lunedì 24 giugno 2013

'700 racalmuese


Importante ancora il ruolo delle associazioni cattoliche laiche; in sommo grado le cosiddette Compagnie. A capo stava il Governatore con due assistenti che venivano chiamato “congionti”. Spettava loro l’amministrazione dei beni e venivano eletti con voto segreto. Duravano dai pochi mesi ad un massimo di un anno, ma potevano venire rinnovati. La carica era a titolo gratuito. La Compagnia aveva rendite che spesso risalivano alla notte dei tempi.

In particolare, abbiamo informazioni sulla compagnia del SS.mo Sacramento cui si deve la chiesa di S. Tommaso d’Aquino. «Fu fondata per quanto s’ha potuto con diligenza indagare nell’anno 1632: in tempo di Urbano VIII»; da quel tempo comunque intervennero le approvazioni episcopali ad ogni successione sino al predecessore del Gioieni. La confraternita aveva sede nella chiesa di S. Tommaso d’Aquino, santo che la Compagnia festeggiava nel giorno della sua ricorrenza. Ancora, a quel tempo, la chiesa non era consacrata ed era sotto il padronato della medesima Compagnia. Della chiesa si ignorava il tempo dell’erezione, ma, appunto per ciò, diveva essere piuttosto vetusta. Diciamo che risaliva per lo meno alla prima metà del Seicento. «La struttura della chiesa è a forma di oratorio; il tetto di tavoli è buono e non piove. Vi sono due finestre impannate; le pareti sono buoni; vi sono sessanta stalli di legno per fratelli; la fabrica si fa a spese delli fratelli. Ha d’entrata onze 12 dovute da don Francesco Maria per gabella di duodeci pecori di detta Compagnia; di più tarì otto dovuti annualmente da mastro Desiderio Troisi sopra una casa sita in quartiere di S. Margheritella confinante con mastro Giovanne Di Vita e Filippa La Caro, lasciateci da Costanzo di Benedetto in virtù di testamento; di più tiene Tumulo 0-1-2 di terra incirca nella contrata al Mulino Vecchio [..]; di più tarì 4 di rendita .. sopra vigna e terreno nella contrata della Noce; di più tarì 7 sopra vigna e sommacco nella contrata di Casali Vecchio.» La Compagnia teneva fiscelle di api, n° 50 pecore e da ultimo i Fratelli dovevano versare nelle casse sociali 5 grana al mese. Il loro vestiario era caratteristico: sacchi bianchi con mantello bianco orlato di nero e con la figura del SS.mo Sacramento, figura che era reiterata negli stendardi e nelle “verghe”. Nel 1731 erano iscritti 80 fratelli; dopo un noviziato ed una “prova”, con voto segreto di “tutti gli officiali e fratelli” si veniva ammessi alla Fratellanza.

 

La tumulazione avveniva di solito nelle chiese. Il cimitero principale era alla Matrice. «Nel pavimento della chiesa – scrive sempre l’Algozini  - vi sono n° 10 sepolcrare; non sono sotto le pradelle dell’Altari; ve ne sono quattro Padronati: una delli fratelli del SS.mo Sacramaneto, altra delli Petrozzelli, altra delli Brutti ed altra dell’Acquisti.» Sorprende che non si citi quella dello sciasciano personaggio di don Santo d’Agrò.

Una notizia piuttosto inestricabile è la seguente: «vi è cemiterio dentro l’istessa chiesa murato da per tutto, e però non ci è chiave, né Croce, né speciale benedizione del Vescovo.» Un’antica “carnaria”, pensiamo noi, che nel 1731 non solo era andata in disuso ma era stata, forse per motivi igienici, totalmente sotterrata ed ermeticamente chiusa. Riteniamo che si tratti di quella che frettolasamente dovette essere aperta al tempo della gavissima peste del 1671.

Notizie di contorno: il campanile era alto 65 palmi circa e non era coperto ma poteva venire raggiunto agevolmente con una scala interna definita comoda; era munita di tre campane come abbiamo già detto che erano state benedette dao precedenti arcipreti su licenza del vescovo. Il campanile non aveva entrata autonoma: «non v’è porta perché si salisce dalla medesima chiesa.»

Notevole la sacrestia: «è a tetto, vi sono tre finestre impannate, in una parte umida. Il pavimento [è] di gisso; non vi sono armarij; è mediocremente provista di superlettili sacri secondo l’inventario; la spesa di providerla appartiene al rev.do Arciprete e legatarij di messe.»

La Matrice non era subordinata ad alcuno: non v’era jus patronatus come ad esempio a Grotte che determinerà il cosiddetto scisma alla fine dell’Ottocento. Al tempo dell’Algozini «non c’era casa Parochiale, né cose mobili destinate alli Rettori, ma ogni soccessore o se la loca o se la fabrica per sé». Singolare caso quello della Cappella del Santissimo Sacramento, in possesso di «cinquanta fiscelli d’api con l’eredi del rev.do sacerdote D. Calogero Cavallaro» (+ 12 gennaio 1730).

 

 

UNA FAMIGLIA IN ASCESA: I CAVALLARO

Il notaio Angelo Maria Cavallaro

 

 

Nella seconda metà del XVIII secolo si afferma una nuova grande famiglia a Racalmuto, i Cavallaro. Muore giovanissimo, ma in tempo per lasciare ampie tracce di sé Angelo Maria Cavallaro, notaio.

