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venerdì 22 febbraio 2013

Perché onorare Sciascia al Circolo Unione se costui non amò il circolo unione?


So che ormai le mie ricerche microstoriche sono obsolete. Mi libero di un fardello fastidioso. Posso passare ad altro. Solo che chi mi supera deve essere stato almeno capace di decifrare queste pergamente vaticane che la dicono lunga sulla storia medievale racalmutese,sul Castello e sul Castelluccio.. Debbono sapere di paleografia, debbono avere il polso della storia d’Europa di quel tempo, dottissimi del ritorno da Avignone dei papi, dicono per le battaglie di Santa Caterina da Siena.


Detto questo, passo al circolo unione. Fottendosene delle mie ricerche nell’archivio parrocchiale della matrice anche là si blatera su un diacono di tenace concetto, mai stato a Racalmuto. A Racalmuto c’era solo un buon clericus  pare non sposato vissuto ben oltre la morte di quello che dicono diacono e che chiamano fra Diego La Matina. Dicono che lo fanno per onorare Sciascia.

Che motivo ha il mio circolo unione di onorare Sciascia? Questi in sincerità scriveva quel che riporto in foto. Forse diceva la verità, ma appunto per questo siccome la verità offende come tra i più anziani soci del Circolo mi sento offeso e non ho voglia di onorare chi mi offende, dicendo magari la verità.

Era il periodo in cui Sciascia scriveva:  Quando saremo lontani da questo piccolo paese in cui siamo nati e viviamo … [dalle] cose che oggi ci circondano e mortalmente ci annoiano – d[a] queste queste povere case amucchaite, d[a]  queste persone che ogni giorno incontriamo [come dire al circolo unione] il nostro ricordo riuscirà  forse a comporre una di quelle infantili e amorevoli costruzioni in cui i cubetti di legno e le figurine di coccio hanno affettuosa armonia.

Signori miei Sciascia non amava Racalmuto, aveva in dispetto l'amico famoso della mosca nel piatto,aveva tedio per il circolo unione.
Queste cose non voleva per testamento che venissero rese note, ma gli eredi disubbidirono ,pronubo Adelphi ,con il testo postumo Il Fuoco nel mare: quegli eredi che non sentirono neppure il dovere di saldare il debito sociale con il circolo unione che arbitrariamente condonò.

Perché onorare chi non ti amava?
Ma se gli onori nulla costano al circolo transeat, ma se trovo a fine anno come dire spese non inerenti dirò che si addebitino a chi questo danno (evasione per il Fisco) ha procurato.

venerdì 8 febbraio 2013

E lì Sciascia non c'era.



Oggi ho finalmente visto la mostra su GUTTUSO: è agli sgoccioli; per fortuna pochi visitatori; chiassoso solo un gruppo di terzetisti (l'università della terza età). Questi vecchi e soprattutto queste vecchie sono indisponenti nelle vesti di scolaretti delle elementari (sia pure dell'arte).
Il quadro - 1972 - mi ha commosso: si vede proprio che cuore arido non sono. In autobus strillavo con la mia annuente consorte (i suoi parenti sono tutti di destra). Ma vedi cosa ha creato l'idea egualitaria comunista! che civilà, persino che compostezza di fronte alla morte anche del Migliore.
E lì Sciascia non c'era.



venerdì 1 febbraio 2013

Guai a Racalmuto......... abbia o non abbia bisogno di eroi






Da Calogero Taverna "Racalmuto nei millenni" pag . 195


( il) Genio racalmutese sillabò che il senso di quella vita era una lontananza “dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione”. Una Racalmuto né libera né giusta; una Racalmuto nel grembo della follia, dunque. Altro che paese della ragione; sbagliano certi disattenti quando vorrebbero far credere che Sciascia credesse in una Regalpetra dimora di chissà quale dea loica.

Né ammaliati da sopraffine galassie delle paesane rimembranze e neppure inceppati da voglie campanilistiche di vicenduole congetturate a maggior gloria del paese del sale e dello zolfo abbiamo voglia di cogliere davvero molti di quegli sprazzi di inconsueta intelligenza di cui (lo affermiamo senza tema di smentita) è ricca Racalmuto e non abbiamo pudori nel far riaffiorare le propensioni al crimine, al delitto, all’omicidio, alle perversioni, all’usura, agli illeciti arricchimenti, alla pravità insomma di un paese solfifero, atto a trasformare quella bionda materia prima in micidiale polvere da sparo; perché ciò si addice ad una comunità di uomini né angeli né demoni, ma un po’ dell’una un po’ dell’altra natura; di un popolo che non avendo mai avuto bisogno di eroi (per non avere guai) di guai ne ha avuti tanti per non avere mai avuto bisogno di eroi.


venerdì 28 dicembre 2012

Racalmuto non è mafiosa, parola di Leonardo SCIASCIA

 Signora Ministra
 Ecco cosa disse sulla mafia di RACALMUTO il morente Sciascia. Lei asserisce di essere una devota del grande scrittore Racalmutese. Ha mai letto in FUOCO ALL'ANIMA questa savia pagina di diffidenza contro i teorici dell'antimafia? Giunta ormai all'epilogo della sua carriera governativa perché non compie un atto di resipiscenza e restituisce ai ludi democratici questo meraviglioso incorrotto paese di Racalmuto? Qualche crimine, passate faide non dovrebbero cedere il posto alle innocenze della presente ora?

