conte Borrello, figlio del viceré, perché mantennero un ponte tutti e due, tanto quanto gli arrivasse il soccorso; dal che si evitò gran danno, che poteva succedere agl’Imperiali.
Del che fattosene relazione a Sua Maestà, spedita la guerra, fûro i predetti due fratelli indultati in vita, e fûro fatti capitani d’armi per il regno.

Sentì gravemente il successo D. Giovanni Carretto, nepote del predetto D. Paolo; e più per vedersi i nemici, in quel momento favoriti, stargli innante gli occhi, e perché era di gran valore e chimera, procurò quello, che non avea procurato il padre D. Ercole.

In quel tempo era nella città di Naro Enrico Giacchetto, uomo valorosissimo e potente, consobrino di mia ava paterna, il quale, per avere inimicizia con il barone di Camastra, anco della città di Naro, manteneva a sue spese cento cavalli, ordinariamente di gente scelta e valorosa, con li quali faceva allo  spesso gesti eroici e singolari. Di costui ne temeva tutto il regno.
D. Giovanni del Carretto, figlio del predetto D. Ercole, si fé chiamare il predetto Enrico, che gli era amicissimo, a cui conferì il suo pensiero, e lo richiese che si volesse adoperare per lui in satisfarlo di quell’oltraggio.
Gli promise buona opera Enrico; e perché si sentiva che i Barresi si volevano levar le mogli e le case da Castronovo, e portarsele alla città di Termine, li appostò Enrico con quaranta cavalli, e, venendo quelli a passare per il fundaco delle Fiaccate, per quel cammino assaltò i predetti fratelli con molta compagnia. I quali non prima si videro Enrico addosso, che sbigottiti si posero a fuggire, e furono finalmente giunti, presi ed uccisi.
E se ne presero le teste, che furono portate al predetto D. Giovanni, il quale, benché prevedesse gran travagli di giustizia, ne fu pure assai satisfatto e contento; tanto si estimava l’onore in quei tempi.

N’ebbe al fine gran travagli: ma col tempo ne riuscì con vittoria, grandissimo onore e reputazione.»
“Più solidità e più stabilità” Eugenio Napoleone Messana (op. cit. pag. 95) pensa che possa avere il suo congetturare sulla genisi della saga della Madonna del Monte, quale trasfigurazione dei fatti sopra narrati. Francamente non ce la sentiamo di seguirlo. Non siamo neppure certi, come si è visto, che Paolo del Carretto fosse racalmutese e fosse davvero figlio del barone Ercole.
 Probabile invece che una volta conosciuta la tresca di Paolo, Ercole e Giovanni del Carretto, nelle prime decadi del Seicento, abbia preso corpo a Racalmuto la sublimazione della vetusta e pia memoria  della “venuta” di quella adoratissima immagine marmorea della Madonna del Monte.
Il canto popolare che la prof.ssa Isabella Martorana ha saputo recuperare dalla viva voce delle locali vecchiette non è coevo certo alla venuta della Madonna del Monte, ma ha insiti spunti storici che sia pure postumi meglio rispecchiano la genesi della saga. Venuta da Trapani - più verosimile che si fosse parlato di Punta Piccola - , “intranno a Racarmuto pi la via/ vonzi ristari cca la gran Signura”, sono scisti con qualche valenza storica. Ma visto che “a lu conti cci arrivà mmasciata”, il riferimento è decisamente postumo, databile dopo il declinare del XVI secolo. Il carme dialettale, bello esteticamente, lascia nelle brume anch’esso l’origine della pia tradizione del miracoloso evento della Madonna del Monte che sceglie la sua dimora nel nostro paese, in cima alla panoramica altura della omonima chiesa.

venerdì 4 marzo 2016




L’ARCHEOLOGIA DI …. REGALPETRA






Sull’archeologia di Racalmuto (l’archeologia di Regalpetra) tanto ormai si è scritto, tanti vincoli sono stati apposti (magari in località sbagliate, magari invertendo le particelle catastali interessate), frettolose ricoperture (ma non tanto da evitare le spoliazioni dei tombaroli) di affioramenti di arcosoli (confusamente designati come databili nel periodo “greco-romano-bizantino” – come dire in mille e cento anni con in mezzo la nascita di Cristo) si sono impunemente potute perpetrare, e così via di seguito in un cahier de doléances chissà quanto lungo.