All’archivio di stato di Agrigento diversi tomi di atti notarili lo riguardano ed al contempo forniscono un quadro della vita paesana racalmutese, particolarmente suggestivo.

Era il 1767 e con bella calligrafia viene chiosato l’esordio del repertorio del Cavallaro. «Jesus Maria Joseph – abbiamo nell’intestazione – Nota minutarum mei D. Angeli Mariae Cavallaro Notarii Racalmuti, anni primae inditionis 1767 et 1768 Regnante Serenissimo Invictissimo et Potentissimo D.no Nostro Ferdinando, Dei gratia, inclito Siciliane, Hyerusalem Regi Infante Hispaniarum, Duce Parmae, Placentiae Castri etc. Magno Haereditario, Etruriae Principe etc.» [1]

Il 12 novembre del 1767 don Francesco Vinci bussa alla porta del giovanissimo notaio; ha da redigere un atto con mastro Stefano Rizzo e, come dicevasi allora, “consorti”; oggetto una compravendita di tre mondelli ed una quarta di terre bonificate (vi sono venti alberi diversae speciei intus). Il podere è sito nello “stato” di Racalmuto, in contrada “Perdicis” (Pernici) vicino a certe terre di Calogero Barberi. Censi ve ne sono: tarì 1 e grana 17 annuali da corrispondere al feudatario, al conte di Racalmuto iure proprietatis. Il valore del cespite è di 5 onze e tarì uno, giusta la stima effettuata dall’estimatore mastro Giuseppe Maria Fusco.

Il notaio Cavallaro è diligente; raccoglie persino un certificato di buona fede redatto dall’arciprete del tempo don Strefano Campanella.

Il successivo giorno 15 è la volta di un notabile ancora più in vista, il barone dr Nicolaus Antonius Grillo. Questa volta si tratta di un complesso inventario a titolo di eredità. Il de cuius è il quondam D. Nicolaus Tirone; gli eredi: D. Rosa Spinola e Tirone vedova di d. Stefano Tirone ed il figliolo di questa d. Nicolò Tirone. E’ il gota dell’epoca. Oggetto dell’eredità: «in primis, due muli uno maschio di pilo baio castano et l’altra femina di pilo bajo, che trovansi in società con Gaetano e Salvatore Pillasi; un baldoino pizzato, due matarazzi di linazza, due coltre di lana sfiloccate, una allarama di Genova e l’altra alla stella; salmi quattro e tumuli dieci di frumento; salmi quattro di tomminia; salmi dodici di orzo; salme sette di fave; cinque stipe con duodeci botte di vino d’entro; sei vombari; uno zappollore; due zappolle; una cascia di legname segata; tre bisaccie longhe di lana; una pegnata di ramo; un palo di ferro; due piconi; un ferraiolo; una giammerosa; un cappello e finalmente dieci e nove resti di fico.»

Nello stesso giorno viene stilato un documento di grosso risalto per la storia feudale del paese. Actus gravaminis, viene denominato ed è redatto a richiesta ed a tutela di un gabelloto dell’epoca, don Gaspare Farrauto. «Io sottoscritto D. Gaspare Farrauto – possiamo tra l’altro leggere – offerisco alla gabella del mosto che si sta bandiando nella piazza di questa terra di Racalmuto con tutte le sue pertinenze, annessi e connessi, onze 150 da pagarsi cioè l’incirca medietà dopo che si termina la cima del mosto, che si dovrà fare in questa terra casa per casa, e l’altra incirca medietà all’ultimo di agosto venturo prima ind. 1768. Col patto che la cima del musto la devo fare io gabelloto immediate, dopo che stipulerò il contratto di d.a gabella in depondenza casa per casa col patto che qualora a Dio piacendo verrà l’ora dell’esigenza che sarà al primo di luglio venturo prossimo 1768, io infrascritto gabelloto dovrò esigere la detta gabella secondo la cima che o fatto ora, servendomi del braccio baronale senza alcuna dipendenza. Col patto che la Segrezia di questa mi deve difendere la sudetta gabella, ed io la cautelo colle chiuse di terre che ho in questo stato ed altre pleggerie. E mi sottoscrivo: D. Gaspare Farrauto.» Racalmuto, all’epoca, apparteneva all’ill.ma donna Raffaela Gaetani e Buglio, duchessa di Val Verde. Suo governatore risultava D. Antonio Grillo.

Un altro Farrauto, il sacerdote don Lorenzo, frattanto (21 novembre 1767) riusciva ad aggiudicarsi dal Principe di Pantelleria il vicivo feudo di Nadorello. Uno scambio di terre (appena un tumulo ed un mondello in contrada Pernice) avveniva tra Francesco Vinci e Stefano Lo Brutto. Si cercava di razionalizzare la proprietà terriera, molto frazionata. Così, don Francesco Pomo si accaparra da Maria Magno «modium unum et quartas tres terrarum cum duobus centum sexaginta sex vitibus vineae et 4 arboribus amigdalarum in c/da Mentae.» Il piccolissimo appezzamento di terra era gravato da un censo di tarì 1 e grana 10, spettante, iure propietatis, al venerabile Convento di S. Maria del Monte Carmelo. Antonino Fucà ne fu il pubblico estimatore del valore in linea capitale (3 once, tarì 6 e grana 10).