mercoledì 12 dicembre 2012

Sciascia, Guttuso e Infantino


Infantino tenore ormai in declino si mette a comporre musica. Mette sostanzialmente nel pentagramma serenate, canzoni e canti sacri racalmutesi. Li vuol pubblicare: si fa rilasciare una presentazione dal suo amico e coetaneo Leonardo Sciascia. Eccola: mirabile, una delle più belle pagine del grande Racalmutese che mi sia capitato di leggere. Inoltre ottiene non si sa come questa splendida composizione pittorica di Guttuso per la copertita dei suoi spartiti. Sciascia e Infantino in sodalizio all'epoca con il grande Renato Guttuso di Bagheria. Poi non sarà più così. Ma noi gustiamoci qui questo  sublime binomio: Guttuso-Sciascia, i figli di Bagheria e Racalmuto, due paesi oggi tacciati di tante infamie mafiose.

Messaggio a Ferdinando Imposimato


Ho osato scrivere questo messaggio all'ex giudice Ferdinando Imposimato: non dico che mi aspettassi una  esaustiva udienza, ma almeno un cenno cortese che avrei tanto gradito. Nulla.
 I grandi uomini parlano e non ascoltano. Credono persino che così salvaguardino il loro alato prestigio.

Calogero Taverna

E' un vero peccato che con Lei non si possa qui dialogare. Noblesse oblige! Certo a distanza di oltre trentadue anni mi piacerebbe avere un colloquio con Lei circa quell'interrogatorio - non troppo formale - che mi impose nei sotterranei dell'EUR. Riguardava il caso Sindona. Ella fu con me un gran signore. Non lo fu invece Falcone con Sciascia per identico episodio. Sciascia si spaventò troppo; la minaccia di imputazione non tanto di falsa testimonianza quanto di contiguità con la mafia, lo intimorì tanto da fargli scemare le difese immunitarie e morire quindi di leucemia (per quel che ne so). Sto oggi scrivendo e parlando in eccesso per dimostrare che la magistratura (Colombo in testa) nulla capì delle banche milanesi (io ne ispezionai una) che molto giornalisticamente si chiamarono le Banche di Sindona. Vicende come quella di Fazio ripropongono il problema sia pure a condanne rovesciate.

domenica 11 novembre 2012

Crisalide




Se un albero no un arbusto quaggiù, una luna no il sole lassù e la farfalla argentea aurea e nera lascia nella mano prensile dell'uomo neghittoso e vacuo la sua policroma polvere, se dopo la farfalla vola cosa rimane all'attonito bipide? Il fastidio dello spolverio. Sensi reconditi? Nessuno e tanti. Svolazzo di una fantasia nata tra il Monte e la Piazzetta, in una Racalmuto ancora sgomenta per una guerra insana ma appena trascorsa. Poesia o vacuo artificio "rondista"? Vi è la farfalla ma è ancora quasi crisalide. Possiamo citare Sciascia? pare di no per un maledetto imbroglio di laica simonia. Ma Agato Bruno ignora, si ispira e dipinge. Per la nostra delizia, questo è sicuro.

domenica 4 novembre 2012

REMEO QUATTRO



Mando questa nota sapendo pur bene che finisce inesorabilmente nel cestino. Come tante altre mie. Non me ne adonto. La coincidentia oppositorum può scattare una sola volta. La seconda è stucchevole; la terza è irriguardosa. Cosa posso valere io – e mia moglie ride quando faccio critica d’arte, sapendomi daltonico all’eccesso? Cosa posso contrappore al validissimo prof. Cipolla in materia di arte, di figuratismo, di cromatismo, di pittura alla Guttuso? Nulla. Eppure non mi nego l’uzzolo di un piccolo dissenso. Guttuso nasce e cresce sotto il fascismo; Croce, pur in sospetto di antitetico liberalismo, regge e governa l’estetica del momento. Già, l’arte per l’arte. Trasborda Guttuso nel postfascismo. Schizzi, grafici, secchezze stilistiche. Sembra del tutto affine ad un ipotattico ma desolato Sciascia. Ma quella di Guttuso è solo un istante di disorientamento. Mattioli, da banchiere che sfotte la liquidità bancaria in greco, salva, pubblica e lancia Gramsci. L’estetica italiana traballa. Viene György Lukács  e chissà quale realismo vuole imporci. Non quello sovietico. Questo è il paese del sole, della luce, della poesia, del colore: quello più vivido, quello più accecante; quello mediterraneo; quello dei fichidindia, quello della Vucceria o quello più complesso del dopo, dei funerali, delle cornici pieni di mostri bagarioti a proteggere figure, composizioni, complessità rappresentative. E poi quel di dietro di una neo contessa che ossessiona; ed una lascivia di caprone che vuole aggredire la sua preda femminile e aggredirla dal retrostante. C’è una via italiana al socialismo; può esserci uno stradone per una divampante pittura italiana che può conciliarsi con un seggio in Via delle Botteghe Oscure.
E Sciascia? Quello di Galleria che chiosa il pauperismo pittorico di un Marino? Che di Guttuso ricorda certi abbozzi per un Vittorini in vena di conversare con depressi piccoli siciliani o con falsi grandi Lombardi. Scrive Sciascia al nostro ineffabile Cacciato – in cerca di alata critica – che lui non si intende di arte, non capisce la grande pittura, i neroidi gli sembrano minchionerie da analfabeti (ed un po’ razziste). Lui è fermo alle xilografie, alle acqueforti, alle acquetinte a quelle cose piuttosto opache che può lasciare – tutte – alla divisata fondazione che per scaramanzia non vorrebbe a suo nome, al limite a quello di un suo simile, un altro eretico di quel di Racalmuto: un diacono mandato all’inferno dall’Inquisizione con pregustazione delle lacerazioni della umana combustione. E la storia politica? E’ cosa seria se dopo qualcosa rimordeva fino a qualche scritto che credo di aver letto sul fatto che non amava il Nostro il ripararsi dietro l’aver famiglia: ed era atroce rimbrotto per chi amico non era più. Ma in quel caso era Guttuso ad avere ragione! L’amore per la verità – quale verità poi? Quella di svelare segreti che potevano mettere a repentaglio il dovere di avere discreti rapporti con stati stranieri per uno Stato Civile quale l’Italia. Tutti possiamo sbagliare: quella volta sbagliò Sciascia. Un solo errore in una vita integerrima. Poco male!