Ma il desolante risultato è quello di una Racalmuto archeologica ignota alla scienza e solo appiglio a locali eruditi (compreso chi parla) per congetture le più sballate e le più cervellotiche che si possano immaginare: e dire che questo centro dell’omonimo altipiano può considerarsi un archivio del vivere dei sicani (molto di più della vicina e reclamizzata Milena), uno scrigno di testimonianze micenee, greche, romane, bizantine ed proto arabe. Ora l’ing. Cutaia dimostra inconfutabilmente che la ceramica araba normanna era di casa a Garamoli. Il sottoscritto è certo della presenza di ceramica protoaraba sotto le torri del Castello Chiaramontano. Il padre Cipolla - su cui ci intratterrà per la prima volta in modo serio lo scrittore compaesano Pierino Carbone – ha rinvenuto nell’atrio del Castello un sorcofago romano del IV secolo dopo Cristo ed un coperchio bizantino di un sarcofago coevo evidentemente ancora non rinvenuto.: segni evidenti di un continuum cimiteriale romano-bizantino nei prati poi edificati da Giovanni III del Carretto ultimo barone di Racalmuto (ante 1560).




Sempre, chi parla, per la sua passionaccia per l’antico Racalmuto, ha scoperto una necropoli bizantina al confine tra Vircico ed il Ferraro. Una strana tomba, a mezzo tra la tomba sicana tipo Fra Ddecu e quella a tholos d’influenza micenea, resta negletta in contrada Ciaula: zona quest’ultima di discarica comunale pur annoverando nel raggio di 500 metri questa testimonianza pre-micenea, vecchie miniere di zolfo abbandonate ove si rinvennero nell’Ottocento quelle Tabulae o Tegulae sulphuris che non diedero gloria al rinvenitore avv. Picone (ma al già illustre Mommsen, sì) e un magnifico esemplare di mulino ad acqua, operante già nel 1576, capolavoro di ingegneria idrualica.


Le tombe a tholos disseminate alla Noce sono state fagocitate dalle casine dei nuovi ricchi o dei nuovi portenti letterari; i ruderi romani della Menta e di Culmitella volatilizzati; i manufatti arabi di Musciarà (contrada Culmitella) deperiscono ignoti e maltrattati; le varie necropoli sicane del Castelluccio, del Serrone, del Saraceno, della Scorrimento Veloce sparite (c’è chi dice perché dopo i bulldozer arrivano camion targati RM e partono – si sussurra - per ripostigli di primari ultra locupletatisi); una razzia postbellica di reperti funerari di Grotticelle, Judì, Casaliviecchi, Ruviettu, Sirruni servirono ad una indebita assoluzione di sequestratori di persone, data la passione per le antichità di un piccolo giudice aliunde, poi, osannato; apposto un vincolo archeologico di primo grado alle Grotte di Fra Ddecu, invece di segnare per il vincolo le particelle catastali a valle (ove il sig. Palumbo reputa vi sia una frequentazione umana sicana, quindi sicano-micenea, quindi greca, e poi romana, bizantina ed araba), si vanno a segnare quelle a monte, archeologicamente neutre, danneggiando gente e terre sterili di reperti ma valide per l’agricoltura; una fontana araba dell’anno Mille al Vozzaro si è potuta salvare solo per la intrusione del meritevole Giacomino Lombardo, ma dopo rapaci coltivatori diretti stanno rastremando l’area circostante per improbabili coltivazioni agrarie – ma la Cee ci crede; le colture d’alabastro stanno tutte sparendo perché al contempo occorre dimostrare aree sconfinate produttive all’ex AIMA; chi autorizza lo spietramento non sa che autorizza il non archeologicamente sterili ma perché si tratta delle zone nobili del paese (il comunismo sarà crollato, ma lo sfruttamento delle classi ingenue continua e l’eccezione per chi è di riguardo pure); in cambio i BB.CC di Agrigento ci tengono vincolata la contrada di Pietralonga (che non sta a Racalmuto ma a Castrofilippo; e così godiamo di libertà edilizia noi ed i castrufilippisi).




