Il testamento di don Giovanni III
del Carretto
Di Giovanni del Carretto è consultabile il testamento ()
steso sul letto di morte: a raccoglierlo il notaio Jacopo Damiano, quello
finito sotto le grinfie del Santo Ufficio. L’inventario della vita del barone
viene in qualche modo abbozzato.
In epigrafe, la data: 2 gennaio 1650. Riguarda il “molto
spettabile signor D. Giovanni de Carrectis, domino e barone della terra di
Racalmuto, cittadino della felice città di Palermo, dimorante nel Castello
della detta terra e baronia di Racalmuto, che fa testamento dinanzi il notaio
ed i testi”. “Sebbene infermo nel corpo,
è tuttavia sano di mente ed intelletto, con la parola ed i sensi integri”.
Il testamento esordisce con una sorpresa: erede universale
non viene nominato il primogenito (Girolamo, futuro primo conte di Racalmuto),
ma il secondogenito, “lo spettabile signor don Federico de Carrectis barone di
Sciabica, secondogenito legittimo e naturale nato e procreato dallo stesso
spettabile signor testatore e dalla fu spettabile donna Aldonza consorte del
medesimo”.
Ripete in dialetto, il morente barone: “legitimo e naturali,
procreatu da me e dalla condam Aldonsa
mia mugleri in tutti e singuli beni, e cosi mei mobili e stabili presenti, e
futuri, e massime in la Vigna e loco chiamato di lo Zaccanello, con tutti soi
raggiuni e pertinentij, e suo integro statu, pretensioni, attioni, e ragiuni,
frumenti, orzi, cavalli, e scavi; superlectili di casa, massarij, boi et altri
animali, et instrumenti di massaria, vasi di argento manufatti esistenti in lo
detto Castello con li nomi di miei debitori ubicumque esistenti e meglio
apparenti”.
Se si è avuta la pazienza di scorrere questa specie
d’inventario, si ha un’idea di quanto ricco e bene arredato fosse il Castello;
vi era una frotta di servitù e vi erano veri e propri schiavi (“scavi”).
A don Federico vanno 200 once di rendita annuale, oltre alla
definitiva proprietà di mille once promesse a suo tempo dal testatore come dote
assegnata nel contrarre matrimonio con donna Eleonora di Valguarnera.
“Del pari il prefato signor testatore volle e diede mandato
che lo stesso spettabile D. Federico erede universale abbia e debba sopra la
restante eredità versare al signor don Girolamo del Carretto la somma
occorrente per le spese del funerale quale dovrà essere celebrato in relazione
alla qualità della persona dello stesso spettabile testatore sino alla somma di
once 100 da prelevarsi da quelle 600 once che stanno nella cassaforte (in Arca) del medesimo testatore ed essendoci più bisogno di più si aviranno
da pagare communiter da entrambi gli eredi don Federico e don Girolamo”.
“Del pari il prefato testatore istituisce suo erede
particolare il molto spettabile signor D. Girolamo de Carrectis suo figlio
dilettissimo primogenito, legittimo e naturale nato dal medesimo Testatore e
dalla spettabile quondam Donna D. Aldonza sua consorte, cui va la baronia
nonché i feudi della terra di Racalmuto con tutti ed ogni giusto diritto, con
le giurisdizioni civili e criminali, il mero e misto imperio giusta la forma
dei privilegi ottenuti nella regia curia, con le prerogative sui feudi, sul
Castello, sugli stabili e con tutti gli altri diritti quali il terraggiolo, le gabelle ed ogni altra
consuetudine spettante alla predetta baronia. A questo del Carretto suo
indubitato figlio primogenito spetta pertanto nella detta Baronia ogni pretesa,
azione, ed imposizione. Gli competono altresì denaro, frumento, orzo, servi,
suppellettili di casa, buoi e messi ovunque esistenti, nonché gli animali
ovunque si trovino, come i frumenti nelle masserie, i vasi d’argento esistenti
nel Castello e tutte le ragioni creditorie con le eccezioni che seguono”.