Calogero Taverna

domenica 28 ottobre 2012

Historia brevis racalmuthensis : La lezione di Leonardo Sciascia e la storia del fascismo racalmutese.



1938 - Una corsa di avanguardisti per andare ad incoronare Maria SS. del Monte che non potendo aspirare ad essere la santa patrona di Racalmuto, la si dichiara Regina di Racalmuto - sottotitolo: Compatrona. Purtroppo lo scranno di Santa Patrona è occupato dal 1626 da Santa Rosalia per volontà della contessa di Racalmuto. Il fascismo a quell'epoca tollerava Vittorio EmanueleIII che stava cedendo alle leggi fasciste razziali. Un pizzico di monarchia Giuggiu Agrò - in prima fila - poteva accordarlo.



Scrive in Occhio di Capra,  Leonardo Sciascia: «Isola nell’isola, ...la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto.. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola: l’isola-vallo  .. dentro l’isola Sicilia, l’isola-provincia dentro l’isola-vallo, l’isola paese, dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia ...». I ricercatori di storia locale non si mostrano però tutti d’accordo. Annota, ad esempio, uno di loro: «Se il passo ha un valore metafisico, filosofico, di incomunicabilità esistenzialistica, non oso addentrarmici, ma se vuol essere nota storica su Racalmuto, ebbene mi pare proprio inattendibile. Racalmuto  è solo uno scisto della storia ma questa tutta quanta vi si riverbera.» ([1]) Così, quanto a storia fascista, ci pare che bisogna dar proprio ragione più ai locali ricercatori che a Sciascia.
Leonardo Sciascia, qualche sapida nota sul fascismo racalmutese, qua e là, ce la fornisce. Affermatosi come scrittore alla fine degli anni cinquanta, si professa antifascista ed il suo rievocare non è quindi contrassegnato da obiettività. Bisogna depurare, ma alla fine un nucleo di verità emerge, e a dire il vero molto di più.
Qualche volta accenna al consenso delle masse al fascismo e può cogliersi un aggancio a Racalmuto, ove trascorse infanzia e giovinezza ed ebbe a frequentare  con devozione quasi filiale la famiglia di una sua zia materna, famiglia di spicco nel fascismo locale.
Si riferisce a Brancati ventenne, ma in sostanza anche a se stesso e quindi a Racalmuto, in questo passo molto efficace ([2]): «Nato nel 1907 ... aveva dodici anni al momento in cui Mussolini fondava i fasci (di combattimento: parola che è mancata, negli anni nostri, alla pur possibile resurrezione del fascismo, di un fascismo) e quindici quando i fasci marciavano su Roma; tra adolescenza e giovinezza visse, come noi tra infanzia e adolescenza, quello che lo storico chiama “gli anni del consenso”: un consenso che, pieno e fervido nella classe borghese (e specialmente nella piccola ed infima, poiché mai lo stipendio del travet, del questurino, del maestro di scuola, è stato come allora sufficiente in rapporto al bisogno e a quel tanto di superfluo - pochissimo - cui si poteva limitatamente accedere), arrivava alla classe operaia , cui la “carta del lavoro” aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto. E c’erano le parole, che dal Poeta erano passate al regime: eroiche, solenni, vibranti. E l’adunarsi, l’aggregarsi: insopprimibile istanza giovanile oggi d’altro squallore. E i riti. Tutto era allora fascismo, insomma, intorno ad un uomo di vent’anni. E perché un uomo di vent’anni cominciasse a non sentirsi fascista, a detestare quelle parole, quei riti, quella violenza, quella unanimità, occorreva insorgesse “una strana quanto benefica mancanza di  rispetto”: verso i padri, le madri, i parenti tutti, le autorità tutte, la scuola, il Poeta, la Chiesa. Sicché, paradossalmente, il guadagnare buona salute d’intelligenza, di giudizio, finiva col riscuotere una condizione di malattia: l’isolamento (alla mercé dei delatori, anche fisico), la solitudine, l’esilio»

