martedì 29 novembre 2016

 
 
 
Vi mostro un atto ignominioso che 36 anni fa la Banca d'Italia di Ciampi ebbe a consumere nei miei confronti. Ormai insopportabile per la Vigilanza Bancaria, si ordì un tranello per cacciarmi via in modo indolore. 
 
Ardente sicario Cerciello che pure avevo fatto diventare capo servizio per il tramite del mio grande amico Ivo Turchetti della CGIL.
 
Approfittando della idea di Reviglio mi si  dice che la Banca d'Italia mi voleva premiare inviandomi come portatore dei valori della Banca di Ciampi presso l'intuendo SECIT nell'ambito del ministero delle Finanze. 
 
Io accetto, ma era pacifico che andavo nell'interesse della Banca d'Italia, quindi mi si doveva mantenere l'intero trattamento economico dell'Istituto di via Nazionale 91.
 
Si aspetta il 30 gennaio 1981 per dire che venivo 'accontentato' nel mio divenire semplice ispettore tributario ma era grasso che colava se mi si riconosceva appena la integrazione tra la magra retribuzione del Ministero delle Finanze e la ben più cospicua retribuzione quale ispettore capomissione della Banca d'Italia Vigilanza sulle Aziende di Credito.
 
Una carognata così era da fucilazione. Non potevo più tirarmi indietro.  Mi accomiatai. Quindi con gli ampi poteri che venivo ad acquisire come SUPERISPETTORE del Secit di Reviglio sottopongo a verifica tributaria  la stessa Banca d'Italia.
 
Appurata già una superevasione di miliardi di vecchie lire, Campi ebbe a cacarsi sotto. La fece franca perché Lor Signori si confezionarono notte tempo il Condono Tombale per sfuggire alle manette agli evasori che si era inventate Formica.
 
 
Ciampi così, non  curandosi che in tal modo si proclamava grande evasore fiscale, chiese il condono tombale per la stessa Banca d'Italia e per giunta  per l'UIC.  Lo scandalo fu grosso ma non impedì ai politici del tempo di nominarlo. seppure mai eletto, Presidente del Consiglio e poi addirittura Presidente della Repubblica finendo senatore a vita e cumulando pensioni miliardarie su pensioni miliardarie al tempo della lira e quindi milionarie al tempo dell'Euro.
 
Mi seguiva Caleffi che poi finì persino sottosegretario di Fantozzi. Poverino ci teneva alla carriera. Abbiamo avuto n incontro col direttore generale Lamberto Dini. Gli dissi che guai a lui se ci promuoveva: eravamo oramai su sponde contrapposte. Infatti non promossero nessuno, manco quelli che avevano fatto le carte false per farsi assegnare al Ministero delle Finanze sperando in non so cosa, né quelli nominati dopo.
 
Io, strafottendomi di tutte queste astuzie afflittive della Banca d'Italia, dopo un anno mi misi in pensione;  allo scadere del settimo anno non volli farmi valutare da Gava che avevo flagellato con  la Fabbrocini i e finii fuori da tutto. Ebbi a preoccuparmi per le sorti economiche di mia moglie.  Cercai un posticino. A dire il vero il Caleffi che forse doveva avercela con me si prestò per farmi accogliere nell'IMI di Masera. Masera non aveva in un primo momento nulla da eccepire. Per scrupolo, credendolo mio grande amico, si consultò col De Sario che varie volte avevo tolto da grossi imbarazzi. Col suo abitudinario sussiego, tutt'altro che riconoscente, si oppose alla mia assunzione intimorendo Masera con il fatto che io ero tipo da andare a scovare  gli scheletri negli armadi bancari, Masera lì per lì rispose che lui di scheletri all'IMI non ne aveva. Ma non mi assunse per niente.  

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