Gli eredi del quondam Giuseppe Martorana e Salvo Sentinella hanno bisogno del notaio, il 29 novembre 1767, per una divisione di asse ereditario. Calogero d’Ippolita dismette delle terre (due tumoli) in contrada Lago, in farore di D. Francesco Vinci. Il 5 del successivo mese di dicembre, mastro Calogero Romano acquista da Maria Rao e Russo «domum et catodium cum antro parvo intus, contigua et collateralia existentia in hac predicta terra et quarterio della Lavanca, quibus cohesent domus ipsius de Romano, domus Calogeri Avarelli, domus Philippi Rizzo et aliis

L’8 dicembre 1767, Antonino Tornabene viene messo a bottega presso il ciabattino (cerdo) mastro Pietro Picone. Se ne redige atto pubblico in questi termini: viene affidato a «magistro Petro Picone cerdoni  [perché usufruisca dell’] opera et servitia personalia» il minorenne Antonino Tornabene di soli quindici anni. Il ragazzo «adiuverit artem cerdonis et hoc pro annis 4 ab hodie numerandum … et hoc pro mercede granorum quorum singulis diebus tam festis quam pro festis pro primo anno; pro secondo granorum trium, pro terbio granorum quatuor; pro quarto tandem granorum quinque.» Il Tornabene è però svincolato da ogni rapporto per i mesi di luglio ed agosto: ovviamente dovrà seguire i suoi nella “campagnata”.

I La Matina, gente facoltosa, ha problemi di divisione di terre facenti parte dell’asse ereditario del quondam Francesco La Matina. Si tratta, fra l’altro, di «tumuli septem et modium unum terrarum cum quibusdam terris rampantibus in eis inclusis in c/da S. Martae.» Vi insiste un censo di 23 tarì e 9 grana. Nella parte scoscesa «fuit constructm calcatorium sive palmentum». Era l’ultimo atto del 1767 cui si accingeva il notaio Angelo Maria Cavallaro.

Il 1768 si apriva con un atto dotale che val la pena di riportare per lo spaccato che vi traspare. Filippa La Licata si fidanza con Vincenzo Schillaci ed ecco il “piazzo” della futura sposa:

«Item bona mobilia scilicet un matazarro ed un sacco di letto novo, un paro di linzoli grossi novi, un lenzuolo sottile ingroppato novo, una culta bianca usata, un vantiletto usato ingroppato, un spongiatore ingroppato novo, due para di piomazzi, cioè un paro usati ed un paro novi, due para di piumazzelli novi, due para d’ imbesti di facciletti ingroppati novi, un padiglione usato ingroppato, una cascia usata, tre tovagli di faccia novi, una culta di lana e filato novi, un paro di cercelli d’oro prezzo ventiquattro tarì, quali si trova all’orecchi sud.a sposa, un chippone in tocco di lilla, un manto di scotto novo, una falcetta per la messa in tocco di canni due di saja, tre camicie di donna novi, tre bocciatori cioè due di filodente, ed uno d’Olanda ingroppato novi, un spito ed una candela di ferro e finalmente la zita vestuta per la casa, come si trova.» Deliziosa quella «zita vestuta per la casa, comu si trova».

 

Vi sono pure dei beni immobili, poca cosa, che comunque rendono un poco più giustificabile il ricorso al notaio per una dote che oggi neppure verrebbe presa in considerazione. Alla sposa va «medietas vineae cum terris uti vulgare dicitur “lavorativi” … in contrada Perdicis, [nonché] domus terranea in quarterio Ss. Crucifixi pauperum apud domum Filippi d’Ippolita, domum d.i Ignatii dotantis et alios . 

 

Un «domunculum terraneum existentem in quarterio S.i Joseph» compra il 16 gennaio 1767 Calogero Taibi Corbo da Giuseppe Milazzo Sorcillo: i soprannomi – molti dei quali ancor oggi in uso – sono consuetudinari, come si vede.

 

In contrada Noce - anche all’epoca, prestigiosa – Francesco Scimé riesce a farsi vendere dal notabile d. Francesco Pomo «tumulos sex et quartas duas terrarum cum quinque millibus et bis centum vitibus vineae et erboribus diversae speciei in contrada Nucis.» L’atto, schematicamente, precisa: «omnes vero summae harum terrarum de lordo ascendunt ad dictas uncias septuaginta novem et tarinos sexdecim.»

Dove e come abbia potuto il popolano Francesco Scimé raggranellare quella enorme cifra, non sappiamo. Da lì, una nuova famiglia assurge a vette di rispetto nell’angusta società racalmutese: nell’Ottocento e nel Novecento gli Scimé sono di varia levatura economica. Un filone, però, svetta, e domina sino ai nostri giorni.