Sui rapporti tra fascismo e mafia, pubblicava, in quei tempi, un articolo sul Corriere della Sera, destinato a suscitare un vespaio polemico, ancora oggi non sopito. Vi riecheggiano i precedenti moralismi a sfondo storico. Commentando un lavoro  di Christopher Duggan ([3]) «L’idea, - scrive Sciascia - e  il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo
prendesse forza: la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza  rivoluzionaria degli ex combattenti , dei giovani che dal partito nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo  trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali  e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero , un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi “risorgimentali” - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena dopo il delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco [arresto mai avvenuto, n.d.r.] (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese [invero Cucco fu riabilitato nel 1939 divenendo vicesegretario del PNF, subito dopo la caduta in disgrazia di Starace, n.d.r.] e promosse nei suoi ranghi. Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange “rivoluzionarie” per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - a garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine pubblico - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori, contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri [...]: che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione Mori, insostituibile elemento a consentire l’efficienza e l’efficacia del patto. [...] Rimasto inalterato il suo [di Mori] senso del dovere nei riguardi dello stato, che era ormai lo stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo, in cui il fascismo andava configurandosi, l’innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c’è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica) nascondeva anche il gioco di una fazione fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come “mafioso”. Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.)» ( [4])
Qualche giorno dopo (il 26 gennaio 1987, sempre sul Corriere della Sera), sull’onda della polemica con Scalfari e Pansa, Sciascia ha modo di aggiungere: «Respingere quello che con disprezzo viene chiamato “garantismo” - e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla Costituzione - come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. Non c’è dubbio che il fascismo poteva nell’immediato (e si può anche riconoscere che c’è riuscito) condurre una lotta alla mafia molto più efficace di quella che può condurre la democrazia: ma era appunto il fascismo, al cui potere - se messi alla stretta - alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere. Dico alcuni: poiché non soltanto per aver letto De Felice so del consenso dei più, ma per preciso e indelebile ricordo. Da ciò è venuta, in certe pagine di Brancati ([5]) la rappresentazione del mafioso buono, del mafioso di ragione - e cioè del mafioso antifascista.» ([6])
In altri tempi e con più serenità, con una sintassi meno labirintica - che stranamente emerge nei passi citati, segno forse del tormentato delinearsi del pensiero - Sciascia ragguagliava sull’epilogo del fascismo, scrivendo: «”avanti che cambia bandiera”! Questo era lo stato d’animo dei siciliani: l’attesa che “cambiasse bandiera”, nel senso di un rovesciamento della situazione interna. Tale rovesciamento era impensabile non avvenisse per il non delinearsi o per il realizzarsi di una vittoria anglo-americana. Così americani ed inglesi erano attesi; magari vagamente, che pur nutrendo la più grande fiducia per il colonnello Stevans, la voce di Palazzo Venezia manteneva una sua tenue ragnatela d’incanto. [ ... ] Quando [...] sirene e campane a martello annunciarono l’emergenza, la cosa apparve diversa. Dalla proclamazione dello stato di emergenza ha inizio quella che senza ironia e senza risentimento, ha tutti i caratteri di una kermesse. S’intende che cadenze tragiche non mancarono; che città e paesi interi assunsero un pietoso volto di morte sotto la violenza, spesso inutile e sciocca, dell’invasore. Ma un’aria di festa popolare accompagnò da Gela a Messina il cammino delle armate anglo-americane. Ci auguravamo allora fosse la kermesse della libertà. Forse lo era. Ma quel che dopo è accaduto, fino ad oggi, ci fa diversamente credere. Era la kermesse dei servi che finalmente si liberano da un padrone ed un altro ne attendono che sperano più largo, più generoso, più stupido. Era la festa che degnamente terminava un ventennio di diseducazione, di adorazione alla forza, di culto al proprio stomaco. Era giusto che la più balorda e cieca primogenitura che un capo abbia mai offerta ad un popolo, venisse dal popolo cambiata per una scatola di ‘ragione K’  dell’esercito nemico. [...] Eravamo al 14 luglio. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che gli americani arrivavano. Il podestà, l’arciprete e un interprete si avviarono ad incontrarli. La popolazione, in attesa, si preoccupò di bruciare, ciascuno nella propria casa, tessere, ritratti di Mussolini, opuscoli di propaganda. Dagli occhielli i distintivi scivolarono nelle fogne. [....] cinque soldati col lungo fucile abbassato sbucarono improvvisamente nella piazza, indecisi. Videro, davanti una porta semiaperta, qualche uomo in divisa; e si mossero sicuri. I carabinieri si trovarono puntati addosso i fucili senza ancora capire che gli americani erano finalmente arrivati. Le loro pistole penzolavano nelle mani di uno della pattuglia. Un applauso scoppiò. Una voce chiese sigarette; e il caporale americano tastò le tasche del brigadiere dei carabinieri, ne tirò un pacchetto di Africa e lo lanciò agli spettatori. Come in un salotto