Giovanni III morente pensa alla sua cappella privata nel
castello e la dota: «Item praefatus spectabilis dominus Testator voluit, et
mandavit quod omnes raubae sericae, et jugalia Cappellae existentes in Castro
dictae Terrae quae inservierunt pro Culto Divino, etiam illae raubae quae sunt,
ut dicitur de carmisino, et imburrato remanere debeant in Cappella dicti Castri
pro uso dictae Cappellae in Culto divino.»
“E così il predetto testatore volle
e diede mandato, ordinò e invitò come ordina ed invita il detto spettabile don
Girolamo suo figlio primogenito, futuro ed indubitato successore nella detta
Baronia affinché voglia e debba bene trattare, reggere e governare tutti ed
ogni singolo vassallo della predetta terra e non permettere che vengano
molestati da chicchessia, e ciò per
amore di nostro Signore Gesù Cristo e per quanto abbia cara la salute
dell’anima del testatore.»
Non crediamo che Girolamo I del
Carretto abbia dato troppo peso alla retorica raccomandazione paterna. Se ne
dipartì anzi per Palermo e Racalmuto fu solo il luogo da dove provenivano le
sue cospicue disponibilità liquide, spese soprattutto per ottenere prestigiosi
quanto tronfi titoli dalla corte spagnola.
“Del pari il testatore lascia il legato a carico di
Girolamo di far dire tante messe nel
convento di San Francesco di Racalmuto. Là doveva pure essere eretta una
Cappella bene adornata per cui dovevano essere spese almeno 100 once.”
“Al Convento dovevano pure andare le 7 once di reddito
annuale cui era tenuto il magnifico Giovanni de Guglielmo, barone di Bigini.”
Di quella Cappella a San Francesco, nulla è dato sapere:
crediamo che Girolamo del Carretto aveva ben altro a cui pensare a Palermo per
spendere soldi per una tomba regale nel lontano e spregiato Racalmuto.
Crediamo, anzi, che di quell’eccesso di devozione sia stato considerato
artefice ed inspiratore il notaio. Come familiare del Santo Ufficio, Girolamo I
del Carretto ebbe quindi modo di incolpare il malcapitato Jacopo Damiano e
farne un eretico che ebbe il danno della privazione dei beni e la beffa del sanbenito. Leggere il commento di
Sciascia per la letteraria rievocazione di questa pagina purtroppo tragica nella sua acre realtà
storica.
Il morente barone dichiara di avere speso 130 once nella
compera di legname e tavole per il tramite di mastro Paolo Monreale e mastro
Giacomo Valente. Sancisce che devono essere bonificate 27 once per la costruzione
della chiesa di Santa Maria di Gesù e 11
once per completare il tetto “della chiesa di Santa Maria di lu Carminu”.
Giovanni del Carretto ha anche figlie femmine da dotare:
1.
donna Beatrice del Carretto, moglie di don Vincenzo de
Carea, barone di San Fratello e di Santo Stefano (150 once in contanti da
prelevare dalle casse del castello);
2.
donna Porzia del Carretto, moglie di don Gaspare Barresi
(altro che lotta intestina con i Barresi, dunque). Si parla di altre 50 once in
contanti da erogare;
3.