Seguiamo, ora, quest’altro atto dotale: Nicoletta Bufalino fa promessa matrimoniale a Francesco Salvo. Il suo “pitazzo” annovera:

«item due matarazzi nuovi pieni di resca, tre para di piomazzi, tre para di faccioli, due para di lenzuoli grossi, una cultra rossa alla gioia, un giraletto rosso, un cortinaggio novo alla gangitana, una cultra con un giraletto tessuti all’onda sfiloccati, un paio di lenzuoli sottili, un paro di piomazzi con suoi faccioli sottili inguarnazionati, sei tovagli di faccia sottili, canni quattro di tovagli grossi, un sponziatore sottile con guarnizione, un manto, due falcette, una di giambollottino nero, ed una altra rossa nova, un panno novo, quattro gipponi, cioè uno di perpetecello azzolo, uno di perpeticello verde, uno di benforte, ed un altro di spinno, cinque veli cioè tre di filindente, e due d’Olanda, una cassa nova alla genovesa, e finalmente la zita vestita come si trova.» Oltre alla “robba” alla sposa spettano 4 tumoli di terra con 700 viti  ed alberi, siti nel feudo di Gibillini.

 

 

Don Francesco Vinci riesce a fare una permuta di terre con Paolo Salemi. Antonino Scimé può permettersi di comprare da Filippo Castiglione solo «modium unum terrarum cum biscentum quadraginta tribus vitibus vineae et arboribus fici in c/da Fanarae

Un contratto dotale avviene tra Rosalia Franco e mastro Carmelo Napoli. Rosalia Franco viene data in isposa a soli 14 anni. La fidanzatina si distingue per un anello d’oro, un paio di circelli d’oro ed una collana d’ambra. E’ il 30 gennaio 1768.

Il successivo 9 febbraio Ciro Rizzo compra da Lorenza Galifa una casa a S. Giuliano per il prezzo di onze 4.13.14. Giovanni Carbone acquista da Giovanni Capitano e consorti un mondello di terra ed una quarta. Francesco Lauricella da Lorenzo Salvo una casa; Giovanni Tirone da Francesco Lo Brutto e consorti, tre mondelli di terra a Rocca Russa; Francesco Marsala di Grotte scende a Racalmuto per un contratto con Mario d’Arnone.

Siamo a fine marzo del 1768: Anna Tulumello pensa all’anima sua e dona alla Cappella di S. Maria del Suffragio «intus matricem» un tumulo di terra da estrapolare dai 5 che possiede alla Menta. In cambio, i responsabili della Venerabile Cappella debbono «celebrare facere missam solemnem cum interventu et assistentia totius cleri et semel capere duas bullas

In quel marzo qualche strana tassa sulle professioni dovettero inventare i Borboni: ecco che Don Francesco Savatteri «nolle amplius exercere officium aromatarii». L’avrà fatto dopo abusivamente.

 

Salvatore Piccione compra da Giuseppe Milazzo una casa sita a S. Nicola per il prezzo di onze 10.16.10; Filippo d’Ippolita la compra per onze 5.4.0 da Luciano Morreale Campanella: è casa però diruta ed è posta in quartiere ut dicitur della Rocca della za Betta.

Don Calogero Tirone ottiene da Rosa Spinola e consorti domus terranea existens in S. Maria Montis. Filippo Rizzo compra da Calogero La Mendola e consorti tumoli 1 et quarte 2 con 800 viti e 2 alberi di pero in Gibillini, contrada di Gargilata «apud terras dicti d. Rizzo, terras Calogeri Palermo, terras Bartoli Scimé. Dette terre sono soggette a onze 3 «singula salma iure proprietatis debitis Ill.° Baroni d. feudi Gibillinorum». Il prezzo: onze 5.5.

«Calogero La Mendola e Venera Diana, marito e moglie, campano poveri», attesta l’arciprete D. Stefano Campanella; sono quindi facoltizzati a vendere quel po’ di beni immobili che possiedono a titolo dotale.

Data all’11 aprile 1768 «testamentum Christophalae Baeri, uxor Raimondi Borsellino». Angelo Tulumello compra terre da d. Gioacchino Lo Brutto per l’esorbitante cifra di onze 7. E giungiamo al 22 di aprile del 1768 quando un antenato di Leonardo Sciascia stipula un contratto societario di grosso momento. Si tratta del padre del «nonno del nonno» dello scrittore, che non solo non viveva, come vorrebbe il celeberrimo pro nipote, a Bompensiere, ma operava come conciatore di pelli nelle nostre lande. L’atto [2] descrive la singolare societas tra mastro Giuseppe Alfano e mastro Carmelo Bellavia che conferivano «uncias quadraginta unam et tarenos decem et octo» per comprare 24 cuoi di bue e lavorarli, «in pretio vigenti quatuor coriorum bovum.» Da una parte affiancava mastro Giuseppe Alfano mastro Pietro Picone, dall’altra era proprio mastro Leonardo Sciascia che si associava a mastro Bellavia.

 

Non va però oscurato il fatto che già alla fine del ‘600 i Cavallaro erano emersi dal grigiore paesano. Attorno al 1660 nasce il sacerdote don Calogero Cavallaro; questi assurge a collegiale e quindi ha rendite più che notevoli. Fatto sta che quando muore, invero tutto preso dal terrore dell’al dilà, lascia un testamento tutto carico di legati per le chiese. Abbiamo visto sopra come anche la confraternita del SS.mo Sacramento, alloggiata in 70 scranni di legno nell’oratorio di S. Tommaso d’Aquino, beneficia di tali lasciti, alcuni dei quali veramente singolari, pecore e fuscelli d’api. Il Cavallaro, morto il 12 gennaio 1730, qualche bene però alla famiglia dovette lasciarlo: si dà il caso che da quel momento quel ceppo passa tra i notabili di Racalmuto. Il notaio è il primo di una serie che darà lustro  e decoro ad una nuova schiatta di “galantuomini”  che perdurano ancor oggi.