quando fiorisce una battuta di spirito, un senso di amenità si diffuse al gesto del caporale. La festa era cominciata. Da tutte le strade la popolazione affluiva. Non si sa come, ‘cannate’ di vino passate di mano in mano sorvolarono la folla, bicchieri si arrubinarono, pieni e grondanti venivano offerti con dolce violenza alla pattuglia che li rifiutava. L’inglese degli emigranti sciamava goffo e servile intorno a quei cinque uomini stupefatti: tutti coloro che in America avevano guadagnato quel po’ di denaro che in patria era divenuto casa e podere, erano corsi come ad un appuntamento felice. Una enorme bandiera di seta lacera, la bandiera degli Stati Uniti, fu tolta di mano a quel prover’uomo che l’aveva tirata fuori: passò saldamente nelle mani di un altro che per caso, proprio in quei giorni, aveva lasciato le carceri regie. Fu allora il momento di pensare alle insegne della casa del  fascio. Tirate giù, furono accompagnate a calci per tutte le strade: e l’indomani si trovarono galleggianti dentro un abbeveratoio. Sembravano di bronzo, ma in realtà erano di latta. [...] Il segretario politico, il podestà, il maresciallo dei carabinieri furono l’indomani prelevati: e loro notizie giunsero alle famiglie, qualche mese dopo da Orano. In fondo nemmeno il segretario politico era quel che agli americani fu riferito su tutti e tre. Si può dire anzi che aveva una qualità che, in un gerarca, potrà sembrar strana al lettore: non era ladro. Ma qualcuno bisognava proprio mandarlo in galera, almeno per dare un segno dei tempi nuovi. Il fascismo lasciava una pingue eredità di spie di ladri di odio di diffidenza. Chi qualche giorno dopo si trovò a calcolarne un inventario, dovette proprio cominciarlo col cittadino che gli americani subito predilessero.» ([7])
A voler adattare la lezione sciasciana del fascismo alla storia locale di Racalmuto, potremmo rimarcare i seguenti aforismi e la relativa periodizzazione:
1°) l’inconsistente forza del socialismo racalmutese aveva svilito ogni forma di fascismo nel paese per quella “specie di sillogismo” mutuabile dalla “favola (documentatissima)” del giovane studioso di Oxford, Duggan;
2°) in loco l’antidoto al socialismo era costituito dalla mafia legata agli agrari del luogo, mafia che pertanto “è già fascismo”;
3°) ma il fascismo, come la mafia, “era .. anche altre cose”;
4)° “era l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti”... che trasmigrano al fascismo “non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici”. (Si dà il caso che uno dei fondatori del fascismo racalmutese, l’avv. Salvatore Burruano, fosse un ex ardito e che l’altro fondatore, l’avv. Agostino Puma, s’interessasse alla lega zolfatai d’ispirazione socialista, convertendola, però, al fascismo):
5°) ma il fascismo “volentieri avrebbe fatto a meno di loro (gli ex nazionalisti)  per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia”. Qui invero la costruzione sciasciana stride con l’evolversi degli eventi locali. Calogero Vizzini, che se ne stava a Racalmuto per essere gabellotto dell’importante miniera di Gibillini, figura in consorteria, piuttosto ambigua, con i pretesi puri del fascismo, gli ex-nazionalisti;
6°) degli ex-nazionalisti il fascismo “se ne liberò .. dopo il delitto Matteotti”; “ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco”. Questa però appare lettura affrettata (e poco documentata). Ad Agrigento (e provincia) è il segretario della federazione fascista Galatioto (e con lui Puma, Burruano e  Calogero Vizzini) che ha la peggio. Risulta vittorioso l’on. Abisso che trasformista lo era stato da tempo e che a seconda dei casi può considerarsi legato alla mafia o appartenente agli ex-combattenti;
7°) giunto il fascismo al potere, “ormai sicuro e spavaldo”, nel liberarsi delle sue frange “rivoluzionarie” chiede in contropartita agli agrari ed agli esercenti le zolfare di “liberarsi delle frange criminali più inquiete ed appariscenti”. Questa fase, invero, appare così nebulosa per Racalmuto da doverla forse rigettare;
8°) inizia la repressione Mori contro la mafia che incontra il favore delle masse nell’agrigentino (“non c’è, nei miei ricordi, - scrive Sciascia - un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione”). A noi risulta qualche aspetto diverso. Si racconta ancor oggi che se i militi di Mori incontravano qualche quieto racalmutese, che in piazza osasse andare  “cu lu tascu tuortu” (berretto storto), procedevano a raddrizzarglielo con sputi di scherno. Sciascia limita la lotta alla mafia alla sola azione di Mori - piuttosto inconsistente in provincia di Agrigento - ed alla sua folkloristica politica dei campieri (che a Racalmuto potevano ridursi ad una sola unità e riguardante il feudo di Villanova degli “ex-clericali” Nalbone);
9°) l’azione di Mori sarebbe equivalsa alla moderna antimafia; siffatta antimafia sarebbe stata “strumento di una fazione all’interno del fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato ed incontrastabile”. Tesi invero letterariamente suasiva; storicamente dubbia;
10°) vengono quindi “gli anni del consenso dei più”: Sciascia ne è convinto sia perchè l’afferma “lo storico” sia perché lo sa “non soltanto per aver letto De Felice [....], ma per preciso e indelebile ricordo”;
11°) è un consenso che ben si attaglia a Racalmuto: esso è «pieno e fervido nella classe borghese ... [e arriva] alla classe operaia, cui la “carta del lavoro” aveva dato, un po' in concreto un po’ d’illusione, quel che decenni di lotte sindacali e socialiste non avevano ottenuto»; e qui non si può non essere d’accordo con lo scrittore racalmutese;
12) è un consenso che a Racalmuto si protrae sino al 1943, in definitiva sino al luglio di quell’anno, come la splendida pagina di Kermesse illustra e spiega.

