martedì 3 aprile 2018

Particolare tratto da 'Nettuno offre doni a Venezia' di Giovanni Battista Tiepolo (Archivi Alinari)
IL CORROTTO
Un'inchiesta di Marco Tullio Cicerone

Il corrotto
Roma, I secolo a. C. Corruzione, concussione, peculato, frode, violenza, malaffare sono al centro di un processo epocale, passato alla storia grazie al più importante documento giudiziario dell’età antica: le Verrine di Cicerone. In Il corrotto. Un'inchiesta di Marco Tullio CiceroneLuca Fezzi ricostruisce passo dopo passo l’inchiesta di Marco Tullio Cicerone, formidabile accusatore e intrattenitore, contro Gaio Verre, ex-governatore della Sicilia. Così facendo mette anche in luce, per la prima volta, le motivazioni personali e politiche di Cicerone.
Eccone un estratto:

Cicerone in Sicilia a caccia di prove
Cicerone partì per l’isola verso metà febbraio; ad accompagnarlo era il cugino Lucio, che con lui aveva condiviso infanzia e studi e che allora potrebbe averlo affiancato nell’accusa. Trattandosi del viaggio di un senatore, vi era anche, con ogni probabilità, un seguito di servi e, forse, una piccola scorta armata. Scarse sono le informazioni su questo momento. Tra le ipotesi di tempi e percorsi avanzate dalla critica, seguiamo quella che pare la più plausibile e completa. L’inverno, veniamo a sapere da rari cenni, era particolarmente rigido. In 15-20 giorni i viaggiatori raggiunsero lo Stretto, quasi certamente via terra, percorrendo più di 600 chilometri su strade non sempre in buono stato e in parte ripide. La navigazione era infatti pericolosa, sia per la stagione sia per la presenza dei pirati, i cui ranghi erano stati accresciuti dai superstiti di Spartaco.
Sulla terraferma, invece, l’azione di Crasso, rafforzata dal monito dei crocifissi sulla via Appia, doveva avere ridimensionato ogni velleità di rivolta. Sbarcarono a Messina agli inizi del mese intercalare. Da là compirono, sempre via terra, il giro dell’isola in soli 50- 55 giorni, circa mille chilometri su vie di terra non sempre agevoli. Si diressero dapprima, lungo la costa settentrionale, nell’estremo ovest. Toccarono certamente Alesa, dove furono ricevuti e ringraziati dal senato, e giunsero a Lilibeo, dove forse furono ospiti di Panfilo. Continuarono l’itinerario lungo la costa meridionale, passando all’interno per Entella (oggi Rocca di Entella), dove furono ricevuti dal senato, e tornando poi sulla costa presso Eraclea (alla foce del Platani, nei pressi dell’odierna Montallegro), dove gli abitanti del luogo vennero loro incontro.
Alla fine del mese intercalare giunsero ad Agrigento, visitandone anche i dintorni, come poi ricordato anche nella Difesa di Marco Emilio Scauro. A marzo entrarono a Siracusa, dove si fermarono qualche giorno, rendendosi anche protagonisti di vicende movimentate. Proseguirono poi per Lentini e, spingendosi attraverso la piana di Catania, risalirono le regioni più interne dell’isola, toccando forse Morgantina (nei pressi dell’odierna Aidone), sicuramente Enna, Assoro, Imacara (non precisamente localizzata), Erbita (non precisamente localizzata), Agira, Centuripe, Etna (nei pressi dell’odierna Paternò). Tornati sulla costa orientale, conclusero infine il viaggio a Messina, verso gli inizi di aprile. Questo ipotetico percorso tocca la maggior parte dei 48 centri siciliani menzionati nelle Verrine. Cicerone sostiene che in genere le città – informate in anticipo – gli riservarono un trattamento cortese se non entusiasta, permettendogli di trascrivere documenti e di raccogliere testimonianze.
Sebbene la posizione di senatore imponesse inviti ufficiali da parte dei centri che gli si erano rivolti per chiedere aiuto, egli, per non creare sospetti di collusione – e forse, anche se non lo dice, per ragioni di sicurezza –, preferì alloggiare presso amici e ospiti personali. La principale complicazione giunse tuttavia, com’era da aspettarsi, da Roma.
Luca Fezzi, Il corrotto


Il viaggio di Cicerone in Sicilia
Il viaggio di Cicerone in Sicilia





Luca Fezzi è professore associato di Storia romana presso l’Università degli Studi di Padova.

Qui trovate la recensione di Paolo Mieli del 2 febbraio 2016, su Il Corriere della Sera

Posta un commento