martedì 5 giugno 2018

CIRCOLO UNIONE
Frammenti
1° gennaio 1974
zolfatai
1)  E vannu a la matina e li viditi
parinu di li muorti accumpagnati
vistiti di scuru ca li cumpunniti
‘mmiezzu lu scuru di li vaddunati
scinninu a la pirrera e ‘mmanu
portano la so lumera pi la via
ca no’ pi iddi pi l’erbi di lu chianu
luci lu suli biunnu a la campia.

[zolfatai]
6)  Mamma nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jurnu mi pigliu turrura
scinnu na scala di cientu scaluna
cu scinni vuvu muortu s’innacchiana
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P.S: Non condivido. Da Le parrocchie, pag. 130. " ... nessuno insomma ne vuol sapere, né giornalisti né partiti né sindacati. Se gli zolfatai  scioperano hanno assistenza, l'ECA si mette in movimento, gente viene da fuori a interrogare e fotografare, la prefettura tira fuori quattrini, e lancia telegrammi...." . Ma meglio molto meglio prima (pag. 23-24) . "Per le zolfare che ovunque fiorivano, l'aria di Regalpetra prendeva un che di acre, bruniva l'argento che veniva ad ornare le case dei nuovi ricchi, persino negli abiti l'acre odore dello zolfo bruciato stingeva. Le colline che a nord chiudono il paese, l'altopiano che ad ovest comincia come una mezzaluna, assumevano un fossile tono rossastro, nei campi vicino alle zolfare le spighe non granivano per il fiato dei calcheroni. L'ingegnere francese Gill, inventore di un nuovo tipo di forno per la combustione dello zolfo, batteva la zona; oggi gli zolfatari dicono - forno gill - non sanno che questo nome era per i loro nonni un uomo simpatico, con una bella barba, alla mano, ho conosciuto un vecchio che se ne ricordava, ricordava l'ingegnere Gill che si preparava il brodo con gli estratti, lo zolfataro ricordava questa magica operazione, con un cucchiaio di mastice - diceva - otteneva il brodo. Non capitava spesso agli zolfatai di conoscere uomini di comando così alla mano. 'Pròvati, e pròvati  .a scendere per i dirupi di quelle scale,'   - scrive un regalpetrese -'visita quegli immensi vuoti, quei dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestiferi esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di  piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente,  che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti, quasi fanciulli, a cui si converrebbero giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l'esile organismo all'ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi.' E quando dalla notte della zolfara i picconieri e i carusi ascendevano all'incredibile giorno della domenica,  le case nel sole o la pioggia che batteva sui tetti, non potevano che rifiutarlo, cercare nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo."
E non mi venga ora a dire che stavamo meglio perché allora si era senza Draghi e senza la Merkel.
 

 

Ma c'è altro che mi affligge: quei rosticci, quei ginisara - per me cancerogeni - che quarant'anni di moderno governo comunale ha continuato a lasciar intatti come ignota contro mezzaluna di morte e di devastazione fisica. Interessi di famiglie eminenti, nequizia di decaduti ereditari, compiacenze di  organi di controllo sanitari lasciano abbandonati quei focolai mal sopiti del male del secolo.
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