Nel 1664 due sole famiglie Cavallaro c’erano a Racalmuto: entrambi i capi dei “fuochi” si chiamavano Pietro e, per distinguerli, uno veniva denominato Maiuri e l’altro Minuri; Calogero Cavallaro apparteneva al nucleo di quest’ultimo, come si evince dalla seguente registrazione nell’apposita “numerazione delle anime”.

CAVALLARO MINURI
PETRU
 
C.
 
PAULA
M.
C.
 

CALOGGIARU

 
 
 
GRATIA
F.
 

 

Nessuna aggettivazione riscontriamo in ordine all’eccellenza della famiglia, che dunque era ancora attestata ai livelli dei piccoli proprietari locali.

Un oscuro chierico, Orazio Cavallaro, muore attorno al 1715 (v. LIBER n° 182). Muore nel 1784, all’età di 46 anni, un altro ecclesiastico di spicco, anche questo chiamato Calogero Cavallaro, che nel LIBER (n° 288) viene indicato genericamente come “abbate”. Ma è solo nei primi decenni  dell’Ottocento che tornano i preti autorevoli in quella famiglia. Il nostro LIBER (n° 360) ci informa che don Emmanuele Cavallaro fu arciprete di Realmonte e là morì  il 21 febbraio 1836.

Ma già, ai primi dell’Ottocento, i Cavallaro sono degli ottimati locali soprattutto per la professione notarile, ove contemporaneamente eccellono vari componenti della famiglia, come dimostra quest’ultima numerazione delle anime del 1822.

5671
CAVALLARO
GIUSEPPE ELIA SAC.
 
 
SAC. D.
5696
CAVALLARO
GABRIELE
 
 
NOTARO D.
5697
CAVALLARO
M. GIUSEPPA
MOGLIE
 
DONNA
5698
CAVALLARO
BERNARDO SAC.
F.O
 
SAC. D.
5699
CAVALLARO
GIOVANNI
F.O
30
D.
5700
CAVALLARO
ROSA
 
16
 
5701
CAVALLARO
CALOGERA
F.A
9
 
5703
CAVALLARO
GIROLAMO
VEDOVO
 
D. NOT.
5704
CAVALLARO
ANTONINA
F.A
2
 
5705
CAVALLARO
PIETRO
 
 
NOTAR D.
5706
CAVALLARO
CALOGERA
MOGLIE
 
DONNA
5746
CAVALLARO
FELICE
 
 
NOTAR D.
5747
CAVALLARO
DOMENICA
MOGLIE
 
DONNA
5748
CAVALLARO
CALOGERO SAC.
F.O
 
SAC. D.
5749
CAVALLARO
IGNAZIO SAC.
F.O
 
SAC. B.LE D.
5750
CAVALLARO
ROSALIA
F.A
 
D.
5751
CAVALLARO
GIUSEPPE DI D. FELICE
 
D.
5752
CAVALLARO
GIUSEPPA
MOGLIE
 
DONNA
5753
CAVALLARO
GIUSEPPE
F.O
M. 1
 

 

Ben 19 membri ormai dominano il paese  con quattro notai e quattro sacerdoti. I maschi sono ora segnati in Matrice con l’orpello di “don”, le donne con quello di “donna”.

Nel Settecento, i Cavallaro si erano socialmente irrobustiti con matrimoni d’alto livello, che li avevano imparentati con le più cospicue schiatte del notabilato locale.

Un matrimonio che segna un salto nella scala sociale fu di sicuro quello che nel primo quarantennio del ‘700 contrasse don Emanuele Cavallaro con donna Melchiorra Lo Brutto: costei apparteneva ad una famiglia che a quel tempo dominava Racalmuto, anche se con toni sempre più sommessi, per il fatto che aveva gravitato su un arciprete molto intimo dei del Carretto. Attorno al 1754, il Cavallaro abita in un’ampia casa, sita nell’esclusivo quartiere della Piazza, come ci attesta un rogito:

Tiene ed esige di don Emmanuele Cavallaro tt. 10.10 sopra n.° 4: casi consistenti in quattro stanzi in questa Terra quartieri della Piazza confinante con casa di don Giuseppe Bellavia e strata che ragionati al 5% il capitale importa onze setti .................................................................... -/ 7

 

I Cavallaro risultano, in atti del 1715, proprietari, sia pure con i vincoli feudali all’epoca esistenti, di fondi

nella contrata di Bovo confinanti con li terri di Onofrio Cavallaro, con li terri di Geronimo Macaluso, e d'altri confini. Suggetti in gr: cinque dovuti ogn'anno per raggione di proprietà all'Ill.e Conte di Racalmuto

 

Ma, alla fine del ‘600, erano ancora in ristrettezze tanto da essere costretti ad alienare case di proprietà, come dal seguente rogito:

A 21 settembre X4^ Ind. 1690

Venditione fatta da Pietro Cavallaro al venerabile Convento di S: Maria del Carmine di questa d'una casa terrana sita e posta in questa terra e quarterio di S: Margaritella confinante con la casa di Santo d'Agrò et altri confini. La posessione ci la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 2:21:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Del resto, lo zio sacerdote aveva avuto fondi per acquistare terre dai fratelli Savatteri, che stavano attraversando un momento economicamente difficile. Eccone gli estremi