Ci siamo dilungati nelle citazioni sciasciane perché illustrano e spiegano un ventennio della storia racalmutese (che inizia un po’ dopo l’avvento del fascismo e finisce nel luglio del 1943). Poi, Le parrocchie di Regalpetra,   La morte dell’inquisitore, in buona parte il giorno della civetta, e poi gli scritti minori e poi Occhio di capra e quindi questo meraviglioso fuoco all’anima (che la famiglia si intestardisce a censurare) martellano di commenti tristi e cupi l’evolversi della vita paesana sono alla morte dello scrittore. Noi, qui, facciamo richiami introduttivi. Diamo i temi. E nella formulazione dei temi v’è Sciascia e v’è la sua intelligente lettura del nostro essere racalmutesi nel suo secolo (con qualche riserva che ci deve essere permessa. Questa riserva – e talora divaricazione – la andremo ad ordire dopo, quando nella successione temporale degli eventi verrà il turno. Non ci si dica che non amiamo Sciascia, che lo critichiamo. Apprezzandolo, leggendolo, meditandoci sopra spesso la pensiamo diversamente. Qualche volta, contraddicendolo, ci contraddiciamo. Siamo suoi scolari, in fin dei conti.


[1]) Calogero Taverna - conferenza tenuta nella Fondazione Sciascia il 18 giugno 1995 - ds. pag. 14.
[2]) Leonardo Sciascia - del dormire con un solo occhio - nota alle Opere 1932-1946 di Vitaliano Brancati - Bompiani, Milano 1987, pagg. XIII e XIV.
[3]) Christopher Duggan - La mafia durante il fascismo - editore Soveria Mannelli, 1987. Sciascia definisce l’autore «giovane ricercatore dell’Università di Oxford ed allievo di Denis Mack Smith»
[4]) Leonardo Sciascia - a futura memoria (se la memoria ha un futuro) - Bompiani, Milano 1989, pagg. 126-128.
[5]) crediamo che si riferisca al racconto il ladro dottore de i fascisti invecchiano in opere cit. pagg. 1118 e segg. Tra l’antifascismo di Sciascia e quello di Brancati vi sono assonanze impressionanti, persino sotto il profilo stilistico. Non è questa la sede per approfondimenti. Del resto - si sa - che ad avviare all’ “antifascismo” Sciascia, fu proprio Brancati al tempo in cui era il Brancati insegnante di italiano all’istituto magistrale di Caltanissetta. I due “antifascismi”, tanto affini da confondersi, appaiono, però, meri atteggiamenti cerebrali, in negativo. Sono due atteggiamenti “contro”. Per converso, entrambi gli scrittori non sanno, non vogliono prendere partito in positivo. La politica come “non valore” riaffiora immancabilmente nei loro scritti. Non per nulla Sciascia si presentò e fu eletto nelle liste di Pannella.
[6]) Leonardo Sciascia - a futura memoria (se la memoria ha un futuro) - Bompiani, Milano 1989, pagg. 138-139.
[7]) Leonardo Sciascia - Una Kermesse - in  Malgrado tutto - periodico cittadino di Racalmuto - settembre 1993 Anno XII n.° 4, pagg. 4-5.

venerdì 26 ottobre 2012

Historia brevis racalmuthensis - Introduzione _ L’erba e le rocce racalmutesi.




Introduzione. L’erba e le rocce racalmutesi.