Ma abbiamo da lamentarci soprattutto perché ancora una lira dello sperperatissimo denaro pubblico deve essere erogata per la ricerca archeologica a Racalmuto. Se l’ENEL, che costruisce ad onta del diniego della Commissione edilizia racalmutese addirittura allato delle Grotticelle che Biagio Pace considerava un ipogeo cristiano, mette a nudo tesori dell’era bizantina e qualche incauto fa la debita denuncia, il risultato è stato che l’incauto si è vista bloccata la sua costruzione, e i ruderi – molto residui, sono stati risotterrati con la speciosa argomentazione che non vi sono fondi (leggere per credere l’intervista della Fiorentini a Malgradotutto).


Quando la giovane e valentissima e molto proba nuova Vice Soprindentente, dott. Musumeci, sensibilizzata da più parti, ebbe ad includere per la prima volta (sottolineiamo: prima volta) Racalmuto nel piano delle località in cui iniziare scavi ufficiali, ebbene l’assessore regionale di A.N. Granata ha denegato i miserelli cento milioni per incapienza di fondi (ma bastava una piccola scrostatina alle miliardarie erogazioni ai comuni amici) e per ritardo nei termini di presentazione (ammazza dove arriva il potere dei burocrati!)


Scriveva il grande storico racalmutese Raffaele Grillo nel 1935 nella rivista «Bollettino dell’istituto storico e di cultura dell’arma del Genio» Roma Anno I n. 2, agosto 1935 – XIII, pag. 51:


«Un dotto e studioso, Pietro Mantia, racalmutese, ha rinvenuto in contrada Roccarossa interessanti materiali neolitici. La notizia di questo rinvenimento, mi è stata comunicata dal sansepolcrista comm. Avv. Giuseppe Pedalino che pubblicamente ringrazio.» Che ne è stata di quella contrada? Un selvaggio sfruttamento del pietrisco l’ha ormai totalmente rastremata. Il generale in camicia nera si guardò bene dall’intervenire; il sansepolcrista aveva a cuore solo le chiesuole del Paese. Già le chiese? Mi si obietterà che tantissimi fondi comunitari et similia sono stati profusi per la ricostruzione cadente delle chiese. E’ vero! Francamente però avremmo desiderato che a S. Maria si lasciasse intatta, se non si era capaci di decifrarla, l’esoterica e demoniaca invettiva in versi che vi era e che noi abbiamo filmato a futura memoria 13 anni fa; che a S. Anna si salvaguardassero le sepolture dei miei  antenati e di quasi tutti i racalmutesi DOC; che le “carnarie di lusso” di pietro d’Asaro, di lu parrinu Agrò ed altri di cui sappiamo dai Rolli della Matrice venisse non profanate e conservato anziché venire ricoperte di cemento; che si salvaguardasse la «coniuncta et collegata” ecclesia canonicale di S. Margherita (che il pio sacerdote e vicario foraneo don Bondì aveva bene restaurata nel 1608); e soprattutto che si recuperasse la storica cappella palatina dei carretteschi a lu Cannuni (appunto).






Per fortuna abbiamo un signore di Barcellona Pozzo di Gotto, ma sposato felicemente con una racalmutese DOC che ha a cuore le sorti degli antichissimi sicani di casa nostra. Attorno al 1995 ebbe a portare alla caserma dei carabinieri una “fazzolettata” di reperti; ne ebbe copia del verbale di consegna (purtroppo andata smarrita); di quei reperti oggi nessuno sa più nulla.


Ma in seguito il Calderone ha avuto la ventura di immettersi in un profluvio di materiale archeologico che trattori e bulldozer andavano scompaginando: ne ha fatto una diligente ed approfondita silloge e ha consegnato il tutto ai BB.CC:


Eccone, in appendice l’inventario. Possiamo considerare Orazio Calderone di Barcellona Pozzo di Gotto il padre dell’archeologia racalmutese, che – ne siamo certissimi assurgerà a rilevanza platenaria per quanto ha tratto con i sicani, i sicani.micenei, e dopo  i bizantini.