Suor Maria del Carretto, dilettissima figlia legittima,
monaca del convento di Santa Caterina
della felice città di Palermo. Oltre alla dote per la monacazione, altre
20 once a carico dell’erede Girolamo;
Il notaio Jacopo Damiano fu forse anche un tantinello
venale: introdusse una clausola che, se non fu determinante, contribuì quasi
certamente alla sua rovina ed al suo deferimento al Santo Uffizio da parte dei
potenti ed ammanigliati del Carretto. La clausola in latino recita: «Item ipse
spectabilis Dominus testator legavit mihi notario infrascripto pro confectione
praesentis, et inventarij, et pro copijs praesentis testamenti, et inventarij
uncias quinque, nec non relaxavit et
relaxit mihi infrascripto notario omnia jura terraggiorum, censualium, et
gravorum omnium praesentium, et praeteritorum anni praesentis tertiae
inditionis pro Deo, et Anima dicti Domini Testatoris per esserci stato buono Vassallo, et Servituri, et ita voluit et
mandavit.» Vada per le cinque once di parcella: cara ma tollerabile; l’esonero
dal terraggio e dai censi, no. Francamente era troppo. Ed a troppo caro prezzo
Jacopo pagò quella sua cupidigia. Un accenno veloce alle sue disavventure:
Jacopo Damiano, notaro fu imputato di opinioni luterane ma “riconciliato” nell’Atto di fede che si
celebrò in Palermo il 13 di aprile del 1563 (tre anni dopo la morte e la
redazione del testamento di Giovanni III del Carretto). Ebbe salva la vita, ma
non i beni né l’onore. Impetra accoratamente: «... per molti modi ed expedienti che ipso ha cercato, non trova forma
nixuna di potirisi alimentari si non di ritornarsi in sua terra di Racalmuto
[in effetti ci sembra originario di Agrigento, n.d.r.]. .... [ed i parenti, uomini d’onore] vedendo ad esso exponenti con lo ditto habito a nullo modo lo recogliriano,
anzi lo cacciriano et lo lassiriano andar morendo de fame et necessità ...».
Tanta la beneficenza del barone morente (ma era compos sui,
o il ‘luterano’ notaio inventava?):
•
5 once al venerabile convento di San Domenico della città di
Agrigento;
•
5 once alla venerabile chiesa di Santa Maria del Monte;
•
10 once al venerabile ospedale della terra di Racalmuto;
•
5 once alla venerabile confraternita di San Nicola di
Racalmuto;
•
5 once alla venerabile chiesa di San Giuliano; inoltre
poiché il testatore ha una certa quantità di calce e detenendo una fabbrica di
calce (“calcaria”) esistente in territorio di Garamuli, dispone che se ne dia
sino a concorrenza di 500 salme per la chiesa di San Giuliano
•
5 once alla chiesa di S. Antonio (che quindi è ritornata in
auge);
•
5 once in onore del glorioso Corpo del Signore quale si
venera nella Matrice.
Al servo di provata fedeltà debbono andare ben 20 once per i
tanti servizi prestati; 10 once, invece, al servo (famulus) Francesco de Milia.
Il barone è grato al clero; gli è stato vicino ed amico.
Ecco perché raccomanda al successore d. Girolamo del Carretto «quod omnes et singulae Personae
Ecclesiasticae dictae Terrae Racalmuti sint, et esse debeant immunes, liberi,
et exempti ab omnibus, et singulis gabellis, et constitutionibus solvendis
spectabili Domino eius successori, videlicet à gabella saluminis, vini, carnis,
granorum, et olei, et hoc pro usu tantum dictarum personarum ecclesiasticarum,
et ita voluit, et mandavit.»
I preti debbono dunque essere immuni dai balzelli baronali
come la gabella dei salami, del vino, della carne, del grano, dell’olio: una
sfilza di tasse sui consumi che la dice lunga sull’assetto fiscale della realtà
feudale di metà secolo XVI a Racalmuto.
Il barone resta legato alla sua terra; vuole essere
seppellito nella chiesa di San Francesco, vestito con l’abito di San Francesco
(dobbiamo almeno ammettere che alla fine dei suoi giorni, la sua fede era
intensa).
Il processo d’investitura del successore Girolamo I del
Carretto ci attesta che in gennaio del 1560 Giovanni III del Carretto cessò
effettivamente di vivere; morì in Racalmuto e fu davvero sepolto nella chiesa
di San Francesco.
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