Questa storia di Racalmuto, questa mia microstoria l’ho scritta e riscritta e poi riscritta e quindi di nuovo scritta. Quando un quarto di secolo fa ho trovato tra le carte segrete del Vaticano note e notizie vetuste sul mio paese, ebbi come una folgorazione. Ne nacque una passione direi smodata. Le mie radici che credevo decomposte nelle latebre del mio sotterraneo esistenziale si sono risvegliate come vitigni americani. Da allora ricerche e congetture, vuoti ricolmati con supposizioni magari subito svanite ma anche con scintillii documentari, con transunti, con diplomi con trascrizioni di processi feudali. Di volta in volta una nuova Racalmuto nasceva eppure spesso subito appassiva.
Mi accingo a divulgare una microstoria racalmutese evenienziale, alla francese. So che non ci riuscirò. Per Racalmuto non vi sono molti fatti narrabili, secondo i crismi del Castro, come li avrebbe voluti Leonardo Sciascia: Ed anch’io finirei con l’incappare nella sorniona ironia del grande scrittore. Ricordate? 1982: Mulé assessore ai Beni Culturali; non ricordo chi fosse il sindaco (non si firmò); si riuscì a far stilare all’eminente scrittore una sapidissima prefazione alle memorie e tradizioni racalmutesi scritte da un acerbo ventiduenne alla fine del XIX secolo. Sciascia esordisce con una monca bibliografia: sarebbero stati scritti solo tre libri “sulla storia di Racalmuto”. Per uno di questi tre scritti parla di “una storia … voluminosa, fitta di notizie”. Eppure quel libro non fu prescelto per la riedizione commemorativa dei lustri racalmutesi.   Non contraddittoriamente, ma con la solita arguzia ed in definitiva bonomia però non compiacente, questa l’amara conclusione: «limitato è il numero delle notizie che si possono estrarre da libri e manoscritti» E dire che: «moltissime e di sottili e lunghi tentacoli sono quelle che si possono estrarre dalla memoria. Dalla galassia della memoria.»
 Già con le Parrocchie di Regalpetra, e poi con  La morte dell’Inquisitore, e poi, qua e là, con il Mare colore del vino, e soprattutto con Occhio di Capra ed infine, per tacer d’altro, con Fuoco all’Anima, il nostro Compaesano munse quei succhi gastrici della memoria racalmutese.  Avvinto da Américo Castro, dalla sua storiografia,  per Sciascia Racalmuto “emerge [solo] nella prima metà del XVII secolo a una vita ‘narrabile’, da ‘descrivibile’ che appena e soltanto era.» Di solito, tutto si racchiude in una vita, pur sempre “tenace e rigogliosa” ma dimessamente “abbarbicata al dolore ed alla fame come erbe alle rocce”. In quella visione desolata, il vivere locale fu «per secoli vita appena “descrivibile” nell’avvicendarsi dei feudatari che, come in ogni altra parte della Sicilia, venivano dal nord predace o dalla non meno predace “avara povertà di Catalogna”; col carico delle speranze deluse e delle rinnovate e a volte accresciute angherie che ogni nuova signoria apportava» 
E con empiti ancora più disperati il Genio racalmutese sillabò che il senso di quella vita era una lontananza “dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione”. Una Racalmuto né libera né giusta; una Racalmuto nel grembo della follia, dunque. Altro che paese della ragione; sbagliano certi disattenti quando vorrebbero far credere che Sciascia credesse in una Regalpetra dimora di chissà quale dea loica.

Né ammaliati da sopraffine galassie delle paesane rimembranze e neppure inceppati da voglie campanilistiche di vicenduole congetturate a maggior gloria del paese del sale e dello zolfo abbiamo voglia di cogliere davvero molti di quegli sprazzi di inconsueta intelligenza di cui (lo affermiamo senza tema di smentita) è ricca Racalmuto e non abbiamo pudori nel far riaffiorare le propensioni al crimine, al delitto, all’omicidio, alle perversioni, all’usura, agli illeciti arricchimenti, alla pravità insomma di un paese solfifero, atto a trasformare quella bionda materia prima in micidiale polvere da sparo; perché ciò si addice ad una comunità di uomini né angeli né demoni, ma un po’ dell’una un po’ dell’altra natura; di un popolo che non avendo mai avuto bisogno di eroi (per non avere guai) di guai ne ha avuti tanti per non avere mai avuto bisogno di eroi.

Sciascia, per dirla con Camilleri, non ebbe ‘testa di storico’: celiando con la ‘tentazione alla visionarietà’  dello storico locale Tinebra Martorana (dopo averlo accreditato quale autore di una buona storia del paese) un po’ si assolve ma un po’ si rammarica per non essersi «privato del piacere di riportare [un] documento pur conoscendone la falsità, e precisamente nelle Parrocchie di Regalpetra». E ci pare – ma forse ci sbagliamo sonoramente – che ancora nel 1985 il preteso documento lo sussume al rango di fonte storica quando, nel presentare una mostra di Pietro d’Asaro, ribatte che Racalmuto era «antico paese che esisteva già, un po’ più a valle, quando gli arabi vi arrivarono e, trovandolo desolato da una pestilenza, lo chiamarono Rahal-maut, paese morto. Ma non era per nulla morto, se fu riedificato arrampicandolo verso l’altipiano che dal paese oggi prende nome (l’altipiano di Racalmuto, l’altipiano zolfifero).» Non stiamo qui a sottilizzare sulle licenze poetiche d’indole geologica, visto che di zolfo nell’altipiano vero e proprio non ce n’è, non avendo avuto modo il vibrio desulfurecans di sciamarvi in epoca del primo terziario. Saremmo leziosi e supponenti e chissà a quante rampogne andremmo incontro. Ma almeno non può negarsi l’eco delle statistiche propinate dall’abate Vella all’Airoldi – tutte notoriamente false e bugiarde – e delle varie dicerie degli storici secenteschi e settecenteschi, improvvisatisi arabisti.
Purtroppo noi siamo tra quelli piccolissimi di per sé e tutti presi dalle angustie della microstoria che non osiamo indulgere né ai falsi storici né alle fantasiose dicerie.
Così, cercheremo di scrivere su una Racalmuto né romantica né angelica e neppure malefica sino ed oltre le soglie dell’inferno. Una Racalmuto umana, speriamo, ove sono vissuti uomini talora liberi e talora servi; spesso vittime della giustizia ma anche artefici di iniquità; in definitiva ragionevoli come è consentito ai consorzi umani cui una più o meno divina provvidenza ha assegnato un territorio a metà insalubre e pieno di calanchi ed a metà ferace come l’humus del Pleistocene sa essere. Ed al di là degli allettanti sofismi di Américo Castro ha tessuto una vicenda umana ‘narrabile’ in misura notevole se si ha l’uzzolo (e l’umiltà) di scovare e sviscerare la sconfinata documentazione che giace (spesso polverosa ed inconsulta) in archivi persino di alto prestigio planetario quali quelli segreti del Vaticano o quelli di Simancas (magari nelle diramazioni di Madrid e Barcellona), per scendere agli altri relativamente meno prestigiosi di Palermo, Vienna, Torino, solo per lata elencazione.