A 28 dicembre 7^ ind. 1698

Vendizione fanno Vincenzo e Michel'Angelo Savatteri di Racalmuto al Sac. d: Calogero Cavallaro di una pianta di vignia consistenti in migliaro uno e viti quindici con sue alberi limiti, e altri existente nello fego di Racalmuto, e nella contrata di Bovo confinanti con la vignia di Santo Calello con li terri dell'heredi del quondam Notaro Carlo Pumo e d'altri confini. Suggetta in tt. uno grana due e piccioli trè dovuti per raggione di proprietà all'Ill.e Conte di Racalmuto. La posessione della quale ci la diedero lo stesso giorno per lo prezzo di onze deci e tt. vinti quattro quale secondo la stima fatta per Marco Ristivo, e Marco Falletta quali prezzo li sù detti Savatteri lo confessorno de contanti, e come meglio per detta vendizione si legge.

 

E subito dopo è la volta di una casa che allarghi quella già posseduta:

A 15 ottobre 8^ Ind. 1699

Venditione fatta da Baldassaro Scibetta e Giovanna La Calci vidua relicta del quondam Stefano al r.do Sac. D. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa terra di Racalmuto nel quartiero di S. Margaritella confinante con la casa di detto di Cavallaro e con la casa di Michael Angelo e Antoni Burgio. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 2: come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Il reverendo ora vuole aumentare l’estensione delle sue terre. Intanto compra quest’appezzamento:

A 26 novembre 8^ ind. 1699

Venditione fatta da m.° Pietro e m.° Giachino Facciponti patre e figlio al sac: d. Calogero Cavallaro d'una vigna  consistente in 645 viti incirca con suoi arbori posta nel fego di questa nella nontrata di Piomentisi confinante con la vigna di detto di Cavallaro e confinante con la vigna di Filippo di Costa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 6.25. come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E l’anno successivo quest’altra casa:

A 19 agosto 8^ ind. 1700

Venditione fatta da Francesco e Beatrice d'Alaimo Sciortino Giugali al Sac.te d. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa terra nel quartero di S: Margaritella confinante con la casa di detto d. di Cavallaro e altri confini. La posessione della quale la diede la medesima giornata per lo prezzo di onze 4: come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Non disdegna il nostro sacerdote di dedicarsi all’acquisto di case a scopo speculativo, per darle in affitto, come sicuramente sarà successo per questa nuova proprietà immobiliare:

A 23 Marzo 13^ Ind. 1705

Venditione fatta da Catarina e Stefano Pitrotto matre e figlio al sac. d. Calogero Cavallaro d'una casa terrana posta in questa, quarteri dello Castello seu Fontana confinante con Giuseppe Salvaggio e via publica. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo secondo sarà la stima e meglio in detta venditione il di di sopra.

 

Inizia la corsa alla terra:

A 7 ottobre 14^ Ind. 1705

Venditione fatta da Stefano, Giovanne, Anna e Angela Milisensa madre e figli al Sac. d. Calogero Cavallaro d'una chiusa consistente in salme -.4.1. di terra posta nel fegho della Menta contrata etc. confinante con Mariano La Fichera e con heredi di notaro Carlo di Puma e altri confini. Soggetta in tt. 2.27. annuale per ragione di proprietà all'Ill.e Conte di questa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 8.14. de netto e meglio in detta venditione il di di sopra.

 

Compera cui si aggiunge la seguente:

A 10 Settembre 4^ Ind. 1710

Venditione fatta da Vincenzo Cullura Polito al Sac. d. Calogero Cavallaro di tummina dui, e mondella tre e quarte due di terre poste nel fegho della Menta e contrata di Fico Amara confinante con Paulino di Nicastro, e d' Andria Tulumello ed altri confini. Soggetti in tt. 2 per ragione di proprietà all'Ill.e Conte di questa. La posessione la diede la medesima giornata per lo prezzo di -/ 6.8 de contanti e come meglio in detta venditione il di di sopra.

 

 

E quel sacerdote passa da una compera all’altra. Ecco quest’altro significativo rogito:

A 13 novembre Prima Ind. 1707:

Venditione fatta da Santa Biundo relicta del quondam Melchiorre e Francesco Grillo suo genero vendorno al R.do d: Calogero Cavallaro tummina dui mondelli dui e quarti dui di terri in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del Sac: d: Giovan Battista Baera ed altri confini. La posessione la medesima giornata per lo prezzo di onze 5:23: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E quest’altro:

A 18: Dicembre Prima Ind. 1707

Venditione fatta da Mariano Burrugano al detto R.do Sac: d: Calogero Cavallaro tummina dui e mondelli dui di terre in questo fego confinante conli terri di Paulino di Nicastro ed altri confini. Suggetti in tt.1.17.3. per ragione di proprietà all'Ill.e conte. Il posesso la medesima giornata per lo prezzo di -/ 4:17:3: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Ed ancora:

A 11: Gennaro Prima Ind. 1708

Venditione fatta da Nicolò Castilluzzo al R.do Sac. d. Calogero Cavallaro di tummina dui di terre in circa in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del detto di Cavallaro ed altri confini. Sogetti in tt. 2:5: per ragione di proprietà all'Ill.e Prencipe Conte. La posessione la medesima giornata per il prezzo di -/ 5:14:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Insaziabile la fame di terra di don Calogero Cavallaro. Il suo fondo alla Noce, forse proprio quello che ancora la famiglia possiede, di estende in data:

A 9: ottobre 2^ Ind. 1708

Venditione fatta da Sor: Maddalena Chiumbino al R.do sac. d. Calogero Cavallaro di tummina quattro di terre in circa  in questo fego e contrata della Nuci confinante con li terri del detto di Cavallaro. Sugetti in tt. 2:2:3: per ragione di proprietà all'Ill.e Conte etc. La posessione la medesima giornata per lo prezzo di -/ 9:18:10: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

Ed ora la voglia di case:

A 22 Gennaro 2^ Ind. 1709

Vendizione fatta da Salvatore Pitrozzella al Reverendo Sac. D. Calogero Cavallaro d'una casa in questa terra e quarterio di S: Margaritella confinante con li casi di Giovanne Capobianco ed'altri confini. La posessione la medesima giornata per il prezzo di -/ 7: di contanti come meglio per detta venditione il di di sopra.

 

E’ la stessa nobiltà dei Del Carretto che ora vende a quel sacerdote con disponibilità liquide davvero inesauribili:

A 10 Febraro 2^ Ind. 1709

L'Ill.e D. Maria del Carretto, e Montaperto fece venditione al rev.do sac: d.Calogero Cavallaro di questa di tummina tre, e mondella dui, e quarta uno di terra existente el fegho della Menta confinante colle terre del suddetto di Cavallaro, e colle terre del Marcato del sudetto fegho. Soggetti in tt. dui, grana tredici, e piccoli tre annuali dovuti ogn'anno all'Ill.e Conte di Racalmuto per ragione di proprietà in virtù di suoi contratti. Per lo prezzo di -/ undici tt. setti grana dui e piccoli tre come furono existimate per Ippolito Fucà. Quale prezzo lo confessò de contanti. La posessione d'hoggi innante.

 

L’anno successivo è la volta di una nuova casa:

A 27 Febraro 3^ Ind. 1710

Soro Giuseppa Macaluso di questa terra di Racalmuto fece vendittione al Rev.do Sac: d. Calogero Cavallaro di questa d'una casa in questa terra, contrata di S. Margaritella confinante colle case del sudetto di Cavallaro di questa - franca di censo. La posessione d'hoggi innante per lo prezzo di onze tre e tt. ventinovi come fù estimata per m.° Alessandro Picone. Quale prezzo lo confessa de contanti.

 

 

Ed ancora nuove terre:

A 16 ottobre 4^ Ind. 1710

Soro Perpetua  di Nolfo di questa terra di Racalmuto fece vendizione al Sac. d. Calogero Cavallaro di questa d'una chiusa consistente in tumolo uno e monnella tre di terra incirca existente in questo Stato contrata della Nuci e Menta confinante con la chiusa del supradetto di Cavallaro. Soggetta in tt. uno e grana cinque annuali dovuti all'Ill.e Conte di Racalmuto per ragione di proprietà in virtù di suoi contratti. La posssione d'hoggi innante per lo prezzo di onze quattro tt. venti grana dudici e piccoli tre a ragione ad'onze quaranta salma. Quale prezzo lo confessa de contanti.

Siamo nel 1712, altro acquisto:

A 17 ottobre 6^ Ind. 1712

Venditione fà Sebastiano Cullura di Racalmuto al Sac. don Calogero Cavallaro anche di questa d'una vigna nel fegho di Racalmuto e nella contrata della Montagna confinante con la vigna di Geronimo di Giglia, e confinante con la vigna e chiusa di Vincenzo Cullura. Sogetta in tarì sei e grana uno cioè tarì uno e grana uno all'Ill.e Sig. Conte di questa e tarì cinque alla Venerabile chiesa di S: Michele anche di questa sudetta terra. La posessione ci la dona il medesimo di per lo prezzo di onze cinque quale onze 5. detto confessa haverli ricevuto di contanti come meglio per detta venditione appare sotto il di di sopra.

 

La voglia di terra spinge il sacerdote ad accollarsi canoni e censi pur di venire in possesso fondi coltivabili, come questo caratteristico atto di “renuncia e relaxito”, da parte di un facoltoso notaio. Attesta:

A 9 novembre septima ind. 1712

Notar Giachino Spinola di questa terra di Racalmuto fece renuncia e relaxito al Rev. sac: d. Calogero Cavallaro pure di questa di salma una, tummina quattro e monnelli dui di terra existente in questo Stato confinante colla chiusa di Petro Farrauto la Pupara e via publica ed'altri confini. Soggetta nella rata del censo dovuto a questo Stato per ragione di proprietà. La posessione d'hoggi innante  etc. lo relaxito per lo medesimo censo.

 

Sono proprio inesauribili le risorse finanziarie di d. Calogero Cavallaro, non riconducibili certo alle sole consistenze del “patrimonio” di cui fu dotato per accedere al sacerdozio. Ne è conferma questo rogito di un paio di anni dopo:

A 16 ottobre ottava ind. 1714

Notar Isidoro Lo Brutto, Nicolao Puma, Notaro Calogero Alferi e Geronimo Grillo Jar.°  e mastro Pietro, ed Ignatio Facciponti patre e figlio in solido fecero venditione al rev. sac. d. Calogero Cavallaro di questa di un Palmento collo terreno suggetto a detto palmento posto in questo Stato contrata di Bovo confinante con la vigna di detti Facciponti, e vigna di Caetano Cammalleri - franco di censo. La posessione d'hoggi innante. Per lo prezzo di onze venti come fu stimato per mastro Alessandro Picone Capo Mastro, quale lo confessa de contanti.