Per questi ultimi Racalmuto ha interessato moltissimo il più grande bizantinista, il francese André Guillou: il tesoretto trovato in località montagna in un fondo bene individuato rivelava effigie di imperatori bizantini.    Quelle monete ora giacciono, confuse e nascoste, nell’eternamente chiusa Sala IX (Antonino Salinas) del Museo di Agrigento. Ai racalmutesi – salvo che non siano racomandatissimi – non è dato di vedere le monete dei loro antenati racalmutesi. Al Comune non sono state fornite neppure le fotografie. Ma il Comune le ha mai chieste? Ne sa forse qualcosa?


Nel 1879 l’ing. Delle ferrovie di Caltanissetta riusciva a salvare alcuni reperti sicani rinvenuti a Racalmuto (in contrada Pietralonga, dice impropriamente). Ebbe ad inviarli ad un precisato Museo ed oggi non si è più in condizione di ritrovarli.


Dovrà finire così con i reperto del Calderone? Riusciremo a convincere i BB.CC. che è meglio custodirli in Antiquarium già disponibili quali sono gli ultra idonei locali della Fondazione? Non mi si venga a dire che tutti i fondi spesi per la Centrale, quelli (120/milioni) erogati per la gestione (a quanto pare consistente solo in un lauto stipendio ad un Vice-bibliotecario straniero il cui unico merito non vorremmo che fosse la sua agnazione magistratuale), devono servire solo al mesto cerimoniale di una cattedrale nel deserto, un silente mausoleo al più grande figlio di Racalmuto.




Grande è il valore scientifico dei reperti del Calderone:


Noi non ce ne intendiamo, ma che a S. Bartolomeo-Garamoli vi siano 4 pestelli della cultura Pantalica Nord significa che siamo attorno al tardo XIII-IX secolo  , in epoca quindi di comprovata presenza micenea. Cade la mia ipotesi che i sicani dopo il XIII secolo si potessero essere ritirani nelle montagne interne per paura delle genti di mare: resta invece comprovata la mia tesi alternativa e cioè che le caratteristiche tombe a tholos, pur esistenti, fossero state manomesse fino a renderle irriconoscibili. Invero sappiamo che talune di codeste tombe esistenti nei dintorni sono state fagocitate, come insinuato in esordio. Se il Calderone dovesse avere ragione circa l’appartenenza della rinvenuta amgdaloide alla cultura campignana, allora bisogna retrodatare all’epoca neolitica la presenza umana organizzata nella zona più esposta del nostro paese. Il peso da telaio greco si aggiunge alle tante monete, ai tanti pegasi, (ai cavalli alati superdotati per intendersi dell’avv. Burruano) che tutti sappiamo molto presenti nelle finitime zone dei nobili, non toccate incomprensibilmente da vincoli archeologici.


Ma è alla Grotta di Fra Ddecu che troviamo di più e di meglio: vi sono reperti in ossidiana. Questo è di grande rilevanza archeologica; l’ossidiana – che giustamente il Calderone reputa di proveniente da Pantelleria e non dalla solita Lipari, comprova un assetto civile e commerciale dei nostri primitivissimi antenati davvero ragguardevole. Materia di studio dunque da rendere l’auspicato Antiquarium alla Fondazione una palestra di studio, un centro d’alta cultura, una grande possibilità di lavoro specializzato ai tantissimi laureati e diplomati racalmutesi che stanno a passeggiare (ciò evidentemente se per non essere “campanilisti” i nostri amministratori non pensino di assumere ‘stranieri’ magari di Enna). I falli fittili poi - diciamo sconciamente - attestano il culto della virilità che a Racalmuto è stato sempre imperante, senza obnubilamenti pervertiti.


Da questo convegno verrà fuori una sensibilizzazione dei nostri politici, di quelli regionali, di quelli provinciali e delle Autorità tutte – specie quelle di settore – ad essere tanto illuminati da comprare fra Ddecu, anche se lo chiede il consigliere Mulé; da accordare alla Soprindendenza un fondo adeguato anche per la negletta Racalmuto che è poi quello di Sciascia, nome di cui la Regione tanto si avvale per chiedere ed ottenere; da pensare a parchi letterari intestati a Sciascia ma per fiinanziamenti alla patria di Sciascia e non ad avvenenti attrici nissene?


Interrogativi ai quali siamo sicuri si daranno risposte positive. E questo auspicio è  anche la nostra conclusione.