Sfogliamo un bel libro: Manuel Vázquez Montalbán, Lo scriba seduto, Frassinelli 1994. Vi baluginano sprazzi di storia paesana, racalmutese, ma attraverso una duplice e forse triplice lente deformante (Sciascia, Domenico Porzio e forse il figlio di questi). Il Vázquez  traduce alcuni passaggi di un volume controverso che accreditato in un primo tempo a Leonardo Sciascia, per opposizione dei familiari, è persino scomparso dai cataloghi di Mondatori e cioè Fuoco all’anima. A pagina 178 ci viene segnalato, senza velami, che Sciascia avrebbe riferito «che dopo la guerra, quando era impiegato al Consorzio agrario di Racalmuto, venne chiamato a testimoniare in una causa per una sottrazione di grano commessa da un arciprete e un contadino. Il contadino aveva frodato meno dell’arciprete, ma lui venne condannato a due anni di galera e l’arciprete assolto.». Noi racalmutesi di una certa età conosciamo bene l’incidente, i protagonisti e la vera genesi del processo. Naturalmente non ci ritroviamo in quella letteraria versione. La magia della memoria, ci pare, abbia portato lontano, di sicuro oltre la banalità dell’accadimento storico. L’arciprete, che dopo certe esecrazioni più di riflesso della impopolarità politica ed amministrativa dei parenti che per iniquità sua - ed oggi è sacerdote sempre più rimpianto - subì maliziose perquisizioni di potenti che risorti, dopo l’incubazione per l’intero periodo fascista, erano ostili al prete per propensione massonica, per tacere del sospetto di una loro propinquità alle locali aree mafiose. 
Quanto al contadino – che vero contadino non era, ma come si diceva allora burgisi, ed era piuttosto benestante – se la volle per bizzarria di carattere. I suoi figlioli, notevoli professionisti fra gli ottimati di Racalmuto, seppero poi rendere pan per focaccia. E, per la precisione, Sciascia non fu allora impiegato di nessun Consorzio agrario – solo di un precario organismo postbellico, l’UCSEA, se non andiamo errati.

Sciascia e la mafia (racalmutese); Sciascia e la liberazione americana di Racalmuto; Sciascia e la locale Democrazia cristiana; Sciascia e comunisti e socialisti; Sciascia che acquista i campi della Noce; Sciascia che vi coltiva viti e ulivi «da cui ricava qualche bottiglia di vino e poche damigiane di olio, in proprio, a guisa di fluidi vitali che lo legano alla patria genetica»; sono noticine del libro, deliziose ma molto incongrue per abbozzi storici o meglio microstorici. Avremmo tanto a che ridire.

Nell’agosto del 1990 Domenico Porzio moriva improvvisamente; “stava lavorando alla stesura definitiva del testo delle sue conversazioni con Leonardo Sciascia”, scrive il figlio Michele Porzio nell’introdurre Fuoco all’anima. Soggiunge di essere stato proprio lui ad “impegnarsi nella revisione definitiva del testo”. Non mancò peraltro di «ringraziare la signora Maria, moglie di Leonardo Sciascia, per il suo interessamento a questo lavoro e per i preziosi consigli e chiarimenti profusi durante la realizzazione». Perché poi quel libro – edito da Mondatori – sia stato ritirato dalle librerie e non più ripubblicato, magari con rettifica dell’autore in autori e con Sciascia in veste di semplice intervistato, resta un dilemma.
 Il libro è quanto di più bello, semplice, melanconico possa attribuirsi a Sciascia.
 Racalmuto ne possiede due copie: una sta in biblioteca; l’altra è in dotazione al Circolo Unione.

Da lì traiamo spunti, guizzi e verosimiglianze di una Racalmuto rievocata, nel punto estremo dell’occaso da Sciascia: se quanto Michele Porzio mette in bocca al grande Racalmutese non è vero, è però molto verosimile. E tanto basta al microstorico che qui scrive.