 

 

Nella seconda metà del Settecento i Cavallaro sono davvero affermati a Racalmuto. Vediamo ad esempio questo matrimonio:

31/7/1768
CAVALLARO D. GIUSEPPE DELLI FURONO D. EMMANUELE E
BRUTTO D. MELCHIORRA
BIONDI D. CALOGERA DE.LLI FURONO D. FRANCESCO
SOLDANO D. ROSA

 

Don Giuseppe Cavallaro, figlio di quei coniugi che abbiamo citato sopra, può sposare donna Calogera Biondi, che seppure orfana di entrambi i genitori, è pur sempre un membro di una notevolissima famiglia racalmutese di quel periodo.

Il fratello, un notaio, sposa una Savatteri, donna Domenica figlia di Francesco e di Lo Brutto Dorotea: famiglie importantissime che fanno quadrato con vincoli matrimoniali:

 

27/8/1780
CAVALLARO NOT. D. FELICE DELLI Q. D. EMANUELE
BRUTTO D. ELENORA
SAVATTERI D. DOMENICA DEL Q. D. FRANCESCO E
BRUTTO D. DOROTEA
PER D. JOSEPH SAVATTERI ET BRUTTO: TESTI D. PAOLO TIRONE E ISIDORO AMELLA

 

 

Ed un terzo fratello, un medico, convola a nozze sempre con una Biondi:

18/11/1786
CAVALLARO Dr D. GABRIELE DELLI Q. EMANUELE E
BRUTTO D. LEONORA
BIONDI D. MARIA DI D. VINCENZO E
RINALDI D. ROSARIA
PER D. JOSEPH SAVATTERI E BRUTTO

 

A fine secolo, abbiamo due Cavallaro che sono sacerdoti:

CAVALLARO
EMMANUELE SAC. DON
36
SAC. DON
 
GIUSEPPE ELIA SAC. DON
28
SAC. DON FRATELLO

 

Un altro con moglie, zia settantenne e serva:

CAVALLARO
PIETRO
 
36
DON
 
CALOGERA
M
28
DONNA
 
GIUSEPPA
 
70
D: ZIA
RINCIGLIO
MARIA
 
50
SERVA

 

Il capostipite, notaio, con un nucleo familiare assortito:

CAVALLARO
FELICE NOT. D:
 
60
NOTAIO D:
 
DOMENICA D:
M
40
 
 
CALOGERO D:
 
22
 
 
IGNAZIO D:
 
18
 
 
ROSA D:
 
12
 
 
GIUSEPPE D:
 
10
 
 
CALOGERA
 
19
 

 

Cui non è da meno il fratello cinquantaduenne, anche lui notaio:

 

CAVALLARO
GABRIELE D:
 
52
NOTARO DON
 
MARIA GIUSEPPA D:
M
32
DONNA
 
BERNARDO CL:
F
18
CLERICO
 
MARIA ROSA
F
4
 
 
MARIA NONA
F
1
 
 
ANGELA
F
12
 
 
GIROLAMO
F
15
 
 
GIOVANNI
F
13
 
 
ONOFRIO D:
 
56
D:
 
ROSALIA
 
22
 

 

Recluse al Monastero di Santa Chiara ben cinque religiose tra monache, novizie ed educande:

CAVALLARO
Sr. MARIA CARMELA
 
SUORA
CAVALLARO
Sr. MARIA RAFFAELLA
 
SUORA
 
NOVIZIE
 
 
 
CAVALLARO
Sr. MARIA TERESIA
 
 
 
 
EDUCANDE
 
 
 
CAVALLARO
CARMELA D:
 
 
 
CAVALLARO
NORA D:
 
 
 

 

Superiora a quel tempo era una loro zia:

BIONDI
Sr. MARIA DI GESU'
 
 
ABBADESSA

 

 

La crisi del feudalesimo a Racalmuto faceva emergere i notabili della nuova alta borgesia, cui affluivano gli incarichi pubblici. Don Giuseppe Cavallaro assurge alla carica di Sindaco  negli anni che vanno dal 1784 al 1787. E nel 1793 ce lo ritroviamo tra i deputati. Nell’esercizio successivo, accede tra i giurati don Raffaele Cavallaro. Negli anni seguenti, è don Felice Cavallaro che sovrintende all’intero patrimonio comunale.

L’eminente famiglia mantiene, ed anzi accresce, il ruolo egemone nella vita della locale comunità nel successivo secolo: cosa che vedremo più dettagliamente, dopo, quando accenneremo alle vicende dell’Ottocento.



[1] ) Archivio di Stato di Agrigento – Distretto Notarile – Notaio Angelo Maria Cavallaro – Inventario n. 6 – n° 10632.
[2] ) Archivio di Stato di Agrigento – Atti Notarili – notaio Angelo Maria Cavallaro – inv. N° 6  - fasc. 10632, f. 165 ss.

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