L’Archivio di Stato di Agrigento custodisce ben n° 69 Rolli
di atti notarili che minuziosamente scandiscono la vita paesana di Racalmuto
dal 1561 al 1608; n.° 71 per il periodo 1600-1707, n.° 195 per il tempo
1700-1816; n.° 56 per il tratto 1801-1860.
Quel materiale archivistico è praticamente ignoto. Tolta
qualche curiosità di padre Alessi che ebbe a cercarvi con l’ausilio di un
paleografo atti per il suo Pietro d’Asaro, la cronaca diuturna di Racalmuto vi
si sta polverizzando.
La vendita di un mulo, la cessione di una “jnizza”, la
soggiogazione di una casa, il “pitazzu” di un “inguaggiu”, vita, morte,
sposalizio, tasse, risse, organizzazioni sociali, ruolo di preti monaci e chierici,
rettori e governatori di confraternite, il pulsare della vita economica,
sociale e religiosa di ogni giorno della Racalmuto del tempo, il suo espandersi
demografico ed il suo drammatico falcidiarsi per l’esplodere di pesti, tutto
ciò è il vivido quadro che i polverosi registri notarili non rivelano per la neghittosità
degli storici racalmutesi. Ed i politici potrebbero ovviarvi: penso a
cooperative di giovani, a sovvenzioni pubbliche comunali volte a finanziare
ricerche d’archivio, a scuole di paleografia - giacché leggere quei documenti
non è da tutti - , ad incentivi
economici; a borse di studio etc.
Sciascia redarguisce compiacentemente Tinebra Martorana che
si produsse in una smaccata falsità a proposito della Racalmuto araba; egli
spreca una delle sue splendide metafore elevando il falso del Tinebra ad una
«tentazione dell’accensione visionaria, fantastica». E ciò nonostante, per
Sciascia il libro del Martorana che degna di una sua alata presentazione, «va
bene così com’è: col gusto e il sentimento degli anni in cui fu scritto e degli
anni che aveva l’autore, con l’aura romantica e un tantino melodrammatica che
vi trascorre. Certo manca di metodo, e tante cose vi mancano: ma credo che
molti racalmutesi debbano a questo piccolo libro l’acquisizione di un rapporto
più intrinseco e profondo col luogo in cui sono nati, nel riverbero del passato sulle cose presenti.»
Ma davvero il popolo di Racalmuto è così sprovveduto da aver
bisogno di frottole e scempiaggini per percepire ed amare il riverbero del suo
passato storico, il richiamo ancestrale della sua memoria più vera e più
pulsante?
Francamente credo di no e questo libro - bando
alle ipocrisie - ha un suo codice genetico, una sua cifra culturale ed una sua
vocazione storica di segno opposto non solo rispetto a Sciascia ma anche a
Tinebra Martorana, a Serafino Messana, ad Eugenio Napoleone Messana, al poeta
Pedalino, ai tanti esimi sacerdoti che semper
sacerdotes secundum ordinem Melchisedech hanno scritto di storia racalmutese
volti alle cose di Dio ed al forzoso rinvenimento dell’onnipotente presenza
nelle misere cose dell’umano dissolversi racalmutese.
Il
Cinquecento racalmutese che troverete descritto in questa silloge irride alle
tante credenze locali, e cerca di documentare l’espandersi, il flettersi ed il
riprendersi del popolo di Racalmuto nel primo secolo dell’era moderna, alle
prese sicuramente con la protervia dei Del Carretto - invero in poche marginali
questioni - ma principalmente con le varie curie agrigentine e parrocchiali,
viceregie e spagnole, inquisitoriali ed episcopali; con il governatore del
Castello, con i familiari dei Del Carretto, con un suo genero di nome Russo,
uno scalcinato nobilotto che fa fortuna sposando la figlia spuria dell’omicida
ed assassinato Giovanni del Carretto; con gli arcipreti - quelli buoni come
l’indigeno arciprete Romano al cui spoglio aspira l’ingordo vescovo Horoczo
Covarruvias e quelli latitanti come il
napoletano Capoccio; con il chierico Vella, un religioso assassino che vescovo
e conte si contendono per fargli espiare nelle proprie carceri il fio della sua
colpa.
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